Gunny: stasera su Rete 4 l’esilarante eroe di guerra di Clint Eastwood

Alle 21.15 appuntamento con uno dei film più scoppiettanti firmati da Eastwood. Un ritratto satirico e brillante del mondo dei marines in un’opera enigmatica, né militarista né antimilitarista. Sembra un piccolo film di serie B. E invece apre la stagione della maturità del regista.

Valutazione:
20
CONDIVISIONI

Torniamo indietro alla metà degli anni Ottanta: Clint Eastwood regista ha una decina di film alle spalle, ma i capolavori che lo renderanno un riconosciuto maestro sono di là da venire. Non ha girato ancora Bird (1988), la biografia del jazzista Charlie Parker che farà drizzare le prime antenne ai critici. E solo nel 1993 arriverà la consacrazione dell’Academy per Gli spietati. Insomma, nell’anno di grazia 1986 Clint Eastwood è un rispettato professionista, buono per thriller e film d’azione. Anche se, a guardare con attenzione, i segnali dell’autore ci sono tutti, basti pensare a quel western asciutto, ieratico che è Il cavaliere pallido (“una variazione rude su temi e forme dreyeriane”, scrisse Marco Melani).

Il fatto di non essere reputato un maestro, a pensarci bene, ha anche dei vantaggi, perché Eastwood può affrontare il suo cinema senza troppi fardelli e obblighi autoriali. E permettersi quindi di girare una pellicola, come scrisse Roger Ebert, “trattando il materiale come se non sapesse che i film di serie B non sono più di moda”. Il risultato è Gunny (1986), un film bellico inclassificabile, tra i suoi più acuti e spassosi, realizzato in assoluta libertà e a gran velocità (in meno di otto settimane, pare).

Clint Eastwood è Tom “Gunny” Highway, veterano di tutte le guerre giunto alla fine della carriera: gloriosa, perché è addirittura medaglia del Congresso, la più alta onorificenza del paese; e pessima, dato che è un indisciplinato attaccabrighe con una lingua lunghissima e un gomito troppo alzato. Innamorato del suo lavoro, per la Marina ha sacrificato tutto, matrimonio compreso; ed è intenzionato a prendersi l’ultima occasione prima di uscire dignitosamente di scena, addestrando un plotone di reclute. Che, inutile dirlo, sono il gruppo più insubordinato che si possa immaginare, la cui mente è un aspirante cantante nero che si autodefinisce l’ayatollah del rock ’n’ roll (un incontenibile Mario Van Peebles), e il braccio una montagna di muscoli detta “lo Svedese” con cui Gunny dovrà venire alle mani per guadagnare il rispetto della truppa.

Gunny è un film in cui tutto, a rigor di logica, è già visto: il vecchio eroe con troppe cicatrici e un brutto carattere, un gruppo di ragazzacci che in fondo non aspettano altro che un maestro in cui valga la pena riconoscersi, le schermaglie col maggiore ottuso e i suoi leccaculo. Ma Eastwood osserva tutto con il suo sguardo personale, che dispensa un’ironia sottilmente feroce verso un mondo di cui percepisce lucidamente assurdità e qualità. Il tutto svolto senza preoccupazioni autoriali e con l’aria di svolgere semplicemente il proprio lavoro. Soprattutto, come recita la filosofia di fondo del suo personaggio, “improvvisando, adattandosi e raggiungendo lo scopo”.

I marinai di Gunny sono assolutamente credibili, con il loro atteggiamento macho, la spacconeria, l’infantilismo, la generosità. Senza dimenticare il lessico: non si è mai sentito un uso della parolaccia così creativo e liberatorio, assolutamente esilarante – è la stessa volgarità che l’anno dopo impiegherà Kubrick in Full Metal Jacket, nel quale però è spia di una tensione lacerante. Qui invece c’è il gusto della battuta, con le offese rimpallate come dialoghi d’una commedia, soprattutto tra Gunny e la sboccatissima ex moglie (Marsha Mason). Ed Eastwood, pur rispettandolo, racconta con sarcasmo il suo personaggio di marine orgoglioso ma assai poco tutto d’un pezzo: che si caccia spesso nei guai, sa di aver perso tutti i treni della sua vita e per ritrovare sintonia con la sua donna legge assurde riviste femminili che gli suggeriscono che “il sesso è comunicazione”.

Gunny alla fine risulta un carattere enigmatico, con quel sorriso sardonico stampato sulla faccia di chi sa (personaggio, attore e regista) di aver giocato un bel tiro allo spettatore, che non riesce a capire se si trova di fronte a un film militarista o antimilitarista. E l’ambiguità che lo pervade è certo una delle qualità maggiori del film.

Questo film non ha la compostezza e la profondità dei futuri capolavori di Eastwood. Ma è un momento di passaggio importante verso le opere maggiori, di cui si apprezza proprio il tono svagato, il gusto dell’improvvisazione, l’aria del ragazzaccio in libera uscita che si diverte a mescolare i toni, passando con disinvoltura dalla commedia al dramma, capace di infilare delle gag persino nelle scene di battaglia. In Gunny Eastwood lavora anche implacabilmente allo smontaggio del suo stesso mito, mettendo in scena un personaggio autolesionista, “troppo stupido e troppo fiero per cambiare”. Un uomo ormai quasi vecchio e quindi obbligato a lasciare da parte l’azione e dedicarsi alla meditazione. Proprio quello che farà il regista Eastwood dopo Gunny, canto del cigno dell’eroe, prodromo  di una nuova, esaltante stagione da grande autore.

Lascia un commento

NB La redazione si riserva la facoltà di moderare i commenti che possano turbare la sensibilità degli utenti.