Lost In Translation, ovvero quel che resta della commedia romantica negli anni Duemila

Alle ore 21 su Iris l'opera della consacrazione di Sofia Coppola. Il film giusto al momento giusto, che aggiorna il tema dell’incomunicabilità all’era della globalizzazione. Indimenticabili Bill Murray e Scarlett Johansson

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Pochi film nel nuovo millennio sono diventati proverbiali come Lost In Translation, uscito nel 2003. Fu un successo sorprendente: benché figlia del regista del Padrino e Apocalypse Now, Sofia Coppola era allora poco più che una esordiente, con un solo film all’attivo (Il Giardino Delle Vergini Suicide). Ma questo quintessenziale indie movie si tradusse in un fenomeno globale da 120 milioni di dollari al botteghino. Capace di collezionare moltissimi premi, tra cui anche quattro nomination all’Oscar, con la Coppola prima donna americana della storia a ottenere la candidatura per la miglior regia, vincitrice anche della statuetta per la sceneggiatura originale.

Lost In Translation è il film giusto al momento giusto: fotografa lo spirito del tempo nel passaggio al nuovo millennio, sintetizza e aggiorna il tema dell’incomunicabilità all’era della globalizzazione. Grazie anche a un titolo geniale, che condensa in una formula fulminante l’angoscia sottile che attanaglia i cittadini di un mondo non più a misura d’uomo, nel quale l’esistenza condotta su scala planetaria ha sottratto alle persone i tradizionali e rassicuranti punti di riferimento necessari per ancorarsi a una realtà riconoscibile ed emotivamente gestibile.

Lost In Translation

Il modello di partenza di Sofia Coppola è, volutamente, il classico Breve Incontro, con l’incrociarsi casuale di due solitudini. Bob Harris (Bill Murray) è una stella del cinema cinquantenne sulla china discendente della carriera, per questo ha accettato di fare il testimonial, ben pagato, d’un whisky giapponese, arrivando a Tokyo per girare uno spot. Charlotte (Scarlett Johansson), poco più che ventenne, fresca laureata in filosofia e con un’idea nebulosa del proprio futuro, è in Giappone a seguito del suo giovane marito (Giovanni Ribisi), lanciatissimo e superimpegnato fotografo di band musicali.

Bob è sposato da molti anni invece, con due figli di cui tende a dimenticare il giorno del compleanno. Intanto riceve dalla moglie pacchi con i campioni della moquette per scegliere il colore giusto per la loro nuova casa. Charlotte, semplicemente, non sa bene che fare, passa il tempo guardando la megalopoli dall’alto del suo hotel di lusso oppure gironzola per la città alla ricerca di qualcosa di autentico, tra santuari, ikebana e geishe. Entrambi, dettaglio importante, soffrono di insonnia. Per questo si potrebbe quasi dire che Lost In Translation è il racconto di due persone che osservano il mondo attraverso il filtro di un perenne intorpidimento, che è lo specchio della loro distanza dalle cose.

Inevitabile che queste due vite si incrocino. Sofia Coppola però non ha fretta, asseconda per mezz’ora buona il girovagare inconcludente di Bob e Charlotte finché, con una naturalezza che aspira all’autenticità di un momento non prescritto da una sceneggiatura ferrea, si incontrano. Ma se fino a quel momento “non accade nulla”, così è anche dopo. Niente baci, nessuna passione travolgente. Il film segue, a partire dai colori trattenuti d’una fotografia eterea, una linea di bassa intensità emotiva, raccontando sentimenti ovattati e inespressi, che faticano a trovare, prima ancora che una palese manifestazione all’esterno, una chiara consapevolezza interiore nei personaggi. Che non hanno mai l’aria di essere completamente decisi né consci di quel che vogliono e desiderano.

Lo stile di Lost In Translation è frammentato e casuale come le vite dei protagonisti, in un racconto non lineare che accumula momenti irrelati che non progrediscono verso un finale rasserenante. Bob e Charlotte a Tokyo si frequentano, vanno alle feste, si esibiscono nell’immancabile karaoke, condividono il letto, restando sempre però a distanza di sicurezza. Forse perché non sanno bene cosa provano. Forse perché la disillusione li ha condotti a un cinismo senza aspettative. O, più probabilmente, perché è maggiormente redditizio non spendersi troppo, per non rischiare di essere troppo infelici, o troppo felici. Perciò, Bob e Charlotte restano al di qua delle cose: tutelati da schermi che li separano dalla realtà, siano i finestroni del confortevole ma artificiale albergo o il finestrino del taxi da cui Bob, ancora intontito dal jet lag, guarda interrogativo le luci della megalopoli.

Sarebbe impossibile immaginare due protagonisti diversi per Lost In Translation: Bill Murray, l’interprete cui la Coppola pensava mentre scriveva il film, è perfetto, regala al personaggio la natura paradossale della sua arte recitativa, che da sempre si fonda sull’essere fuori posto e lontano dalle cose, come se non gli riguardassero né potessero lasciare tracce profonde su di lui. Scarlett Johansson invece, giovane e non ancora diva, rende con partecipazione le incertezze e gli smarrimenti della sua età. Funziona anche la chimica tra i due, giocata su sentimenti trattenuti e mai esplicitamente sessuale.

Lost In Translation è un film che può anche irritare. Per la sua aria da cinema indipendente modaiolo, con la fotografia sfumata e la colonna sonora ruffiana e malinconica. Per il modo stereotipato con cui rappresenta la cultura giapponese – anche se si potrebbe dire che quello è lo sguardo dei personaggi, e non di Sofia Coppola, su quel mondo. Sia quel che sia, però è impossibile non riconoscere che questo è il film che ha stabilito le coordinate dell’unica commedia romantica possibile nel terzo millennio. Un’epoca in cui l’autentico romanticismo pare tramontato. Un film, dunque, che è il racconto di un’assenza.