Una Vita da Bomber di Vieri, Ventola e Adani il tormentone che non avremmo mai voluto sentire

Avevamo sperato che almeno per quest'estate post Covid-19, i tormentoni ce li fossimo tolti dai cog**oni

3 Luglio 2020 di


Siamo a luglio, è estate, tempo di tormentoni.

Questa è una estate strana, quella del post-Covid19, avevamo tutti sperato almeno i tormentoni ce li fossimo tolti dai cog**oni una volta per tutti.

Ci siamo sbagliati, succede.

Siamo a luglio, è estate, provo a inquadrarla sotto un altro punto di vista. David Foster Wallace, nel suo reportage Una cosa divertente che non farò mai più, a un certo punto racconta di come ci si ritrovi, a una certa età, a fare cose che da giovani non solo non avremmo mai fatto, ma non avremmo mai neanche immaginato di poter fare. Non parlo di alzarsi per pisciare più di una volta per notte, David Foster Wallace si è suicidato prima di arrivare a quell’età nella quale le reni resistono meno a lungo. No, David Foster Wallace dice che, durante quella crociera divenuta per lui motivo per parlare della vita e tutto il resto, come suo costume, si è ritrovato a ballare con un dito puntato verso il cielo quelle canzoni che in gioventù mai avrebbe ballato puntando un dito verso il cielo, chiaramente una citazione di John Travolta che balla puntando un dito verso il cielo ballando nel film La febbre del sabato sera.
Ho cinquantuno anni. Mi alzo almeno una volta per notte per pisciare, se ho bevuto molto a cena, a volte, anche due. Continuo a non ballare musica che mi faceva cagare da giovane, e non alzo dita verso il cielo.
Da giovane, però, ostentavo quella che pensavo fosse la mia cultura, chiaramente dimostrando di non averne a sufficienza. Ho già raccontato, da queste parte, di come passai la serata della finale del Mondiale di Calcio del 1994, il Mondiale USA, scontro tra il Brasile di Romario e l’Italia di Baggio, guardando il Film Rosso di Krzysztof Kieslowski al cinema all’aperto ospitato nel castello di Falconara Marittima, costringendo l’allora mia fidanzata, nonostante questo ora mia moglie, e il proiezionista a fare altrettanto, non credo serva molto da aggiungere. Certo, amavo confondere chi avevo di fronte, proponevo una cover di una semi sconosciuta Laura Pausini alla mia band punk hardcore, gli Epicentro, andavo ai primi raduni hip-hop della mia città ostentando capelli lunghissimi e impermeabile bianco, facevo l’obiettore per la Caritas e manifestavo per l’anniversario della Settimana Rossa in testa a un corteo anarchico, ma tutti quei gesti erano ascrivibili a un mio essere postmoderno senza saperlo, nel senso che non sapevo ancora che qualcuno aveva decodificato quei gesti e quel linguaggio, sempre quindi a esibire la mia cultura mi trovavo.
Se qualcuno, quindi, mi avesse proposto di andare a vedere un film d’azione al cinema, per non dire di una di quelle commedie stupide che forse già all’epoca chiamavano Cinepanettoni, non ricordo bene quando si è cominciato a chiamarli così, lo avrei mandato a cagare.
Ora, a questo punto, per dare un senso a questa mia premessa, senso che userebbe il mio aver citato David Foster Wallace e Krzysztof Kieslowski come una armatura dietro la quale nascondere un corpo assolutamente vulnerabile, il mio, dovrei dire che ora, superati i cinquantuno, passo le giornate a guardare Fast and Furious e i film della premiata ditta Boldi- De Sica, così non è.
Sono pur sempre un intellettuale, e, non me ne voglia Marco Giusti, mi risulta difficile sdoganare proprio tutto.
Sono però passato, lo confesso, in quella quantità di ore che, complice l’insonnia, passo a guardare serie tv, per lavoro, mi ripeto, oltre che guardare fuori dalla finestra come Conrad devo anche tenermi aggiornato sugli stilemi narrativi delle serie di Netflix, sono però passato a guardare un sacco di serie legate al mondo dei supereroi. Intendiamoci, fermi tutti, io amo il mondo dei supereroi. Alan Moore è uno dei miei autori preferiti, e anche Frank Miller, il che attesta come io in effetti sia un lettore che, di fronte a certe stronzate dette da Miller nella vita reale, sia incapace di praticare una qualche forma di censura, se non è amore questo.
Amo i supereroi, con tutti i distinguo del caso, ne sono stato un avido lettore, ma le serie tv tratte da storie che ben conosco, anche per questo, le ho sempre rifuggite.
Devio un attimo.
Figuriamoci che novità, direte voi.
Devio poi fino a un certo punto, seguitemi.
