Scusate se esisto! Bova e Cortellesi raccontano le discriminazioni all’italiana

Il regista Riccardo Milani vuole svelare le ipocrisie dell’Italia di oggi in un racconto sulla condizione femminile e l’omosessualità. Il tono è sincero: ma c’è troppa carne al fuoco e non abbastanza coraggio.

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Riccardo Milani aveva già mostrato ambizioni di commedia sociale con Benvenuto Presidente!, in cui l’uomo qualunque Claudio Bisio viene eletto presidente della Repubblica e con il suo comportamento ingenuo, come in un vecchio film alla Frank Capra, denuncia il marcio della politica. Stavolta, in Scusate se esisto!, è Paola Cortellesi a incarnare il ruolo della pura di cuore che, col suo atteggiamento naïf ma onesto, svela le ingiustizie sociali.

La Cortellesi è Serena Bruno, brillantissimo architetto nativa di un paesino abruzzese con una carriera avviata a Londra. Ma la nostalgia dell’Italia è troppo forte: torna a Roma e fa tre lavori per sopravvivere, il più dignitoso dei quali è la cameriera nel ristorante di lusso di Francesco (Raoul Bova). Le capita la grande occasione: partecipa a un bando per la riqualificazione del Corviale, il famigerato complesso edilizio nella periferia della capitale, e lo vince. Ma ci riesce solo spacciandosi per l’assistente di un fantomatico architetto Bruno Serena, conscia che, in un paese maschilista come l’Italia, non avrebbero mai dato un’opportunità simile a una donna. Francesco per aiutarla accetta di recitare la parte dell’architetto e nel frattempo Serena scopre che è gay.

Le commedie italiane spesso cercano di raccontare temi alti, ma poi si rifugiano in gag scontate e pacificatrici. Forse si fidano poco dell’intelligenza del pubblico o la sottovalutano. Scusate se esisto! non fa eccezione. La scelta più infelice è quella di sommare due questioni, discriminazione femminile sul lavoro e condizione omosessuale, che avrebbero meritato ognuna un film a sé.

L’omosessualità è trattata superficialmente, nonostante il garbo di Bova, tra spogliarelli, gay in canottiera e appuntamenti al buio con tizi vestiti come i Village people. Sul lavoro lo sguardo è più attento: nello studio dell’architetto Ripamonti (Ennio Fantastichini) dove Serena va a lavorare tutti i dipendenti hanno un segreto da nascondere (chi la maternità, chi l’omosessualità) e per questo sottostanno alle regole ipocrite del padre padrone. Come Michela (Lunetta Savino), l’assistente factotum che ha sacrificato inutilmente la vita al principale egoista, Serena rischia di rinunciare ai propri sogni e al progetto del Corviale, che lei immagina di ingentilire con aree verdi e spazi di socializzazione – il Chilometro verde, un piano realmente esistente realizzato da un architetto donna.

La parte migliore è quella in cui il film mette da parte gli snodi più scontati della trama e mostra il Corviale nella sua dolente monumentalità di velleitario modello urbanistico. Velleitario, sembrerebbe, come il paese che l’ha concepito. Serena si aggira per il complesso architettonico, parla con vecchiette e ragazzini: manifesta, insieme al regista, una curiosità concreta per la gente che abita in questo edificio, squadernato in immagini forse troppo liriche, ma che suonano sincere.

Il film però si ferma qui, intimidito da tematiche che scioglie quasi sempre in gag semplicistiche (la sequenza troppo meccanica in cui i dipendenti trovano il coraggio di gettare la maschera). Peccato: il personaggio della provinciale intelligente che disinnesca i meccanismi dell’ipocrisia sociale con il suo sguardo innocente, quasi langdoniano, avrebbe meritato maggiore approfondimento.

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