Femminile Plurale, la bellezza della musica al femminile

Riparte il festival ideato da me e Tosca l'anno scorso, dedicato alle cantautrici. Perchè la musica di valore c'è, basta solo volerla cercare

1 Luglio 2020 di


La musica è ferma. La filiera della musica è ferma, bloccata, impantanata, moribonda. In buona compagnia con tutto ciò che concerne la cultura, aprire il capitolo scuola e università sarebbe troppo doloroso, e probabilmente fuori luogo. Non ci fosse stato tutto questo, non credo serva specificare che sto parlando della pandemia che da inizio anno ci tiene tutti in ostaggio, pochi giorni fa sarebbe dovuta andare in scena presso il teatro De Filippo dell’Officina Pasolini di Roma la seconda edizione di Femminile Plurale, il Festival dedicato alle cantautrici che l’anno scorso Tosca e io abbiamo ideato. Iniziativa, quella dell’anno scorso, che ha visto alternarsi su quel palco trentatré artiste e che ha in qualche modo lanciato un segnale piuttosto chiaro al sistema musica, quel sistema musica che proprio neanche due mesi prima aveva portato sul palco di Piazza San Giovanni, sempre a Roma, per il Concertone del Primo Maggio, neanche una artista donna solista, La Rappresentante di Lista e i Coma_Cose uniche eccezioni, seppur di altissima qualità.

Quest’anno la seconda edizione, almeno per quello che Tosca e io ci eravamo raccontati in questi mesi, sarebbe dovuta andare in scena proprio in questi giorni, sempre dal medesimo palco. Unica regola che ci eravamo autoimposti, vista la grande quantità di artiste nella quale andare a pescare, non chiamare nessuna delle cantautrici che si erano già esibite l’anno scorso, così da creare una sorta di turn over virtuoso.

Ce lo siamo ripetuti anche a Sanremo, lei in gara, io a Attico Monina, dove molte cantautrici hanno avuto modo di esibirsi con brevi show case trasmessi in diretta proprio da OptiMagazine e OMTv, il tutto sotto il rodato marchio Festivalino di Anatomia Femminile, eravamo anche piuttosto galvanizzati all’idea di rimetterci in pista.

Poi è arrivata la pandemia, tutto si è fermato. Già sapete.

Proprio nei medesimi giorni, per altro, avrei dovuto dare alle stampe quello che sarebbe stato il mio settantanovesimo libro, Cantami Godiva, una raccolta di scritti sul tema del femminile e del corpo femminile in musica. Un mio cavallo di battaglia, in qualche modo, o volendo la summa di un lavoro che porto avanti da una decina d’anni almeno.

Per l’occasione, il titolo prendeva le mosse proprio da un mio monologo portato in scena sempre all’Officina Pasolini di Tosca nel dicembre 2018, un paio di giorni prima di portarne una versione mignon al TedX di Matera, in entrambi i casi in ottima compagnia di Ilaria Porceddu, a Roma con la partecipazione di Noemi, Patrizia Laquidara e de La Rappresentante di Lista, mi ero ispirato al quadro Lady Godiva di John Collier, dipinto di età preraffaellita dal quale partivo per quei miei speach. Convinto come sono che l’arte sia forma e sostanza, ho chiesto a alcune delle cantautrici che hanno preso parte sia alla versione sanremese del Festivalino, che alle tante virtuali pubblicate sui miei canali Facebook, di reinterpretare l’opera di Collier. Di vestire, quindi, i panni di Lady Godiva, nello specifico, di non vestire affatto panni, quindi, essendo il noto personaggio storico inglese per tradizione coperto solo dai suoi lunghi capelli. Queste reinterpretazione, queste opere d’arte, perché di opere d’arte si tratta, dove oltre all’estro e alla fantasia della cantautrici, di volta in volta, era presente anche quello di chi le ha immortalate, sarebbero dovute diventare le diverse copertine del libro. Un modo inconsueto, almeno nel mondo dell’editoria, per presentare una antologia, oltre dieci copertine diverse, in una sorta di collezione.

Anche questa pubblicazione è saltata, e al momento, onestamente, non ho idea se la recupererò più avanti, con altri tre libri in dirittura di arrivo nei prossimi mesi.

Insomma, ce ne sarebbe abbastanza per star qui a lamentarsene, qualcosa a metà strada tra quello che piange perché un destino baro e crudele gli ha negato il piacere di poter fare il proprio mestiere e quello che, più, combattivo, si piazza sulle barricate per combattere un sistema, nello specifico suppongo il Governo, che ha abbandonato a quel destino baro e crudele il mondo dell’arte e della cultura, nonostante, è noto, siano gli artisti a farci divertire e appassionare.

Non è questa la mia intenzione. Non mi frega un cazzo di piangere, men che meno voglio imbarcarmi in guerre sante che, lo so, non avrei più la voglia e la forza di combattere, io che di guerre sante ho provato a combatterne parecchie negli ultimi anni.

