Addio a Franco Zeffirelli, una vita tra cinema e teatro

Muore a 96 anni il grande regista fiorentino. È stato un uomo del Novecento, una figura capace di attraversare tutte le arti dello spettacolo, con grandi successi e riconoscimenti internazionali. Ottenne anche una nomination all'Oscar.

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Si è spento a 96 anni Franco Zeffirelli, regista di cinema e teatro, scenografo, costumista e attore. Lo saluta il sito della Fondazione a lui dedicata, con un “Ciao maestro”. E la fine lo coglie ancora al lavoro, nonostante la lunga malattia, per una regia dell’amatissima Traviata che aprirà la stagione del Festival lirico all’Arena di Verona il prossimo 21 giugno.

Era nato a Firenze nel 1923 dove, da studente di architettura, era già stato un precoce animatore della vita teatrale cittadina. Si era dato poi alla recitazione, venendo notato da Luchino Visconti in una edizione de I parenti terribili di Cocteau, che lo volle con lui in alcuni spettacoli (un Delitto e castigo di Dostoevskij). Da lì passò a occuparsi di scenografia e costumi per messe in scena di classici di Shakespeare, Cechov, Tennessee Williams. Ebbe persino, dopo una parte al cinema ne L’onorevole Angelina (1947) accanto alla Magnani, un’offerta dall’americana RKO per un lungo contratto. Ma declinò, passando tra la fine degli anni Quaranta e Cinquanta al ruolo di assistente alla regia di grandi autori come Antonioni, Rossellini, De Sica, e soprattutto Visconti, accanto al quale lavorò in La terra trema, Bellissima, Senso. E come il suo maestro Franco Zeffirelli restò sempre diviso tra amore per il teatro, la lirica e il cinema.

A teatro si ricordano alcune regie liriche memorabili, una Traviata con Maria Callas, una Lucia di Lammermoor con Joan Sutherland. E da quella passione deriva il suo interesse quasi esclusivo, anche al cinema, per i classici: “Non abbiamo garanzie sul presente e il futuro – disse una volta – perciò l’unica scelta possibile sta nel tornare al passato e al rispetto delle tradizioni. Sono stato un pioniere su questa linea e i fatti mi hanno dato ragione. Il motivo per cui ottengo risultati al botteghino dappertutto sta nel fatto che sono un conservatore illuminato, un continuatore della linea dei nostri antenati, offrendo delle riletture innovative dei loro testi, senza però mai tradirli”.

A scorrere la sua filmografia, dopo un esordio nel 1957 con Camping, una commediola assai esile d’ambientazione contemporanea, si trovano soprattutto messinscene di classici. Shakespeare su tutti, di cui traspose La bisbetica domata nel 1967, con la coppia di star Elizabeth Taylor e Richard Burton, in una versione visivamente molto elaborata; Romeo e Giulietta (1968), di enorme successo internazionale – ebbe anche la nomination all’Oscar per la regia –, patinato, illustrativo, ma anche giovanile e scattante; più avanti, nel 1990, un Amleto con un protagonista forse non troppo adatto, Mel Gibson, che però con la sua immagine da star di Hollywood consentiva di portare il Bardo a un pubblico di massa.

Franco Zeffirelli
Zeffirelli con i protagonisti di “Romeo e Giulietta”, Olivia Hussey e Leonard Whiting.

Negli anni Settanta fu la volta dell’ispirazione religiosa: Fratello Sole, Sorella Luna (1972), una versione della vita di San Francesco trasformato in una sorta di hippie, che stemperava la complessità del personaggio offrendo una versione conciliata e visivamente estenuata; e poi  lo spettacolare, più hollywoodiano che italiano, Gesù di Nazareth (1977), una produzione all’insegna del gigantismo (200 attori, centinaia di comparse, otto mesi di riprese), che ebbe sia una versione cinematografica che televisiva, riscuotendo un enorme successo soprattutto americano.

Il Gesù di Nazareth con Robert Powell.

Toccò poi a un paio di incursioni contemporanee, Il campione (1979), riedizione di un classico degli anni Trenta e Amore senza fine (1981), veicolo promozionale per l’allora lanciatissima Brooke Shields. Ed entrambi sono melodrammi lacrimevoli, non sorretti neanche dal suo usuale talento visivo, a dimostrazione di quanto Franco Zeffirelli fosse lontano da quel tipo d’ispirazione e vicende.

Dopo il mediocre biopic Il giovane Toscanini (1988), Franco Zeffirelli s’era dedicato a trasposizioni di classici letterari a lui più consoni, La storia di una capinera (1994) da Verga e una Jane Eyre (1995) da Charlotte Brontë, a cui fece seguire Un tè con Mussolini (1999), che traduceva in immagini la sua autobiografia degli anni giovanili sotto il fascismo a Firenze, nell’ambiente della comunità inglese e americana. Fu poi la volta di Callas Forever, che rendeva omaggio a un’artista decisiva nella vita di Zeffirelli, grazie anche all’interpretazione trascinante di una Fanny Ardant d’impressionante mimetismo.

Franco Zeffirelli è stato un bersaglio perenne della critica italiana soprattutto di sinistra, lui di tutt’altra indole politica – fu anche eletto senatore nel 1994 con Forza Italia. Certo, alcuni dei rilievi critici posti al suo cinema colgono nel segno, l’accademismo, il manierismo, il barocchismo figurativo, l’erotismo troppo esplicito. Resta però una figura cardine del Novecento, che ha messo in collegamento diverse generazioni, uno spirito che, nel suo eclettismo, si potrebbe definire rinascimentale, e anche un artista cosmopolita, straordinario ambasciatore della cultura italiana nel mondo, dove ha ottenuto forse più consensi che in patria.