Le nostre battaglie, la famiglia e il lavoro al tempo della precarietà (recensione)

Il film di Guillaume Senez racconta la storia di un sindacalista lasciato dalla moglie, rimasto solo con due figli da accudire. Un’opera asciutta e commovente, senza manicheismi, in cui mondo degli affetti e del lavoro sono inestricabilmente connessi.

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Le nostre battaglie e 10 giorni senza mamma: curiosamente questa settimana sono usciti contemporaneamente due film, il primo francese, il secondo italiano, dedicati allo stesso tema, quello di un padre che rimane da solo ad accudire i figli. La differenza è enorme, e di qualche imbarazzo per il nostro cinema. Perché quello italiano è un filmetto che colleziona situazioni farsesche sul solito maschio italiano imbranato (Fabio De Luigi in pieno typecasting), una storiella di totale inverosimiglianza su dinamiche familiari e rapporti uomo-donna eternamente uguali a sé stessi.

Quello francese invece, diretto da Guillaume Senez, premio del pubblico all’ultimo Torino Film Festival, è un film che riesce a essere spaccato esistenziale e sociale, pieno di notazioni accurate su un mondo credibile. Gli italiani si chiudono nella favoletta tranquillizzante della nostra assodata immaturità, ridendoci sopra, i francesi indagano il quotidiano in un cinema non manicheo, che ha anche il coraggio della commozione.

Lo stile de Le nostre battaglie è chiaro sin dall’incipit: vediamo in primissimo piano Olivier (Romain Duris), davanti a uno sfondo indistinto che si rivela essere, quando il protagonista esce dall’inquadratura, l’enorme magazzino dell’azienda in cui lavora come operaio, una specie di Amazon in cui ogni tappa del processo di stoccaggio dei prodotti è misurata nel segno della massima efficienza.

Le nostre battaglie, insomma racconta la storia di un uomo, posto subito in primo piano: ma per ritrarlo davvero ne situa la vicenda personale all’interno d’un contesto sociologicamente preciso, che da un lato aiuta a connotarlo meglio, dall’altro lo solleva dalla condizione strettamente individuale e lo rende rappresentante d’una tipologia più generale, d’una classe sociale – o quel che ne resta.

Olivier è anche un sindacalista, che ha a cuore il benessere dei colleghi, senza per questo trasformarsi in un eroe senza macchia e senza paura. Infatti lo vediamo subito fallire – il che è molto realistico –, incapace di evitare il licenziamento d’un operaio dalle conseguenze tragiche. Allo stesso tempo è un padre e marito affettuoso ma piuttosto assente, con l’intero carico della gestione della famiglia, con due bimbi piccoli – credibili, senza ruffianerie posticce – che ricade sulla moglie Laura. La quale un giorno, all’improvviso e senza dir nulla, se ne va.

Da quell’istante Olivier è solo, alle prese con la famiglia e un lavoro sempre più difficili da gestire, tra relazioni affettive e sindacali che finiscono inevitabilmente per annodarsi l’una all’altra. Grazie a questa dialettica tra interiorità emotiva e ritratto d’ambiente, Le nostre battaglie trova una sua voce originale, pur all’interno d’un impianto narrativo tradizionale, non diventando né una corrucciata requisitoria anticapitalista né una storia minimale e ripiegata su sé stessa di mal di pancia esistenziali. Il risultato è un vicenda individuale che rimanda a una condizione più ampia, nella quale è possibile identificarsi e riconoscersi.

Olivier prova rabbia verso la moglie che l’ha abbandonato e contemporaneamente si sente in colpa. E la nuova situazione lo mette pesantemente in discussione: coi figli che ama ma ai quali è incapace di dare le risposte affettive che cercano; con la madre e la sorella, la cui presenza, in mancanza d’una figura femminile, diventa fondamentale, sempre nella conflittualità che i rapporti familiari si portano con sé. Lo pone in discussione anche la dimensione di giovane uomo che misura tanto il peso della solitudine quanto un desiderio ora forzatamente extraconiugale – la sensibilità e la franchezza con cui è raccontata la breve avventura con una collega è ammirevole.

Le nostre battaglie, infatti, si regge tutto sul tono di notazioni non esibite, distillate con tocchi che hanno la grazia dell’autenticità, grazie anche a una camera che pedina documentaristicamente i personaggi mantenendo però la giusta distanza. Basti pensare al modo in cui il fratello maggiore, sentendosi responsabilizzato, dà una mano in casa occupandosi della sorellina, e come lei poi, con un piccolo gesto, sappia restituirgli la medesima attenzione con la dolcezza dell’ingenuità. O come una semplice cartolina possa assumere significati diametralmente opposti, catalizzando le rabbie, il bisogno d’affetto, le frustrazioni di una famiglia che sente al suo centro il peso d’un vuoto che rischia di spezzarne il delicato equilibrio.

Complessi sono anche i rapporti in azienda, dove certo è misurabile l’ipocrisia di relazioni strettamente utilitarie e una precarietà che è oltre la soglia di guardia, ma dove non tutto è univocamente malvagio e ancora esistono orgoglio e dignità del proprio mestiere. Le nostre battaglie si chiude su un finale che suggella una storia senza vinti né vincitori, ultimo tocco d’un film che non addita colpevoli, ma mostra le strategie di sopravvivenza di chi cerca di ritrovare il senso dell’orientamento in un’epoca che ha messo in crisi tanto il lavoro quanto gli affetti.

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