La Tenerezza, stasera in tv il film di Gianni Amelio sulla forza rivoluzionaria dei sentimenti

Alle 21.05 su RaiTre il film con cui Renato Carpentieri ha vinto il David come miglior attore. Amelio torna al suo tema prediletto, i rapporti tra padri e figli, e ritrova l’ispirazione. Nel cast Giovanna Mezzogiorno, Elio Germano, Micaela Ramazzotti

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Foto di Claudio Iannone

La tenerezza è una virtù rivoluzionariadisse Renato Carpentieri ricevendo il David di Donatello quale migliore attore protagonista per il film diretto da Gianni Amelio. Un riconoscimento meritato per un interprete dalla carriera appartata, condotta in gran parte nel territorio del teatro di ricerca napoletano. Come attore di cinema venne scoperto da Amelio, lanciato, già maturo e completo nei suoi mezzi, nel bellissimo Porte Aperte (1990), in cui era il perfetto controcanto, col suo stile asciutto e antiretorico, all’intensità di Gian Maria Volonté.

Il David risarcì anche l’attore di quell’infortunio grottesco rappresentato dalla campagna promozionale de La Tenerezza. I produttori, spaventati all’idea di un film sulla vecchiaia con protagonista un attore non di richiamo, puntarono su di una locandina nella quale Carpentieri era ridotto a una piccola figurina sullo sfondo, con in primo piano i volti più “spendibili” di Giovanna Mezzogiorno, Elio Germano, Micaela Ramazzotti.

Stasera il film è trasmesso in prima serata su Rai Tre, alle 21.05. Ed è il caso di non perdere il migliore dei lavori recenti di Gianni Amelio, che pare averne rinvigorito il cinema talvolta opaco degli ultimi anni e rilanciato verso prove più impegnative, come l’attesissimo Hammamet su Craxi con Pierfrancesco Favino, che uscirà il prossimo 9 gennaio.

La Tenerezza, liberamente tratto dal romanzo di Lorenzo Marone La Tentazione Di Essere Felici, segna il ritorno di Amelio a un faccia a faccia col tema dei legami familiari, centrale nel suo cinema fatto di rapporti complessi tra padri e figli. Con padri reali talvolta inadatti a esserlo, come il Trintignant accusato di terrorismo dal suo stesso figlio di Colpire Al Cuore, o putativi, come l’Enrico Lo Verso del bellissimo Il Ladro Di Bambini, giovane carabiniere che scorta due ragazzini in Sicilia dando loro quell’affetto che non hanno mai ricevuto.

Di capacità affettiva sembra incapace Lorenzo (Carpentieri), vedovo settantenne reduce da un infarto, ex avvocato non integerrimo che coi figli Elena (Giovanna Mezzogiorno) e Saverio (Arturo Muselli) intrattiene un rapporto a dir poco scostante (“non siete neanche pronti a diventare orfani” dice loro, con sgradevolezza esibita).

Altro genitore incapace di abbracciare i propri figli ne La Tenerezza è Napoli, ritratta come un luogo freddo e distante, lontano tanto dai gomorrismi criminali quanto dagli stereotipi che la vogliono città sorridente, luminosa, accogliente. Qui invece diventa uno sfondo opaco, che con il suo caos affollato di gente non regala abbracci, ma indifferenza al protagonista Lorenzo che nelle sue lunghe passeggiate attraversa strade che vengono lasciate volutamente fuori fuoco.

Questa sensazione di estraneità la percepisce anche Fabio (Germano), il nuovo vicino di Lorenzo, ingegnere giunto con la sua famiglia da Trieste, incapace di abituarsi al ritmo dispari e disordinato della città. Ed nel contatto con persone che, come lui, vivono un senso profondo di sradicamento – Fabio e la moglie orfana Michela (Ramazzotti) – o riavvicinandosi alla sua famiglia per il tramite del nipotino, che poco a poco Lorenzo riesce a uscire fuori dal guscio autoimpostosi per carattere e abitudini ormai incrostate.

La trasformazione personale, ne La Tenerezza, è il risultato di cambiamenti faticosi e millimetrici. E se qualcosa di didascalico c’è nei dialoghi e nel tratteggio dei personaggi, il film riscatta l’eccesso di programmaticità attraverso il lavoro degli attori, la capacità del regista di registrarne moventi intimi e gesti quasi impercettibili.

È un film da vedere prima che da ascoltare, per apprezzarne la messinscena taciturna, che racconta con pudore i sentimenti che riaffiorano da quel grumo di dolore in cui sono imbrigliati. E viene ripagata la pazienza della figlia Elena che non ha mai perso la speranza d’una riconciliazione. Forse perché, abituata per il suo lavoro di traduttrice al tribunale a interpretare i segnali impercettibili nascosti sotto le parole degli imputati stranieri, ha saputo leggere nello sguardo del padre qualcosa che andava oltre il suo esibito distacco.

Il film racconta un percorso condotto dall’interno della freddezza e dell’estraneità verso la riscoperta di un senso d’umanità residua, quella tenerezza che sia Amelio che Carpentieri, superata ambedue la boa anagrafica e simbolica dei settant’anni, riconoscono quale unico strumento capace di far fronte all’impazzimento di un mondo sempre più insensibile e individualista. Una umanità che si manifesta in un gesto di inattesa dolcezza tra padre e figlia, che idealmente si riannoda a quello compiuto dai ragazzini nel finale de Il Ladro Di Bambini. Film entrambi all’insegna di una commozione asciutta. Non per questo meno rivoluzionaria.