Il Cacciatore: stasera in tv il capolavoro con Robert De Niro sul Vietnam

Alle 21 su Iris il film di Michael Cimino, storia di tre amici posti di fronte al trauma della guerra. Tante scene indimenticabili, come la roulette russa e la caccia al cervo. All’epoca venne bollato come reazionario. Ma è un film che restituisce perfettamente gli umori del tempo.

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Forse aveva ragione il grande storico del cinema Franco La Polla quando, con gusto del paradosso, disse che Il cacciatore (The Deer Hunter, 1978) non è un film sulla guerra del Vietnam. In fondo, l’elemento centrale del film, l’impressionante metafora della roulette russa, nasceva da un progetto del tutto diverso, una sceneggiatura degli anni Sessanta dal titolo The Man Who Came to Play, su di un tizio che andava a Las Vegas a giocare appunto alla roulette russa. Quando la storia finì nelle mani del regista Michael Cimino, fu integralmente riplasmata, e la scioccante idea dello scommettersi la vita in un tragico gioco fu innestata su una vicenda incentrata sulla guerra del Vietnam e sugli effetti del conflitto su un’intera generazione di americani. E subito partirono le proteste: come quella del celebre corrispondente di guerra Peter Arnett, il quale disse che “in venti anni di guerra non c’è un solo caso riscontrato di roulette russa. La metafora fondamentale del film è semplicemente una maledetta bugia”.

Una bugia che, si disse, poneva in una luce sinistra e francamente razzista i vietnamiti. L’influente critico Pauline Kael scrisse che Il cacciatore dipingeva i vietcong “con quello stile orientale maligno e imperscrutabile con cui i film della seconda guerra mondiale raccontavano i giapponesi”. In generale le reazioni al film furono le più diverse, dal Newsweek, “questo film pone Cimino al centro della nostra cultura cinematografica”, a Vincent Canby del New York Times, secondo cui Cimino possedeva “la visione di un grande e originale nuovo cineasta”; sino al padre della auteur theory statunitense, Andrew Sarris, che invece bollò il film come “poco chiaro, noiosamente criptico, misteriosamente isterico”, con “attori più interessanti dei personaggi che interpretano”.

Il cacciatore fu un grande successo, con ottimi incassi per un cupo film lungo tre ore e 5 Oscar, tra cui miglior film, regia e attore non protagonista all’impressionante Christopher Walken, rimasto per tutta la vita condizionato da quel malinconico ruolo. Il suo personaggio di Nick, talmente traumatizzato dalla guerra da trasformarsi in un professionista della roulette russa, è una delle chiavi fondamentali della pellicola. Il cacciatore, infatti, è una riflessione esemplare su una stagione della storia americana segnata da una disillusione diffusa, che trova il suo corrispettivo in storie di finzione che raccontano il tramonto degli eroi, con protagonisti fragili e indecisi.

Il critico statunitense Christian Keathley, a tal proposito, ha parlato di un “ciclo post-traumatico” nel cinema americano nella prima metà degli anni Settanta, in cui “il trauma sofferto dai soldati in Vietnam e poi da tutta la nazione, si riflette in un ciclo di film i cui eroi, come quelli del Vietnam, sono manipolati e sfruttati, restando alla fine paralizzati per la consapevolezza della loro impotenza di fronte a un sistema corrotto”. I titoli a cui fa riferimento sono numerosi: per citarne qualcuno, Un uomo da marciapiede, Cinque pezzi facili, Il candidato, Un tranquillo weekend di paura, Mean streets, La conversazione, Chinatown. Tutti accomunati da un’immagine crepuscolare del paese e dell’(anti)eroe protagonista, ormai incapace di compiere azioni esemplari e risolutive. E certamente, anche senza voler impostare corrispondenze meccaniche tra realtà e finzione, è importante il peso del contesto storico sull’emergere di questi inediti modelli narrativi. Un’epoca caratterizzata dal Vietnam e gli assassinii politici, culminata infine nello scandalo Watergate e la paranoica sensazione di complotto che produsse (registrata in tempo reale da un film come Perché un assassinio).

Di questa temperie, Il cacciatore costituisce quasi un ultimo capitolo riassuntivo. Al centro campeggiano tre uomini segnati indelebilmente dal conflitto e dal tramonto dei positivi ideali del loro paese: Nick, risucchiato nell’autodistruttività, Steve (John Savage), che torna dalla guerra su una sedia a rotelle e Mike (Robert De Niro), apparentemente il più equilibrato e reattivo, eppure intorbidito da una tristezza senza via d’uscita.

Il cacciatore è un’epica dell’uomo comune schiacciato dalla storia, introdotta da un lungo, magnifico prologo sulla vita d’una piccola comunità di origini russe nella cittadina di Clairton, Pennsylvania, dove tutti lavorano in acciaieria. Michael Cimino si prende tutto il tempo necessario per delineare l’ambiente umano della vicenda: racconta un matrimonio di rito ortodosso, le schermaglie del cameratismo maschile, fino a culminare nell’altra grande metafora del film, la caccia al cervo, che secondo Mike va compiuta rispettando il codice cavalleresco del “colpo solo”, per dare all’animale una chance di sopravvivenza.

Questo codice è spazzato via dall’irruzione del Vietnam, che nel film compare all’improvviso, con la forza di un’allucinazione. E qui è la sequenza assai criticata, come abbiamo già detto, della tortura della roulette russa praticata dai vietcong ai malcapitati Mike, Steve e Nick. Sono davvero tante le letture che offre questo capolavoro del cinema americano: Robin Wood per esempio, raccogliendo alcuni segnali disseminati nel film, propose un’interpretazione in chiave omosessuale della relazione tra Nick e Mike, il quale per salvare l’amico torna in Vietnam sottoponendosi nuovamente alla roulette russa in una delle sequenza più strazianti e indimenticabili del cinema statunitense degli anni Settanta e non solo.

È certo comunque che l’elemento del trauma, storico e generazionale, resta centrale. E non può essere un caso che nei due film gemelli sul Vietnam usciti nel 1978, Il cacciatore e Tornando a casa, compaiano due reduci costretti sulla sedia a rotelle, rispettivamente John Savage e John Voight (e Savage in un’intervista ricordava come tanti lo confondessero col più famoso collega). Quella sedia a rotelle è il simbolo corposo di un dolore non rimarginabile, che intacca in altre forme anche Nick, che dal Vietnam non esce vivo e Mike, che torna a casa, ma cambiato al punto da non riuscire più a ingaggiare la sua aristocratica lotta con il cervo.

Il cacciatore è un film di allegorie vistose e poco intellettualistiche, che commuovono lo spettatore con la forza dell’evidenza. Il culmine è raggiunto nel sommesso finale, in cui gli amici di Nick intonano un canto funebre per l’amico morto, God bless America. Un epilogo anche questo assai criticato, secondo alcuni un’inopportuna parodia. E che invece, riprendendo il giudizio di Robin Wood, è un segno dell’“idealismo e del desiderio di credere” di Cimino, che a quel canto consegnava la sua elegia, ambigua ma non cinica, di un’America forse più sognata che reale.

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