Vita Segreta Di Maria Capasso, Luisa Ranieri dark lady nel mélo criminale che segna il ritorno di Piscicelli

Dopo sedici anni un nuovo film d’un autore simbolo del rinascimento cinematografico napoletano. È la storia d’una femme fatale fredda e calcolatrice. Come lo stile del film, algido e oggettivo

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Tratto dal suo romanzo omonimo pubblicato nel 2012, Vita Segreta Di Maria Capasso segna il ritorno alla regia dopo ben 16 anni di Salvatore Piscicelli, coadiuvato in sceneggiatura dalla moglie Carla Apuzzo. Non è un ritorno qualsiasi: Piscicelli, critico cinematografico di formazione, è stato negli anni Ottanta un nome di punta del nuovo cinema napoletano e italiano, firmando alcuni ritratti di donna che hanno segnato una stagione del nostro cinema, dal folgorante Immacolata E Concetta (storia d’una coppia lesbica del proletariato meridionale) a Le Occasioni Di Rosa e Regina.

È una storia in chiave femminile anche Vita Segreta Di Maria Capasso, con la macchina da presa incollata dal primo all’ultimo istante sulla sua protagonista Luisa Ranieri. Che interpreta una giovane donna di piccolissima borghesia napoletana, moglie e madre di tre figli, che lavora come estetista e tira avanti come può insieme al marito. Fino a che lui non s’ammala di tumore e muore. A quel punto, in realtà anche un po’ prima, Maria accetta le avances del proprietario d’un autosalone, Gennaro (Daniele Russo, fino a oggi visto quasi solo in teatro). I sentimenti dell’uomo, che la conquista col suo stile di vita benestante – casa a Posillipo, auto sportiva – sembrano autentici.

Quando i soldi non bastano più, Gennaro le fa una proposta inaspettata, trasportare un quantitativo di cocaina in auto in Svizzera. Lei prima tentenna, poi esegue, ed è un lavoro semplice e pulito. Le ambizioni di Maria crescono, arriva una bella casa nel quartiere borghese del Vomero, offertale dall’amante, e si offre l’opportunità di rilevare il salone da estetista in cui lavora. Con le ambizioni sale la posta in gioco: per ottenere i soldi stavolta a Maria viene proposto di commettere un omicidio. Non finisce qui: perché Maria ha una giovane e bella figlia quasi diciottenne (Marcella Spina), che comincia ad attirare le attenzioni di uomini facoltosi.

Come si comporterà Maria alle prese con queste opportunità, rischi, tradimenti, che la obbligano, per essere affrontati, a mutare completamente pelle, o forse a manifestare la sua vera natura? Vita Segreta Di Maria Capasso è un romanzo criminale lontano anni luce dagli effettismi gomorristi, e non è una sorpresa, vista la propensione naturale al melodramma di Piscicelli, antico amante di Fassbinder e Douglas Sirk, che trova per questo racconto una chiave da mélo raffreddato. Maria non è una madre coraggio alla Filumena Marturano, è una donna certamente di passioni, ma soprattutto di calcolo, attratta dalla scalata sociale che la bella casa, la bella auto, il suo nuovo ruolo di “padrona” che esercita spietatamente licenziando metà personale certificano. Non è mai sgomenta e sempre alla ricerca di una soluzione all’altezza dei suoi desideri, dando poco importanza al filo sottile che separa legalità e illegalità.

Salvatore Piscicelli racconta la sua storia esattamente così, radiografando questa freddezza, eliminando dallo scenario il contesto criminale e concentrandosi sulla storia di Maria e Gennaro, in cui non è sempre facile capire chi stia usando chi. Ma insieme al calcolo emergono, in un contrasto stridente, anche l’amore, la morte, il tradimento. Maria però non perde mai l’autocontrollo e nemmeno Piscicelli, che esibisce uno stile sin troppo lineare e algido, accentuato da momenti in cui Maria si rivolge direttamente allo spettatore, come se il suo racconto fosse un referto da tribunale, spassionato e oggettivo.

Il personaggio indossato con convinzione da Luisa Ranieri resta un enigma. È difficile capire se le sue scelte siano motivate solo dall’avidità per la “roba” o contengano ancora tracce d’un istinto materno. In questo modo il film disegna un personaggio che esula dal consunto ritratto d’ambiente napoletano, una donna la cui sfavillante bellezza pare come disincarnata, distante. E se c’è un modello cui s’è ispirato Piscicelli, ovviamente non è partenopeo. È un titolo che testimonia la sua raffinata cinefilia: il noir venato di mélo Il Romanzo Di Mildred (1945) di Michael Curtiz con Joan Crawford, dal quale trae, allo spettatore il compito di individuarli, i principali snodi del racconto.