Addio a Carlo Delle Piane, settant’anni di cinema, da Aldo Fabrizi a Pupi Avati

Muore a 83 anni una figura singolare del cinema italiano. 110 film in una carriera divisa in due. Prima caratterista con Totò, Fabrizi, Sordi. Poi con Pupi Avati, protagonista di film d’autore

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Nel maggio scorso l’Auditorium di Roma aveva regalato a Carlo Delle Piane una serata speciale per celebrare una carriera singolare e straordinaria, 110 film che hanno attraversato settant’anni di cinema italiano. E oggi l’attore ci ha lasciato, a 83 anni, la notizia comunicata dalla moglie Anna Crispino, cantante e musicoterapeuta napoletana che aveva sposato nel 2013, che l’ha accudito negli ultimi anni difficili dopo l’emorragia cerebrale che l’aveva colpito nel 2015, a seguito della quale era stato anche in coma.

È una vicenda particolare quella di Carlo Delle Piane, romano di Campo de’ Fiori nato il 2 febbraio del 1936, figlio di un sarto e di una casalinga. Una vita nel cinema ma divisa in due, con un prima e un dopo, nel segno Pupi Avati. Prima ci fu l’esperienza da caratterista, cominciata casualmente alla fine degli anni Quaranta, come tanti nuovi attori, all’epoca di un cinema neorealista col mito delle facce vere di gente comune presa dalla strada.

La sua di faccia in verità, era tutt’altro che comune, con quel naso inconfondibile che era il risultato d’una frattura che s’era procurato per una pallonata presa in pieno volto durante una partitella di calcio a dieci anni. E quel dettaglio lo rese un caratterista naturale. Lo scovarono nel 1948, fu scelto per il ruolo del traffichino Garoffi nel Cuore tratto da De Amicis e diretto da Duilio Coletti. “Avevo 12 anni – ha raccontato recentemente in una bella intervista ad Antonello Piroso –,  facevo le medie al Pio XI di Roma, vennero a scuola a cercare tra gli alunni i ragazzi da far recitare. Mi divertii molto, ma non avevo ancora il sacro fuoco della passione: per me era come un gioco, un modo per non andare a scuola, alternare le partitelle a pallone con le riprese nei teatri di posa di Cinecittà”.

Carlo Delle Piane
La locandina del suo primo film, “Cuore”, Carlo Delle Piane è visibile al centro

Sono anni di frenetica attività, accanto agli attori più in vista, da Totò ad Aldo Fabrizi. Soprattutto quest’ultimo: “è stato come un padre putativo per me, soprattutto l’unico vero amico tra i colleghi, che non lo amavano perché diceva sempre quello che pensava e rifiutava i compromessi”. Nel 1951 fu Pecorino, nel fortunatissimo La famiglia Passaguai, anche diretto da Fabrizi, che ebbe un seguito l’anno successivo. E sempre nel 1951 è il figlio di Totò nello straordinario Guardie E Ladri di Steno e Monicelli, una tragicommedia che è un punto di passaggio fondamentale verso la costruzione della futura commedia dolceamara all’italiana.

Carlo Delle Piane e Totò, in una sequenza di “Guardie E Ladri”

Di lì, però, anche la gabbia delle caratterizzazioni sempre uguali pure in film importanti come Un Americano a Roma (1954) di Steno, accanto a Sordi-Nando Mericoni, o Fortunella (1958) di Eduardo De Filippo. “A un certo punto ho deciso di fermarmi. Ho cominciato a rifiutare ruoli che mi venivano proposti stancamente, puntando solo a quelli di qualità”. All’inizio degli anni Sessanta, ci fu anche l’esperienza del teatro, per un’edizione leggendaria di Rugantino che fece il giro del mondo, in cui lui era “er Bojetto”, il figlio del boia Mastro Titta interpretato da Aldo Fabrizi.

Nel 1973 ne rallentò la carriera anche un brutto incidente d’auto nei pressi di Ostia, dopo il quale restò in coma per circa un mese. Dopo quell’infortunio, cominciò ad essere assalito da molte fobie: “Sono costretto a non dare la mano a nessuno, rifiuto ogni contatto fisico, non apro le porte, anche quando sono a casa mia. Quando recito, supero tutte le mie manie. Il lavoro per me è come una terapia: mi immedesimo nel personaggio da interpretare e compio gesti che normalmente non riesco a fare”.

La grande occasione, e la seconda parte della sua rocambolesca carriera, la deve a Pupi Avati. “Finché non ho incontrato Antonio e Pupi Avati nessun regista mi aveva preso sul serio. Gli sono stato, sono e sarò sempre grato”. L’incontro fu nel 1977, quando l’attore aveva 41 anni, il regista gli diede il ruolo da protagonista in Tutti Defunti… Tranne I Morti. Ma la vera affermazione arriva, sempre con Avati, quando questi riesce a trovare nelle corde dell’attore delle sfumature più dolci e sentimentali, in titoli decisivi per la carriera di entrambi, Una gita scolastica (1983), Noi Tre (1984), Festa Di Laurea (1985).

Immediatamente dopo, una sorprendente sterzata, che costituisce l’apogeo della carriera di Carlo Delle Piane. Sempre Pupi Avati, lo spinge a svelare i suoi accenti più sulfurei e cattivi in Regalo Di Natale (1986), in cui l’attore è l’avvocato Antonio Santella, baro professionista ambiguo e maligno, che porta senza rimorsi sul lastrico il povero Diego Abatantuono. Ed è l’apoteosi: il film va alla Mostra di Venezia e Carlo Delle Piane vince una meritatissima Coppa Volpi come migliore attore.

“Regalo Di Natale”, il film con cui Carlo Delle Piane vinse la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia

Lo stesso anno, addirittura, l’attore rifiuta un ruolo nel kolossal Il Nome Della Rosa di Jean Jacques Annaud accanto a Sean Connery. “Il regista venne apposta a Roma per incontrarmi e convincermi a interpretare un frate. Solo che bisognava dialogare in inglese, che io non parlo e non me la sentii di recitare senza capire cosa dicessero gli altri”.

Pochi i film interpretati da allora in poi, non più d’una quindicina, sempre accanto al fidato Avati, tra cui La Rivincita Di Natale (2004), stanco seguito del capolavoro precedente, o in prestigiose collaborazioni come l’episodio di Tickets (2005) diretto da Ermanno Olmi. L’ultimo film nel 2017, Chi Salverà Le Rose, accanto a due altri grandi vecchi, Lando Buzzanca e Philippe Leroy. Difficili gli ultimi anni, per i tanti acciacchi. Attraverso Carlo Delle Piane passa l’intera vicenda del cinema italiano, tra neorealismo, generi popolari, film d’autore. Ripercorrerne la carriera e le pellicole significa non solo vedere in azione un notevole attore, ma quasi guardare allo specchio il paese e le sue grandi trasformazioni, e talvolta deformazioni, in settant’anni di storia.