Con La Zero, la bellezza va sempre esibita

Ascoltate La Zero, cantautrice partenopea e finalista di Musicultura 2020, io ne sono rimasto estasiato. Per fortuna la bellezza in musica esiste ancora!

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Giorni fa sono andato con mia moglie a fare una gita a Venezia. Lo so, ultimamente parlo spesso di cosa ho fatto con mia moglie, è che nel mondo della musica non succede più nulla, ricorrere a episodi di vita familiare mi viene facile, e per me, in questi giorni di luglio, i figli al mare dalla nonna, vita familiare significa quasi sempre e solo io e mia moglie. Siamo andati a fare una gita a Venezia per motivi che, Venezia a parte, sono molto semplici e molto contemporanei, attuali. Siamo in una fase piuttosto anomala della nostra vita, non parlo della vita di noi due, io e mia moglie, ma di tutti noi, cioè noi, io e mia moglie, voi che leggete e anche quelli che non leggono, un noi globale, che riguarda il mondo intero. Il Covid19, infatti, ci ha tenuti tutti, chi più chi meno, agli arresti domiciliari per un periodo piuttosto lungo di tempo, specie in Italia, e ancora oggi, parlo dell’Italia, certo, ma con uno sguardo al resto del mondo, non ce lo siamo affatto lasciati alle spalle.  Cioè, in Italia le cose vanno meglio, è un dato di fatto, rassicurante, e seppur con l’obbligo morale di tenere alta la guardia, iniziamo a riaffacciarci alla vita di un tempo, o almeno è a quella che vorremmo tutti tendere, altrove la questione è diversa, da qualche parte si sta decisamente meglio che da noi, appena sfiorati dal virus, altrove sono tuttora nella merda, e le soluzioni sembrano non essere ancora all’orizzonte. Questo fa sì che l’Italia, nazione decisamente votata al turismo, specie al turismo internazionale, vuoi per la quantità impressionante di opere d’arte e musei che ospitiamo, siamo pur sempre la nazione che ha dentro i propri confini, appunto, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Siracusa e tante altre bellezze architettoniche, vuoi per le bellezze naturali, il mare, le montagne, le colline. Insomma, un mix ben riuscito, non certo merito nostro, o non del tutto, che attira ogni anno milioni di turisti, anche perché da noi si mangia anche bene, molto bene, il clima è di quelli gradevoli, la gente accogliente e simpatica. Quest’anno, però, le cose stanno andando diversamente, molto diversamente. Lo dico nella speranza che sia solo una falsa partenza, l’estate è ancora lunga, abbiamo ancora diverse settimana davanti, ma di fatto, questo ci dicono le cronache e anche quella versione più veritiera e immediata di cronaca che viene fornita dai social, di gente in giro ce n’è molta meno del solito. Certo, le spiagge sono piene di gente, assembramenti ovunque, li abbiamo visti tutti, ci siamo spaventati tutti, chi più chi meno, ci siamo anche fatti girare tutti le palle, sempre chi più chi meno, ma spesso sono quegli abitanti delle grandi città, specie delle grandi città del nord, Milano in testa, che hanno ovviamente approfittato dello smart-working, della cassa integrazione o comunque di una situazione di lavoro sospeso, per tornare nella propria terra natale, sfruttando almeno le bellezze naturali e certe comodità del caso, oltre che di un costo della vita decisamente più agevole, ma di turisti, specie di turisti stranieri, se ne vedono pochi. Ci si accorge di ciò, quindi, soprattutto nelle città d’arte, e ci metto anche Milano, che negli ultimi anni aveva scalato la vetta delle città più visitate dai turisti. Il grande deserto. Niente code per entrare nei musei. Mezzi pubblici praticamente vuoti. Niente gente in giro a farsi i selfie. Ristoranti, bar, negozi deserti come ci si trovasse in qualche landa desolata decisamente meno appetibile. Un brutto spettacolo, a fare da cornice a uno spettacolo decisamente più bello, quello delle nostre città d’arte, appunto, senza troppa calca, visitatori, turisti che vociano e si fanno le foto. Quest’ultima frase, decisamente molto sgradevole e cinica, sarebbe quella che io e mia moglie ci saremmo potuti dire decidendo di andare a fare una gita a Venezia, in una domenica di luglio, lo sarebbe se ancora prestassimo credito a media e social. Certo, avevamo visto foto fatte da nostri conoscenti in scenari anomalissimi, niente persone nei punti più panoramici, avevamo letto le dichiarazioni allarmanti di ristoratori e alberghieri sia di Venezia che degli altri luoghi su menzionati, ma pensavamo, in fondo un po’ lo speravamo pure, fosse una esagerazione. Anzi, fosse la solita esagerazione cui ci siamo ormai abituati, quell’attitudine lamentosa che fa sì che noi italiani, sì, allargo il discorso un po’ a tutta la nazione, siamo soliti fare per pietire aiuti da parte dello stato, per giustificare, magari, certi aumenti messi in serbo da ristoratori e albergatori, insomma, il solito menu che siamo abituati a trovarci di fronte. Ciò nonostante, eravamo soli, io e lei, abbiamo preso la macchina e siamo partiti per Venezia. Alla peggio avremmo fatto un bagno di folla in una città bellissima, del tutto intenzionati, siamo prudenti, a non mollare le nostre mascherine seppur non siano più obbligatorie, almeno all’aria aperta, in Veneto. Già l’autostrada ci ha fatto intuire che però stavolta non eravamo di fronte a una esagerazione a beneficio di camera, perché di macchine, seppur di domenica e con un bel tempo previsto per tutto il giorno, ce n’erano pochine. Al parcheggio, invece, la difficoltà fatta a trovare posto ci ha fatto momentaneamente ricredere, probabilmente a nostra insaputa avevamo fatto una partenza intelligente, ma Venezia l’avremmo trovata piena come il tradizionale uovo.

