Alejandro González Iñárritu VS Robert Downey Jr – l’insostenibile pesantezza di certe parole

Senza armatura di Iron Man, ma con un semplice attacco di ironia, Robert Downey Jr controbatte alla ormai celebre affermazione del regista trionfatore nella notte degli Oscar, secondo il quale i cinecomic rappresenterebbero un genocidio culturale. Non è sempre semplice riconoscere la cultura e l’arte in tutte le sue forme ma, forse, tenendo presente certe emozioni, ci si può cominciare ad orientarsi. O quanto meno a ragionarci su.

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Francamente credo che a volte una sorta di delirio di onnipotenza abilmente miscelato a ciò che potrebbe essere definito un’involontaria dose di snobismo culturale, sia caratteristico di certe personalità dall’indubbio spessore artistico e personale. Mi rendo conto che partire con questi toni per commentare una polemica, non può fare altro che alimentare la polemica stessa.

Proverò a riflettere con più linearità. La diatriba alla quale si accenna è quella che in un certo senso ha innescato Alejandro González Iñárritu, trionfatore dell’ultima notte degli Oscar. Il regista messicano, è cosa ormai nota, durante un’intervista datata ormai ottobre, ha tuonato contro l’inarrestabile successo dei cinecomic, definendoli come un “genocidio culturale”. Un messaggio chiaro che, a tratti, può essere letto anche nel suo Birdman. Una risposta al regista è arrivata da Robert Downey Jr che, recentemente intervistato a riguardo, ha controbattuto con una sottile vena ironica; ovvio il suo disaccordo con quanto affermato dal regista Iñárritu.

Ma cosa pensarne a riguardo? Personalmente credo che (non è certamente semplice sintetizzare certi concetti) il successo di un fumetto trasposto sul grande schermo non abbia nulla di abominevole a riguardo: è certo, mio parere personale, che la definizione del regista messicano appare nella migliore delle ipotesi esagerata e fuori luogo. Ovviamente si può discutere di certo spessore culturale più o meno presunto di talune pellicole (valga su tutti l’esempio dei cinepanettoni, più volte da me stesso criticati a mo’ di esempio negativo), che fanno sorridere amaramente sulle scelte del pubblico cosiddetto di massa, ma non credo sia equo ghettizzare né tanto meno snobbare un prodotto solo perché “leggero” e più o meno scarno di un degno messaggio culturale. Anzitutto andrebbe definito il concetto di cultura: già partendo da qui si aprirebbero diverse interpretazioni. I fumetti non sono cultura? Apparteniamo ancora al pensiero retrodatato secondo il quale i fumetti sono “roba da ragazzini”? Allora si è fuori tema, c’è poco da discutere. Soprattutto se si negano capolavori riconosciuti, che si sono distinti non solo per lo spessore grafico, ma anche per la narrativa in essi contenuta (gli esempi si sprecano).

C’è secondo me una distorsione di pensiero, alimentato anche da forti pregiudizi, che tende a classificare come prodotto culturale valido solo un qualcosa considerabile in un certo senso complesso e non semplice da approcciare nel suo insieme: un prodotto che deve essere per grandi e non per immaturi, siano essi ragazzini o “adulti non cresciuti” in un certo senso. Un qualcosa di “elitario” non per tutti. Così come una particolare e difficile esecuzione jazz è cultura rispetto ad una “stupida” canzonetta pop costruita su soli tre accordi. Per quale motivo? Certo che si può discutere sul peso di un lavoro e giudicare secondo un parametro di difficoltà e di bravura. Il film di Iñárritu ha certo un valore diverso rispetto agli Avengers ed un’esecuzione di Paco De Lucia ne ha un altro rispetto a quella di Vasco Rossi (hehe mi sto cercando proprio gli insulti lo so). Ma credo sia fondamentale, in tali riflessioni, porre al centro di esse il concetto di emozione: non bisogna dimenticare che, al di là dell’impegno e della bravura dell’artista, il lavoro che ne consegue può comunque provocare emozioni. E quelle emozioni spesso possono essere intense e inversamente proporzionali rispetto lo spessore del risultato. Una canzone di Keith Jarrett può farmi cagare e la più idiota delle canzonette può emozionarmi. Sarà atroce, ma c’è una buona dose di istinto in tutto ciò e l’arte, che è cultura, spesso è sottomessa all’istinto. E ciò non vuol dire che sono idiota (ossia non lo stabilisce questo); perché una cosa non esclude l’altra. Posso ammirare, anche se in maniera diversa, un capolavoro di David Linch e un film di Paolo Villaggio. Ma entrambi per me sono cultura. Al di là delle critiche, sempre ben accette e imprescindibili, cerchiamo di non perdere di vista concetti fondamentali ed imprescindibili che riguardano la libertà di pensiero e tutto ciò che concerne.

Le emozioni dello spettatore, per quanto intense o leggere che siano, non sono sempre in sintonia con le stesse emozioni che vuole o vorrebbe trasmettere chi produce un lavoro, sia esso un libro, un film, una canzone, etc. E parlare di genocidio culturale, con riferimento ai cine fumetti, mi fa tornare in mente ben altri genocidi, non solo culturali, fatti da gente che tendeva ad eliminare, a ghettizzare, a estraniare, piuttosto che a capire (pur criticando) e ad accettare in termini di confronto. Le parole hanno una loro importanza. Anche esse trasmettono cultura ed emozioni. Quelle di Iñárritu comprese, seppur pesanti.

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