Il potere magnetico della musica va oltre lo sballo

La musica potrebbe essere lo strumento per innalzare il livello culturale della nostra società e per allontanare le nuove generazioni dalla cultura dello sballo

Uno dei fenomeni più preoccupanti, fra quelli che interessano il variegato e inquieto mondo giovanile, è l’assunzione di medicinali a scopo “di sballo”. Proprio in questi giorni le autorità sanitare hanno rivelato come un numero crescente di ragazzi vada a caccia di quei prodotti farmaceutici – vedi ad esempio gli analgesici o gli sciroppi e le gocce per la tosse che contengono codeina derivata dall’oppio – per sperimentare, in combinazione con altre sostanze e con gli alcolici, cocktail dal forte effetto stupefacente.

I contesti preferiti per il consumo di questi mix sono, neanche a dirlo, le discoteche e i raduni, oppure, in epoca di restrizioni Covid, le feste private più o meno affollate. Ancora una volta è emerso come il consumo di droga avvenga nei luoghi e nelle occasioni in cui si fa o si ascolta musica, mentre inchieste giornalistiche hanno evidenziato come le sostanze psicotiche d’origine farmacologica siano spesso citate nei testi di nuovi cantanti presenti sul mercato discografico, e alla portata anche dei giovanissimi. Quegli artisti che si compiacciono di raccontare un mondo nichilista nel quale il divertimento è l’unico obiettivo concepibile, e l’emozione è qualcosa che – soldi alla mano – si può sempre comprare.

I fenomeni sociali sono influenzati da molti fattori, ma bisogna ancora una volta riconoscere che la musica ha un potere magnetico sul pubblico, coinvolge emotivamente, propone modelli di comportamento, conferisce una forma estetica al vissuto più comune. Dunque, se dalla musica vengono stimoli pericolosi, soprattutto per le nuove generazioni, è sulla musica che si dovrebbe investire per ampliare gli orizzonti, offrire modelli alternativi, far crescere il livello culturale e la produzione artistica come beni d’interesse pubblico, indipendentemente dalle logiche commerciali che in questo momento sembrano premiare solo alcuni generi e alcuni stereotipi.

In ogni epoca storica i governi più intraprendenti hanno saputo mettere in campo piani articolati per lo sviluppo delle discipline artistiche. Alla metà degli anni Trenta, per uscire dalla profonda crisi sociale seguita al crollo dell’economia, l’America di Roosevelt diede vita ad un gigantesco programma di investimenti pubblici per le attività culturali, in parte destinate proprio a prevenire fenomeni di devianza presso i giovani e le fasce più emarginate della popolazione. Una parte cospicua di questa strategia fu gestita nell’ambito del Federal Arts Project, che destinò un quarto dei fondi disponibili (in totale oltre 27 milioni di dollari dell’epoca) al Federal Music Project, che finanziava produzioni musicali, attività concertistiche e iniziative didattiche come quella di insegnare il canto ai ragazzi delle fasce sociali a rischio.

Al culmine della sua realizzazione, il New Deal della musica dava sostegno diretto a 16 mila musicisti, gestiva 125 orchestre e 135 bande, e garantiva il finanziamento pubblico ad oltre 30 fra gruppi corali e compagnie operistiche. Un investimento possente, al quale si aggiungevano campagne per l’accesso ai teatri e alle arene musicali a prezzi popolari. Insomma, in tempo di crisi economica e sociale, lo Stato aveva investito le proprie risorse per dare voce all’arte e promuovere valori positivi.

La musica di qualità sarebbe anche oggi, e in modo particolare nel nostro Paese, un presidio fondamentale, una forma di partecipazione attiva alla vita civile.

È a dir poco strano che in un momento come quello attuale, in cui si invoca un ritorno massiccio agli investimenti pubblici, si promettono sovvenzioni a pioggia, si concedono redditi permanenti in nome della pura e semplice solidarietà, nessuno voglia ragionare sulla possibilità di un robusto investimento nell’arte e nella formazione musicale che darebbe – questo sì – benefici sicuri alla collettività. Se ha avuto senso pensare ad un “reddito di cittadinanza”, a maggior ragione avrebbe senso pensare ad una sorta di “musica di cittadinanza”, una politica di sostegno vero agli artisti e ai professionisti di questo settore, che possa dare respiro all’arte e sottrarla alle logiche meramente commerciali, con ricadute positive anche in termini sociali. Fare musica e sostenere la qualità della produzione musicale – questo andrebbe compreso – può essere costoso, ma non è mai improduttivo.