La faccio breve, per tutta la giornata abbiamo passeggiato per una città semideserta. Non abbiamo dovuto attendere un minuto per fare pranzo in una delle più note cicchetterie del centro, a due passi da Rialto, non abbiamo mai trovato resse o code, neanche in piazza San Marco, spesso, molto spesso, ci siamo trovati a girare per strade, lì del centro, senza incrociare anima viva. Abbiamo anche chiacchierato con esercenti, che hanno descritto una simile situazione sin dalla fine del lock down. Zero clienti, zero turisti, il rischio di chiusura, specie considerando che in precedenza, a novembre, l’acqua alta aveva già allontanato i turisti, dietro l’angolo.

I pochi turisti presenti, tutti stranieri, come noi si sono trovati di fronte uno spettacolo inedito, perché in tante volte che venivo a Venezia mai mi era capitato di vederla così vuota, neanche in pieno inverno e con un tempo di merda. Una gran bella gita, quindi, una turista che abbiamo sentito chiaramente, parlava a volume altissimo, come fosse il capoultras di una curva particolarmente facinorosa, ha più volte detto “Thank You Coronavirus”, proprio per specificare l’unicità di questa condizione, ma a differenza dell’hooligan in question, lo confesso, ho provato un senso di malinconia che poco si addiceva alla giornata particolarmente assolata, a un cielo celeste come non ne vedevo, appunto, dal lock down, e al fatto che ero con mia moglie a passeggio per una delle città più belle del mondo, se non nella più bella. Il fatto è, credo, e lei crede con me, che la bellezza non andrebbe mai assaporata da soli. Non c’è particolare gusto, a non condividerla con gli altri, anzi, con tutti gli altri. Certo, la assenza di resse è obiettivamente un vantaggio, perché ti permette di vedere e gustarti cose e momenti che altrimenti sarebbero stati tirati via e poco godibili, ma provate a fare con me astrazione dalla contingenza, non è di Venezia che intendo parlarvi ora, la bellezza andrebbe fatta circolare il più possibile, andrebbe condivisa usata anche per abbattere la bruttezza, usata per curare i mali, per avvolgerci le nostre anime, specie in questo momento così difficile.

