Kingdom Come Deliverance Recensione, un RPG medievale troppo prezioso per fermarsi ai bug

Al termine di un'avventura tra le lande del Regno di Boemia del XV secolo, cerchiamo di analizzare pro e contro di un RPG intenso, prezioso, problematico ma anche rivoluzionario.

10
CONDIVISIONI

Ci sono certe esperienze videoludiche che o le ami o le odi. Non esistono mezze misure, non c’è aggiornamento o contenuto aggiuntivo che tenga per riaccendere la fiamma in una produzione che proprio non si è riusciti a mandar giù, così come al contrario non importa quanto un titolo sia difettoso se l’idea alla base ha qualcosa di rivoluzionario, originale, a tratti epocale per il suo genere di appartenenza. Kingdom Come Deliverance appartiene ai videogiochi che dividono i giocatori in questa dicotomia: sin dal suo lancio, gli utenti si sono schierati prepotentemente a favore o severamente contro la produzione dei ragazzi di Warhorse. Sì o no, dunque? Esprimere un parere oggettivo è difficile davvero, e mai come in questo caso questa affermazione è vera. Il nostro verdetto si schiera nel secondo filone, quello dell’accettare certi compromessi e andare oltre, ma non vale per tutti: in questa nostra recensione cercheremo di raccontare perché Kingdom Come Deliverance è un gioco troppo prezioso per riportarlo sugli scaffali di un negozio, nonostante i problemi tecnici.

Il gioco del Trono

L’idea alla base di Kingdom Come Deliverance è a dir poco sensazionale: un RPG vero, realistico, che cala il giocatore in un medioevo senza magie, senza mostri, senza draghi o altre creature, senza il fantasy. Un Medioevo reale, che fa della ricostruzione storica – e non solo – il suo vero punto di forza, che riesce a creare un’esperienza immersiva a 360°, impreziosita da un gameplay estremamente tecnico e, dulcis in fundo, una scrittura eccelsa. Ma andiamo con ordine: siamo nel XV secolo, nel Regno di Boemia, uno stato imperiale appartenente al Sacro Romano Impero. In questo Regno, ci troviamo nel periodo successivo alla morte di Carlo IV, a cui sul trono succede suo figlio Venceslao: il giovane si rivela, però, incapace di governare, dando adito a complotti e colpi di stato per prendere la corona. Così il fratellastro di Venceslao, Sigismondo, riesce a ordire un golpe, costringendo il monarca ad abdicare e rapendolo, insediandosi così sul trono del Regno di Boemia. È in questo contesto, tra battaglie campali e politiche, che si svolge la nostra storia: ma la trama di Kingdom Come Deliverance parte dai bassifondi della società, non certo dai suoi ranghi più alti.

Henry è un giovane fabbro di Skalitz, che lavora alacremente con suo padre alla corte di Ser Radzig; il nostro svolge il suo lavoro tra una commissione per una spada, scaramucce con gli amici e fugaci esperienze amorose, tuttavia il suo sogno è un altro: imparare l’arte della spada, viaggiare per il mondo e combattere da cavaliere, esattamente come fece suo padre prima di ritirarsi e condurre l’umile vita di un fabbro qualunque. Insomma, è la classica storia di un ragazzo con una vita normale, che vive in un piccolo villaggio ma che cova grandi sogni: ma la sua vita viene sconvolta quando, un giorno, l’armata di Sigismondo invade Skalitz e la rade al suolo trucidando i suoi abitanti, compresi i genitori e diversi conoscenti di Henry, il quale assisterà impotente all’omicidio a sangue freddo della sua famiglia. Riuscito a scampare miracolosamente all’assedio, Henry sarà mosso d’ora in poi da un unico movente: la vendetta. Il protagonista, quindi, inizierà un viaggio che lo porterà a scoprire il mondo che ha sempre desiderato esplorare, conoscendo tutta la crudeltà e le barbarie al di fuori delle grandi città, alla ricerca degli uomini che hanno assassinato i suoi e scalando le gerarchie sociali del medioevo.