A tutti è capitato di parlare al telefono con qualcuno di una persona che non si vede e non si sente da tempo e zac, dopo qualche minuto, ecco che Facebook ce la propone come amico. O, peggio, di dire a cena con tua moglie, mi piacerebbe andare in vacanza a Zakopane, sui Monti Tatra, e ritrovarti la pubblicità di un albergo da quelle parti come banner del Corriere (se però leggi il Corriere, in fondo, ti meriti tutto questo). Insomma, se ne è anche a lungo parlato quanto la privacy, la nostra privacy, è diventata centrale per la questione Immuni, siamo tutti schedati, controllati, spinti verso cose, gesti e persone per questioni che esulano dal nostro volere, i cookies servono a questo, e che i vari Google, Facebook o Amazon non siano enti benefici, ma contrattino le nostre abitudini e le informazioni riguardo alle nostre abitudini con i servizi che ci forniscono gratis è risaputo da sempre, intendendo con sempre da che queste entità esistono. Netflix non è da meno. Sa cosa ci piace, credo non solo per quello che vediamo su Netflix. Big Data, si chiamano. Netflix deve aver capito che ho faticato a gestire il lock down, che dopo aver ordinato su Amazon saggi di semantica e romanzi massimalisti sono passato a lamentarmi sui social di come la didattica a distanza mi avesse preso in ostaggio, per questo, un paio di settimane fa, mi ha suggerito, immotivatamente, di guardare la serie Iron Fist. Così, senza un apparente motivo, perché fino a quel momento non avevo visto nulla di attinente al mondo Marvel, almeno da quelle parti.
Confesso che neanche lo ricordavo, Iron Fist, sempre che ne avessi in effetti mai sentito parlare. Ovviamente ci sono cascato dentro con le ciabatte e tutto, ne ho viste due serie, ho visto lo spin off collettivo Defendes, e poi sono passato a Daredevil, Cage e le altre serie limitrofe lì in attesa di essere viste.
Ora, io Daredevil, da noi un tempo semplicemente Devil, lo conoscevo già, o almeno pensavo di conoscerlo. Mi sono letto la sua riscrittura da parte di Miller, il suo diventare oscuro, come il Batman poi portato al cinema da Christopher Nolan, per intendersi. Sapevo, cioè, che dietro Matt Murdock, l’avvocato cieco che di notte si trasforma nel giustiziere che salta di palazzo in palazzo c’era una complessità mica da ridere, ma vedere la serie tv in questione, lo confesso, mi ha spiazzato. E lo ha fatto nonostante io abbia commesso la sciocchezza di vederla dopo la mini serie Defenders, che partiva chiaramente dopo le prime tre stagioni di Daredevil. Da una parte sono rimasto colpito dall’efferata violenza messa in scena, i passaggi, per dire, nei quali compare Punisher sono quasi inguardabili, tanto sono violenti, dall’altra da come la serie abbia raccontato in maniera così precisa una concezione forse antica ma comunque ancora presente del senso di colpa e di espiazione del cattolicesimo.
La storia in breve è questa, Matt è un bambino orfano di madre, il padre fa il pugile. Matt per salvare un passante in strada finisce sotto un camion che trasporta materiale tossico, si salva ma diventa cieco. Si capisce che per tirare a campare e poter permettere al figlio di studiare il padre si sia venduto a un giro di scommettitori, andando a perdere a comando. Matt studia e sviluppa i suoi sensi in maniera incredibile, sarà con quelli, poi, che potrà combattere come se ci vedesse benissimo. Tra questi, ovviamente, l’udito, grazie al quale ascolta non volendo il momento preciso nel quale il boss delle scommesse, Rosco, impone al padre di perdere nel match più importante della sua vita. Matt chiede al padre di non perdere. Il padre vince e viene ovviamente ucciso. Matt rimane orfano, viene preso sotto la protezione di una sorta di maestro di arti marziali sociopatico e a sua volta cieco e finirà per diventare un avvocato di giorno e un giustiziere di notte.
Arriviamo alla faccenda dei sensi di colpa e dell’espiazione, pazientate ancora un attimo.
Matt ha sempre pensato di essere colpevole della morte del padre. È cattolico. Ha i sensi di colpa. Cerca un modo di espiare.
Come?
Incarnando il ruolo di giustiziere, sicuramente, facendo quindi pagare agli altri le proprie colpe, ma certo non tirandosi indietro rispetto all’espiazione, andando quindi a combattere spesso prendendole di santa ragione, a rischio della propria vita, le ferite e le cicatrici a memoria di quella colpa inespiabile.
Che tutto questo passi da una serie tv ispirata a un fumetto Marvel, per dirla con Zerocalcare, apre due scenari. Il mondo dei supereroi è molto più complesso di quanto quei tipi muscolosi con quelle ridicole tutine lascino pensare, primo. Ho decisamente bisogno di una vacanza, secondo.
Mio padre, Learco, a giorni compirà ottantaquattro anni. Non faceva il pugile, nessuno gli ha chiesto di vendersi per un giro di scommesse illegali, non ho causato la sua morte violenta. In questi cinquantuno anni ho sicuramente commesso errori più o meno gravi, senza mai finire nel penale, ci tengo a dirlo, e il fatto che mio padre sia un diacono, quindi parte dell’apparato ecclesiastico, e io sia stato fino a pochi anni fa un catechista, del resto, attesta che volendo, ma proprio volendo volendo, qualcosa in comune con Matt Murdock potrei anche avercelo. Quantomeno il fatto di indossare una maschera, lui quella rossa con le corna, io quella con i codini e gli occhialoni da mosca rosa, entrambi intenti a fare i giustizieri. Solo che il parallelismo finisce lì.
Questo per dire che non ho sensi di colpa incredibili da gestire. Né lati oscuri del mio passato da espiare. Sono un fottuto moralista, ma la riesco a gestire anche senza cicatrici e atti vari di masochismo.
Quindi mi chiedo e vi chiedo, ma davvero io dovrei ascoltarmi a cinquantuno anni e dopo tre mesi e mezzo, ormai quasi quattro di pandemia Vita da bomber di Vieri, Ventola e Adani?

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