Parasite, scene di lotta di classe a Seoul nel film vincitore della Palma d’oro

Bong Joon-ho ha firmato il film d’autore dell’anno, una tragicommedia di grande eleganza visiva, con un occhio a Buñuel e l’altro alle commedie sofisticate della Hollywood anni Trenta. Impeccabile la squadra di attori

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Reduce dalla Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes, Parasite del regista sudcoreano Bong Joon-ho è riuscito nel primo weekend di programmazione a incassare quasi 400mila euro al botteghino con poco più di cento copie distribuite. Un risultato significativo per un film che ha dalla sua la forza sulfurea dell’intelligenza, una messinscena meticolosa di rigore quasi matematico, il grottesco sottotraccia da apologo bunueliano.

La storia si svolge in gran parte in un’incantevole abitazione altoborghese, disegnata da un architetto di grido. Eppure questo luogo confortevole, eternamente assolato finirà poco a poco per rivelarsi uno spazio concentrazionario, condensato non dei sogni ma degli incubi che soggiacciono al fondo di una società più contradditoria di quanto appaia in superficie.

A essere più precisi le case sono due. Per giungere alla lussuosa magione teatro principale della vicenda, Parasite infatti deve letteralmente riemergere dallo squallido seminterrato in cui vive la famiglia Ki-taek. Un quartetto molto unito, padre, madre, figlio e figlia ventenni, disoccupati cronici abituati a sbarcare il lunario con fantasiosi stratagemmi. La grande occasione si presenta loro grazie a un amico del figlio maschio Ki-woo, che gli trova un impiego come insegnante d’inglese della rampolla dell’altolocata famiglia Park. Conquistata la fiducia dei nuovi datori di lavoro, Ki-woo coinvolge la sorella Ki-jung, presentandola come un’insegnante di arteterapia ideale per indirizzare le presunte attitudini artistiche del maschietto dei Park. Con la stessa logica anche padre e madre Ki-taek s’installano nella casa, in qualità di autista e governante, senza che nulla trapeli della loro parentela.

Il raggiro riesce alla perfezione. Dal canto loro i Park hanno modi affabili, giusto un po’ eccentrici, e tra i due nuclei familiari, nonostante classe e censo agli antipodi, i rapporti paiono scorrere con naturalezza, all’insegna delle buone maniere e d’uno spirito democratico di fondo che smussa le differenze. Certo, il pur benevolente signor Park non può fare a meno di sottolineare il tanfo del signor Ki-taek, ma con magnanimità è disposto a sopportarlo, riconoscendo all’uomo qualità professionali che glielo rendono indispensabile.

Quell’odore ineliminabile è solo la spia dell’oceano che separa i Park dai Ki-taek. E la bravura di Bong-Joon-ho sta nel sottolineare le diversità unicamente per mezzo dello stile visivo, attraverso inquadrature composte e movimenti di macchina ortogonali che slittano lungo linee orizzontali e soprattutto verticali, con l’alto e il basso ad esasperare le distanze solo apparentemente impercettibili tra i due mondi.

Parasite
Le calibrate inquadrature che, nell’interazione di alto e basso, costruiscono le coordinate morali del film.

In Parasite non ci sono poveri virtuosi che s’oppongono a ricchi capitalisti. Moventi e ambizioni dei simulatori Ki-taek sono i medesimi dei Park, non c’è alcuna rivalsa sociale o ideologica alla base del loro comportamento, solo la volontà di appagare i propri desideri. Resta però un abisso tra i due universi. Lo dimostra un improvviso nubifragio. La signora Park lo saluta come una benedizione, perché spazza via le nuvole e regala un cielo terso con i raggi di sole a illuminare morbidamente gli interni del salone di buongusto minimalista. Per i Ki-taek è una tragedia in cui affoga il misero seminterrato con le loro povere cose.

A ulteriore conferma dell’inconciliabilità tra mondi, l’apologo di Parasite ammonisce ricordandoci che al fondo non c’è mai limite, e che c’è sempre qualcuno più in basso di noi, pronto a pretendere un risarcimento per le sofferenze subite. La qualità del film di Bong Joon-ho è data anche dal tono: sebbene l’opposizione sia destinata a esplodere in forme stridenti, il racconto procede frizzante e divertente come una commedia sofisticata hollywoodiana anni Trenta – pensiamo ai conflitti di classe de L’impareggiabile Godfrey o Scandalo a Philadelphia –, grazie soprattutto allo scintillante quartetto di attori che interpretano i Ki-taek. E il cambio repentino di atmosfere rende la satira ancora più graffiante e incisiva, circonfusa di un’ambiguità senza buoni né cattivi, da cui non si salva nessuno.