Ora, non essendo possibile qui, su due piedi, rendere Venezia visitabile per tutti, ci sono ancora tutte le difficoltà del caso, da quelle negli spostamenti a quelle economiche, passando per quelle logistiche, direi che quello che io, nel mio piccolo, e se dico nel mio piccolo è solo per dissimulare una modestia che, in realtà, non è esattamente una delle mie peculiarità principali, posso fare è mostrarvi un po’ di bellezza che potete “consumare”, che brutto verbo, da casa, così da lenire la malinconia che, immagino, il mio racconto avrà fatto riemergere in voi. Sì, perché se dopo tutto questo periodo non siete anche solo un po’ malinconici, temo, siete degli insensibili che, per dirla con Raymond Carver, non riconoscerebbero l’amore neanche se si alzasse e ve lo mettesse in culo.

Ecco, la bellezza che voglio sottoporvi, quella che spero sia sufficiente a fare da balsamo per la vostra anima, mai espressioni mi sembra più idonea, e se dico “spero” è più facendo riferimento al dubbio che voi siate in condizioni ottimali per intercettarla, magari sfiniti da questo periodo non proprio felice, perché di bellezza assoluta parlo e a sentirla non si può che convenire con me, e rimanerne colpiti al cuore.

C’è che ho ascoltato La Zero, finalista al prossimo Premio Musicultura, e ne sono rimasto estasiato. Ora, lo so, vi conosco bene, qualcuno avrà già inarcato il sopracciglio, perché parlare di estasi e bellezza andando a raccontare dell’ascolto di una artista che si muove nel mondo della musica leggera potrebbe essere tacciabile di esagerazione, di enfasi, di sproporzione. Ma, ovvio che c’era un ma, invitandovi a andare direttamente alla sorgente, quindi a ascoltare le canzoni de La Zero, ci terrei a sottolineare come la bellezza e l’arte necessitino appunto di un linguaggio consono, rispettoso, appropriato. La bellezza è bellezza, e induce appunto l’estasi. Combatte il brutto, non necessariamente il brutto nell’arte, anzi, non è affatto a quello che si contrappone, quanto più il brutto del mondo, della vita, del contemporaneo. Quando si dice, anche lì giocando di enfasi, la bellezza salverà il mondo si dice qualcosa di sacrosanto, che bisognerebbe sempre tenere a mente, specie quando tendiamo a trattare l’arte come fosse un prodotto qualsiasi, un paio di scarpe, un frigorifero. L’arte può anche diventare un prodotto, le canzoni si scaricano, generano in qualche modo economia, ma non sono un prodotto e trattarle come tale è un errore grossolano, avvilente.

Sia come sia, La Zero, cantautrice campana con alle spalle un passaggio a Sanremo Giovani nel 2018, con Nina è brava, canzone intensa e evocativa, intrisa di tragedia e di toni scuri, è esattamente questo, latrice di bellezza in musica. E quando si vede la bellezza, è un dovere morale, tocca fermarsi e mostrarla a chi magari passa distratto, assorto nei propri pensieri, avvolto da un manto di bruttezza.

Partiamo dalla coda, quindi, o quasi, partiamo da Mea Culpa, la canzone con cui, appunto, è finalista di Musicultura 2020, di scena allo Sferisterio di Macerata tra il 24 e il 29 agosto. Si tratta di una ballad molto intensa, per certi versi teatrale, nella quale La Zero, passando dall’italiano al napoletano, racconta una storia tragica, quella di un amore impossibile, tra una suora e un uomo, amore che porterà al concepimento di un figlio, fino alla scelta estrema del suicidio. Un brano cantautorale puro, come raramente capita di sentire di questi tempi così votati alla velocità e alla facile impressione del Like. La Zero coraggiosamente si confronta con la forma canzone e, forte anche di una decennale esperienza di attrice, interpreta una canzone che si va a iscrivere alla lunga storia della musica alta italiana.