Come abbiamo già anticipato, la trama di Kingdom Come Deliverance risulta figlia di un scrittura estremamente attenta, piuttosto semplice nella sua struttura (il ragazzo sempliciotto che, dopo uno sconvolgimento, diventa uomo e intraprende un viaggio nel segno della vendetta) ma coerente, appassionante, con un plot che funziona e che in ogni componente della sceneggiatura – dalle missioni principali a quelle secondarie – evidenzia tutto l’ottimo lavoro esercitato in fase di script e di direzione artistica. Un elemento certamente non da sottovalutare, questo, così come l’elemento ambientale e il contesto storico in cui ci cala la creatura di Warhorse: come detto, in Kingdom Come Deliverance non c’è spazio per magie, rune, creature o elementi soprannaturali, ma tutto è asservito a un profondo realismo, un’esperienza ai limiti della simulazione che tuttavia non si risparmia anche di raccontare una buona storia e di immergere totalmente il giocatore nel medioevo crudo e brutale del XV secolo, nel quale anche una passeggiata tra i boschi può trasformarsi nell’imboscata di un gruppo di briganti. Ogni passo che si compie nella mappa di gioco, grande ma non esageratamente vasta – in verità, con un’estensione piuttosto giusta per la sua struttura ludica e per la storia che vuole raccontare – immerge sempre di più nell’atmosfera medievale: dagli elementi più generici, come la ricostruzione del mondo di gioco, a quelli più particolari, come la struttura urbana di villaggi e città, i costumi, i modi di vivere, i dialoghi e le attività. Kingdom Come Deliverance è il Medioevo nella sua forma più pura, senza ombra di dubbio il videogioco più importante di sempre in termini di immersione nel suo contesto storico, politico e culturale – non è un caso, in effetti, se si parla di scuole e università che hanno deciso di mostrare il titolo nelle aule durante le ore di lezione.

 

Vita medievale

L’altro cuore pulsante di Kingdom Come Deliverance è ovviamente il gameplay, e arriviamo qui alla situazione più spinosa e complicata dell’intera produzione: l’RPG action in prima persona di Warhorse non è realistico solo nella sua ambientazione, ma anche in ogni singola meccanica di gioco. Riassumere il senso di tutto ciò non è facile, data la vastità di elementi che contribuiscono a rendere il gioco tale: non c’è una singola feature, tanto nel gameplay esplorativo quanto in quello da combattimento, che non tenga conto di parametri e situazioni che, nella vita reale, condizionerebbero le statistiche fisiche o psichiche di un individuo. Ecco perché la barra della salute va di pari passo con la stamina e con le statistiche primarie, sulle quali eserciteranno una forte influenza fattori come il sonno, la fame e così via: se farete rimanere Henry a digiuno le forze del protagonista verranno meno, determinando un drastico calo della sua salute, mentre non farlo dormire causerà una diminuzione della stamina.

Ma non è certo finita qui, poiché se ad esempio mangerete del cibo avariato è molto probabile che finirete per avvelenarvi, così come se una ferita rimane aperta per troppo tempo e la lascerete a sanguinare andrete inesorabilmente vicini alla morte per emorragia. Ma vi abbiamo elencato soltanto alcuni degli elementi maggiormente di spicco di cui tener conto nel gameplay di Kingdom Come Deliverance: ogni azione che compirete – dai dialoghi al combattimento, passando per il cavalcare fino alla conoscenza di libri, cibi o prodotti medicinali – contribuirà anche ad aumentare le statistiche di Henry, così come a sbloccare alcune perk per accrescerne di altre in uno skill tree piuttosto semplice ma essenziale per tenervi sempre al passo contro nemici e situazioni sempre più ostici. E poi c’è ovviamente l’equipaggiamento, che potrà essere composto per più strati, che tiene ovviamente conto di un peso massimo – espandibile con i punti abilità, e che a sua volta modificherà in qualche modo le statistiche del protagonista: ma utilizzare una spada senza l’abilità, l’agilità o la forza necessarie non vi permetterà neanche di sfruttare al meglio le potenzialità di quell’arma.

E ancora, c’è il sistema di combattimento, apparentemente semplice nell’esecuzione ma estremamente tecnico da padroneggiare: il combat system di Kingdom Come Deliverance si basa sugli stilemi e sulle movenze della vera scherma medievale, proponendo quindi un mirino “a stella” che permette di indirizzare i colpi verso le cinque punte, che corrispondono a una posizione diversa del corpo dell’avversario. Aggiungendo a ciò un sistema di parate e schivate da attivare con il giusto tempismo, e l’ovvio consumo della stamina a ogni colpo vibrato o a ogni fendente incassato, tirare di schema in Kingdom Come Deliverance non sarà semplice, e la cosa diventa ancora più ostica in presenza di un gruppo più folto di nemici.

Un’esperienza problematica

E qui veniamo ad elencare quelli che, purtroppo, sono i numerosi difetti della produzione. A partire proprio dal sistema di combattimento, che risulta sostanzialmente legnoso e problematico quando bisogna approcciare più di un nemico, finendo col rendere i duelli eccessivamente frustranti piuttosto che ricreare le movenze e il tecnicismo imposto dalla scherma medievale; seguire la trama di Kingdom Come Deliverance non sarà neanche semplice e metterà alla prova i giocatori meno pazienti, poiché la sceneggiatura si dipana nel corso di circa 50 ore di gioco con estrema lentezza, portando il giocatore nei panni di Henry a viaggiare in lungo e largo per trovare un individuo, salvo poi spezzare le indagini in più punti, in corrispondenza dei quali si attiveranno successivi e ulteriori incarichi e così via.

