Doppia Pelle, gli strani percorsi dell’amore, nel cinema eterodosso di Quentin Dupieux

Su MioCinema giunge l’ultimo film del regista francese, storia di un uomo così innamorato della sua giacca da trasformarsi in un criminale. Che filma i suoi delitti. Un cinema spiazzante. Che ricorda Marco Ferreri

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Doppia Pelle di Quentin Dupieux è tra i film più interessanti da vedere in questa precaria fase di transizione post-Covid, sulla piattaforma MioCinema. Noto soprattutto come musicista con l’alter ego Mr. Oizo (il pop elettronico dell’hit Flat Beat), a un certo punto della sua carriera Dupieux s’è scoperto regista. Un regista eterodosso e inclassificabile di film di culto, il cui esempio più citato, per comprendere subito l’originalità del personaggio, è Rubber (2010), storia delle efferate pulsioni di uno pneumatico.

Che gli oggetti prendano vita non è inusuale nel cinema di Dupieux. Questo accade in Doppia Pelle, passato lo scorso anno alla Quinzaine di Cannes, e riuscito a ottenere una distribuzione grazie agli attori coinvolti, il premio Oscar Jean Dujardin (lo vinse per The Artist) e Adèle Haenel, volto gettonato del cinema d’autore francese (Dardenne, Campillo, la Céline Sciamma del Ritratto Della Giovane In Fiamme).

L’oggetto in questione è una giacca di pelle di daino (il titolo originale del film è Le Daim), che il protagonista acquista per ben 7500 euro da un vecchio montanaro in un paesino dei Pirenei. Di lui sappiamo solo che è reduce da un matrimonio fallito e che ha deciso di installarsi da quelle parti per un po’. Con la giacca instaura un rapporto esclusivo: si rimira allo specchio, si trova affascinante. Il narcisismo però sconfina nel feticismo. Perché con la giacca comincia a parlare. E lei gli risponde. Lui dichiara di voler essere l’unico uomo a indossare una giacca. L’indumento – glielo dice, letteralmente, ma la voce è quella dell’uomo – ha il sogno di diventare l’unica giacca al mondo. Insieme, realizzeranno il bizzarro progetto, costi quel che costi.

Il protagonista si trova anche, regalatagli dal montanaro, una videocamera. Allora comincia ad atteggiarsi a regista, venuto in paese per realizzare il suo nuovo film – di cinema, però, non capisce nulla. Una barista (Haenel) con la passione da montatrice comincia a lavorare per lui, cercando di dare un filo logico alle riprese che costui va girando nei dintorni. Che riguardano tutte il suo grande progetto: sbarazzarsi di tutte le giacche del circondario. E, ove i proprietari non fossero d’accordo, sbarazzarsi anche di loro. Nel frattempo, filmandoli.

Il punto di forza di Doppia Pelle è nella totale reticenza del racconto, che resta ostinatamente immotivato e paradossale. Il film potrebbe essere un apologo sul narcisismo, il feticismo, l’ossessione per le merci e l’apparenza dell’uomo contemporaneo, che negli oggetti esteriori trova un surrogato a un’identità sempre più traballante. È una lettura possibile, che però Dupieux si guarda bene dall’esplicitare in qualche modo.

Né traspaiono chiare motivazioni dall’atteggiamento del protagonista, cui Dujardin, in una prova non poco coraggiosa, presta uno sguardo abulico ai limiti dell’ebetudine. Il film ha uno stile imperscrutabile che forse potrebbe essere rubricato nella categoria dark comedy. Dove l’aspetto più cupo e inquietante non è tanto nella svolta violenta del racconto, ma nei colori di un film che a poco a poco, come ha acutamente sottolineato Gianni Canova, assume le tonalità della dissennata ossessione per la pelle di daino del protagonista, che intanto aggiunge alla giacca altri accessori in tinta.

In aggiunta c’è l’elemento metacinematografico. Perché tutto ciò che fa e dice il protagonista decide anche di filmarlo. E nella palese incapacità dell’improvvisato cineasta, che ignora i più elementari princìpi della messinscena, Dupieux sembra quasi rivendicare, non senza ironia, il suo statuto di non professionista, per questo libero di fare un cinema che si sceglie le sue proprie regole in totale autonomia.

La cameriera montatrice infatti, per esercitarsi ha preso Pulp Fiction, smontandolo e rimettendolo insieme rispettandone la cronologia. Insomma, ha fatto le cose a modo suo. Anche se poi, dice, il risultato è tremendo, e il film ha perso qualunque fascino. Potrebbe valere lo stesso per Doppia Pelle, che palesemente non cerca uno stile bello e calibrato e procede imperterrito nella sua quieta sgradevolezza, che non ammicca allo spettatore (come farebbe un film ironico postmodernista) né punta a scioccarlo (infatti non indugia troppo sui dettagli violenti).

Doppia Pelle
Dujarden, Haenel e il regista Dupieux

È davvero un frutto eterodosso del cinema contemporaneo, affascinante nella sua coerenza, metodica come questo protagonista vagamente ottuso che persegue un disegno irrazionale ai confini dell’idiozia. E certo, questa storia di ossessione individuale – che viene istintivo interpretare come spia d’una condizione più generale – è impossibile non proiettarla sull’orizzonte del cinema di Marco Ferreri e di film come I Love You, in cui un uomo s’innamora d’un portachiavi. Racconti apparentemente gratuiti e insensati. Che hanno la capacità invece di fotografare il proprio tempo partendo da un dettaglio infinitesimale della realtà, dentro il quale, a inquadrarlo e raccontarlo con attenzione, è possibile scovare le tracce di tutto quello che normalmente non vediamo (e preferiamo non vedere). Il cinema di Dupieux ha esattamente questo tipo di sguardo sorprendente.