Ma La Zero è una artista poliedrica, se non fosse già passato dalle mie parole forse è il caso di ribadirlo esplicitamente, bellezza, appunto, e un brano come San Lorenzo, insieme a Nina è brava parte dei suoi primi passi in musica, quando, dice lei, ancora non era del tutto consapevole, San Lorenzo, altro singolo della sua giovane carriera musicale, è invece una virata in campo pop puro. Un pop elettronico, almeno nei suoni, forte di una scrittura originale, oltre che di una interpretazione potente. Interpretazione potente, vivida, che è un po’ la sua matrice, il suo marchio di fabbrica, riconoscibile anche nel suo continuo giocare curioso tra i generi.

Ma il nuovo corso, quello che la porterà lì sul palco dello Sferisterio, è iniziato con Abracadraba, con un featuring di Livio Cori, il vero gioiello di questa prima manciata di brani. Una canzone nella quale, in virtù della magica formula che regala il titolo al brano, la protagonista, una donna, si reimpossessa della libertà spesso negata alle donne. Una canzone nella quale suoni urban e tipiche sfumature napoletane si fondono, del resto la musica partenopea è da sempre a stretto contatto con quella d’oltreoceano, ma nella quale il testo ha un peso importante, sorta di rito voodoo atto a scacciare gli spauracchi di un mondo maschilista e prevalentemente maschile. Un brano dalla forte carica sensuale, come anche il video che l’accompagna, dove La Zero decide di giocare col proprio corpo come, ne abbiamo parlato parecchie volte, non capita quasi mai di vedere in Italia, se non per certe scorciatoie prese da nomi sprovvisti d’arte. Forma e sostanza, mai come in questo caso coincidenti.

In mezzo, tra Abracadabra e Mea Culpa, gli Occhi, altro brano che gioca su un continuo passaggio tra italiano e napoletano, anche musicalmente, ballata che mette in campo le sfumature arabeggianti e spagnoleggianti tipiche di certe canzoni partenopee. Con un video di accompagnamento, anche stavolta, molto evocativo, molto fisico, lei a cantare con un ragazzo nudo che le si avvinghia, a letto, come nella nota foto di John Lennon e Yoko Ono. Perché questa del corpo è una parte fondamentale dell’immaginario Lazeriano, è evidente, come la volontà continua di stupire, di mettere carne al fuoco, riuscendo nel tentativo arduo di non bruciarla, anzi, di cuocerla a puntino, l’estetica che si fonde con la poetica, come in fondo sembra essere in quei progetti femminili destinati a venire fuori dal magma di sommerso. Ora, poi, a questi brani, tutti molto a fuoco, bellezza messa in bella vista, arriva Amaritudine, in compagnia della cantante andalusa Nya de La Rubia. Brano che punta più al pop, è dichiarato, ma senza tradire una ricerca per la qualità, sentite come si impastano le due voci, coerenti con la storia raccontata, e anche per la costruzione di un immaginario personale e complesso. Stavolta la storia raccontata è quella d’amore tra una sirena spiaggiata e una donna, e le immagini che accompagnano i suoni andalusi del brano, brano che si affaccerà anche al mercato spagnolo, ne sono perfetto contraltare. Ancora una volta il corpo usato per scardinare le piccole recinzioni che mettiamo tra noi e l’immaginazione.

Una epifania, l’aver incontrato La Zero. E come per i Re Magi e i pastori, una Epifania non può che essere cantata a gran voce, fatta sapere a tutti. La Zero c’è, cercatela, ascoltatela, amatela. Evviva.

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