È una scrittura, quella del gioco di Warhorse, che si presta facilmente alla confusione e, per chi si aspettava un ritmo diverso, a tratti anche ai limiti della noia. Ma ad essere principalmente discusso di Kingdom Come Deliverance è il comparto tecnico: sin dal lancio, prima della pubblicazione di svariate patch correttive – tutte piuttosto pesanti, peraltro – l’RPG di Warhorse ha sofferto di gravi e vistosi problemi tecnici, dai più consueti bug a un frame rate disastroso, tutti elementi che in alcuni casi hanno compromesso la giocabilità del titolo o addirittura l’avanzamento nel corso di alcune missioni principali. Problemi certamente molto gravi, che hanno costretto parte dell’utenza, scoraggiata, ad abbandonare il titolo, magari riportandolo in negozio, frustrati dall’esperienza problematica che il comparto tecnico evidentemente debole della produzione gli ha riservato. Lungi da noi giudicare chi ha compiuto questa scelta: non tutti possiedono la pazienza o la flemma necessaria a spingersi oltre certi problemi, cercando di trarre il meglio da ciò che una produzione offre senza soffrirne particolarmente.

Questa è una delle sfaccettature del mercato, e bisogna farci i conti: tuttavia, a parer nostro, sarebbe un delitto condannare un gioco sì problematico, ma che si fa portatore di una filosofia tutta sua, che propone un’ideologia di gioco preziosa, importante, rivoluzionaria per certi versi. Quel che vuole essere Kingdom Come Deliverance è un’esperienza unica nel suo genere, che sacrifica la semplicità o l’immediatezza di un RPG action più guidato e meno dispersivo ma che vuole piuttosto immergere il giocatore nella quotidianità del suo tempo: l’esperienza complessiva si attesta sì intorno alle 50 ore, ma sono molte di più quelle che invero potrebbero esser spese in giro per il Regno di Boemia, anche soltanto nel perdersi nella totale immersività del mondo medievale costruito da Warhorse, nelle sue piccole routine quotidiane scandite dal giorno e dalla notte, dal sonno e dalla veglia, dai pasti e dall’igiene, dai dialoghi ai combattimenti. È questo il nostro consiglio finale a tutti i giocatori, che siano appassionati folli degli RPG al punto da essere riusciti a scendere a patti con i problemi tecnici di KCD o che siano i detrattori che sono stati capaci di accettarli: prendetevi i vostri tempi, come abbiamo fatto noi, non catapultatevi nella corsa più veloce possibile al termine della storia o del Trofeo più ambito, perché non è questa la filosofia di cui vuol farsi portatore Kingdom Come Deliverance. Vivete l’avventura di Henry, piuttosto, un passo alla volta, un giorno alla volta, lasciatevi coinvolgere dalla sua quotidianità medievale, dai boccali di birra nelle locande, dal gioco d’azzardo, dalle donne nei bagni, dai briganti che tenteranno di assalirvi, dal ritmo scandito dall’incessante avanzare degli zoccoli del vostro cavallo, galoppando nel verde delle vegetazioni o nel grigio dei castelli di un mondo più vero che mai.

Conclusioni

Kingdom Come Deliverance è stato uno dei videogiochi più chiacchierati nel suo periodo di lancio e, ancora una volta, ci troviamo di fronte un’esperienza che ha diviso fortemente il pubblico. Tra detrattori e difensori dell’opera di Kingdom Come Deliverance, noi ci poniamo nel mezzo, ma leggermente inclini verso la seconda fazione: la storia di Henry è un’esperienza che riesce ad amalgamare una scrittura lenta ma estremamente precisa agli elementi fondanti di un’opera di simulazione. In questo caso, simulazione della quotidianità del suo tempo, quello della Boemia medievale del XV secolo: Kingdom Come Deliverance è un gioco che ha bisogno dei propri tempi, che va vissuto un giorno per volta, con calma e serenità, assorbendo man mano tutti gli elementi incredibilmente realistici che, dall’ambientazione, si riflettono nel gameplay e che rendono l’opera di Warhorse un RPG come nessun altro lo è mai stato, privo di elementi fantasy e ricco di tecnicismi, in cui finanche mangiare o dormire diventa una caratteristica fondante del gameplay. I problemi tecnici e le perplessità non mancano, ma ridurre Kingdom Come semplicemente a un gioco “pieno di bug”, e per questo ingiocabile, sarebbe un delitto gravissimo.

Pro

  • Trama ben scritta
  • Gameplay tecnico come nessun RPG prima d’ora
  • Immersione totale nella quotidianità medievale

Contro

  • Certi tecnicismi rendono l’esperienza ostica
  • Comparto tecnico estremamente problematico

VOTO FINALE: 8/10

 

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