Per questo, parlo per me, o anche per questo, parlo sempre per me, con Tosca abbiamo deciso di portare Femminile Plurale avanti nonostante tutto. Il nonostante tutto, ovviamente, è riferito all’attualità, già ne ho parlato anche troppo, e la modalità che abbiamo scelto, in realtà la scelta e la soluzione al tutto è solo merito di Tosca, non certo mio, è InstaHub di Officina Pasolini, un format che questo prestigioso laboratorio di formazione di alta arte voluto dalla Regione Lazio ha messo in piedi sulla propria pagina Instagram, con un fitto calendario di iniziative per tutti i mesi nei quali siamo stati chiusi in casa per il lock down e anche in queste prime settimane di inizio estate.

Così il 27 giugno, a partire dalle 18, mi sono ritrovato per qualche ora a vestire i panni del padrone di casa del loro profilo, curando e presentando Femminile Plurale seconda edizione, una lunga diretta che è andata avanti fino quasi alle 23 e che ha visto alternarsi su quel palco virtuale dieci cantautrici dal valore assoluto. Dieci cantautrici, in sostanza, che meriterebbero di stare ogni giorno in heavy rotation sui network nazionali, ospiti dei più importanti programmi tv, headliner dei festival più prestigiosi di Italia e non solo, tanto è il talento e l’originalità che riescono a infondere in ogni loro canzone, ma che invece, ancora, sono più che altro seguite, magari anche con entusiasmo, da una nicchia. Ora, intendiamoci, la popolarità non è certo fondamentale, quando si parla d’arte, credo sia decisamente più interessante il plauso della critica, ma sicuramente se un progetto come Femminile Plurale ha un senso, e credo lo abbia, altrimenti non ci dedicherei tempo e passione, è quello di far emergere il talento, di accendere riflettori dove ancora non ci sono, o di accenderne di più grandi dove già esistono. In poche parole: far conoscere la bellezza, perché di questo si parla, e la bellezza dovrebbe essere sempre sotto gli occhi di tutti, visibile, anche sfacciatamente visibile.

Ilaria Porceddu, Chiara Dello Iacovo, Giorgieness, Francesca Incudine, Carolina Bubbico con Cristiana Verardo, Serena Ganci, Lamine, Serena Brancale e Micaela Tempesta. Segnatevi questi nomi, che voglio augurami già conosciate e seguiate con entusiasmo, poi provate a immaginare di poterla ascoltare tutte in un solo Festival, e provate lo stupore quasi stordente di trovarvi di fronte a tanto talento tutto nello stesso posto e nello stesso luogo. C’è da rimanere a bocca aperta, lo dico senza paura di essere smentito. E non lo dico per una botta di autostima, caratteristica che sicuramente non mi fa difetto ma che, in questo caso, non rientra tra le opzioni necessarie. Non è di me che sto infatti parlando, non stavolta, ma di loro, di queste artiste, anzi, di queste Artiste, capaci anche in casa, con pochi mezzi, di dare spettacolo, di fare cultura, di dar vita alla musica. Nelle loro diversità, perché abbiamo potuto sentire chi si è accompagnata col piano e chi con la chitarra, con le eccezioni di Carolina Bubbico e Cristiana Verardo, che complice la vicinanza geografica hanno deciso di unire i propri set, dando vita a un vero e proprio concerto fatto di pianoforte e chitarra, certo, i loro strumenti principali, ma anche di loop station e percussioni, con tanto di coro vocale che è intervenuto a fine esibizione, quattro voci che si sono unite alle loro per due cover di brani bulgari, e l’eccezione di Serena Brancale, anche lei mostruosamente capace con percussioni e loop station, oltre che col piano, la sua gig arrivata nel mezzo di un concerto all’interno di un Festival, con tanto di pubblico a fare il coro.

Tutti nomi, questi dieci, che un qualsiasi discografico dovrebbe tenere in cima alla lista degli artisti cui proporre un contratto, da corteggiare, da blandire con proposte cui è impossibile dire di no. Tutti nomi che la critica dovrebbe osannare ogni santo giorno, a prescindere che, come nel caso di Ilaria Porceddu con Sa coia, di Giorgieness con Maledetta, di Cristiana Verardo con Il tuo nome, Lamine con Non è tardi, siano fuori con un nuovo singolo, o che siano in procinto di pubblicare un auspicabile nuovo album. Femminile Plurale è stato un balsamo per l’anima, arrivato alla fine di un periodo tosto, difficile, unico e, si spera, irripetibile. Non sarebbe stato possibile senza Officina Pasolini e senza Tosca, ovviamente, perché un luogo che la bellezza la sappia raccogliere è necessario, quando si vuole provare a fare qualcosa di importane, e non sarebbe stato possibile senza che queste dieci artiste non si fossero prestate a regalarci questi attimi di incredibile bellezza.

Bellezza che avrei voluto regalarvi anche con le opere che alcune cantautrici hanno creato per il mio Cantami Godiva, ma che per il momento sta riposta in un folder del mio PC, portate pazienza che magari prima o poi toccherà pure a quella.

Vogliate bene a tutte queste artiste, quindi, e magari anche un pochino a me, che nonostante tutto mi arrabatto per farmi veicolo di tanta bellezza. La musica di valore c’è, basta solo volerla cercare.

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