Blackface e doppiaggio “razzista” sono finti problemi o l’ennesimo caso di benaltrismo?

Basta scansare ipocrisie, ironie e deviazioni politicamente corrette per trarre utili spunti di riflessione sull'importanza di una rappresentazione più inclusiva

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Nelle ultime settimane il mondo dell’intrattenimento si è scoperto più esposto che mai alle accuse di razzismo e insensibilità e, che fossero sinceri o meno, i network e alcune celebrità bianche si sono affrettati a porgere le proprie scuse e oscurare i contenuti considerati problematici. Dopo Jimmy Kimmel e Jimmy Fallon, dopo 30 Rock, Scrubs, Brooklyn Nine-Nine e Golden Girls – la sitcom anni ’80 Cuori Senza Età –, è arrivato il turno di Alison Brie, rammaricata di aver accettato il doppiaggio di Diane Nguyen in BoJack Horseman.

Con il senno di poi vorrei non aver prestato la voce al personaggio di Diane Nguyen. Ora capisco che dovrebbero essere sempre delle persone di colore a doppiare dei personaggi di colore. Abbiamo perso una grande opportunità di rappresentare la comunità vietnamita-americana in modo accurato e rispettoso, e di questo sono profondamente dispiaciuta. Un plauso a tutti coloro che hanno rinunciato al proprio ruolo di doppiatore negli ultimi giorni. Da loro ho imparato molto, ha condiviso su Instagram.

Il messaggio di Alison Brie richiama i commenti di Raphael Bob-Waksberg – creatore e showrunner di BoJack Horseman –, il quale ha ammesso di non aver avuto in squadra un autore vietnamita, ma solo un consulente per l’episodio in cui Diane visita il Vietnam. Avremmo dovuto assumere un’autrice vietnamita e un’attrice vietnamita per interpretare Diane, oppure cambiare il personaggio perché corrispondesse a chi avevamo già assunto, ha detto.

Il passo indietro di Alison Brie segue quello di Kristen Bell e Jenny Slate, che nei giorni scorsi hanno deciso di rinunciare al doppiaggio di personaggi birazziali nelle serie animate Central Park e Big Mouth. Sulla stessa linea anche i produttori de I Simpson che, dopo anni di polemiche sulla controversa interpretazione di Apu da parte di Hank Azaria, hanno stabilito di non voler più affidare ad attori non bianchi il doppiaggio di personaggi non bianchi.

BOGIACCO UOMOCAVALLO

Bojack horseman ma in nome del politically correct tutti i personaggi sono doppiati da veri animali per non offendere nessuno

Pubblicato da Pagina col nome di un farmaco divertente su Sabato 27 giugno 2020

L’ironia sarebbe semplice, a questo proposito, ma non sufficiente a spiegare le ragioni di un simile cambio di rotta. E non solo – o non tanto – nel doppiaggio; fare in modo che ci sia una maggiore aderenza fra un personaggio e chi dà voce, volto e sostanza al suo essere ha almeno due vantaggi. Oltre ad assicurare alle vicende una maggiore verosimiglianza, permette a chi possieda determinati tratti, caratteristiche ed esperienze di prendere in mano la propria storia e offrire ad altri in condizioni simili uno strumento di rappresentazione di sé.

Vale per le voci nelle serie animate, ma ancor più per i ruoli destinati ad attori in carne e ossa e i posti al tavolo di chi mette su carta le esperienze di vita di altri esseri umani. Pensare che un compito vada affidato in base al merito non è certo sbagliato, e anzi in un mondo ideale sarebbe l’unico principio valido, ma in più d’un caso dimostra di non avere basi su cui reggersi.

Se è più adatto al ruolo non importa che sia bianco o nero è una frase ingenua che si sbriciola di fronte alla realtà diseguale dello schermo e, pur nelle sue buone intenzioni, finisce inevitabilmente col danneggiare le minoranze. Basta un pizzico di onestà intellettuale per ammettere che la netta predominanza di attori bianchi non dipende dalla mancanza di interpreti di colore altrettanto validi. E se è stupido immaginare di fissare a priori delle quote che garantiscano una rappresentazione minima a ciascuna minoranza – non solo etnica –, non si può considerare inutile far notare gli errori del passato e le miopie del presente.

Evidenziare gli squilibri in termini di rappresentazione sullo schermo deve servire a promuovere a produzioni che rappresentino più fedelmente la società e garantiscano maggiori opportunità a voci diverse. Ma perché questo succeda non serve puntare a non vedere il bianco o il nero – come se tutto si riducesse a questo dualismo –, quanto comprendere che le diversità di esperienze, identità, orientamenti meritano narrazioni più vicine alla realtà, e che a raccontarle debbano essere anzitutto i diretti interessati.

Come alcune iniziative delle ultime settimane hanno ricordato, riconoscere questo principio non significa voler imporre una dittatura del politicamente corretto. Piuttosto invita a riflettere sul peso di televisione e cinema nella formazione e nell’evoluzione della cultura popolare, e sull’umano desiderio di veder riflessa la propria vita – o mille fra le sue possibili variazioni – sul piccolo e il grande schermo. È in quest’ottica che ha più senso inquadrare le richieste di maggior apertura a sceneggiatori, autori televisivi, registi, interpreti minoritari.

The Danish Girl
  • Attributi: DVD
  • Vikander,Redmayne (Actor)

Ciascun gruppo merita di scrivere, produrre, interpretare, guardare storie che conosce, che gli somigliano o gli appartengono, senza che qualcun altro se ne appropri e le distorca alla luce della propria percezione o di pura e semplice ignoranza. Per questo si lotta da tempo perché più donne, più persone afroamericane, asiatiche, LGBTQ+, diversamente abili e altri possano prendere in mano le proprie storie senza rassegnarsi a una rappresentazione passiva e distorta. Proprio per questo, e non per negare, ad esempio, che un attore cisgender possa interpretare splendidamente un personaggio trans – come Eddie Redmayne in The Danish Girl o Hilary Swank in Boys Don’t Cry.

La questione supera l’ipocrisia delle facili soluzioni, del cancellare vecchi episodi di serie tv con blackface o credere che da isolati casi di doppiaggio dipenda l’intero fenomeno del razzismo, e riguarda invece una più generale e necessaria operazione di inclusione. Una delle sintesi più utili a inquadrare il problema sta nella differenza fra uguaglianza ed equità. Se tre persone di altezza diversa si trovano di fronte a una staccionata e tutte vogliono guardare oltre, le si può aiutare in due modi: dando a ciascuna una cassetta di legno (uguaglianza) oppure suddividendo il numero di cassette in base all’altezza (equità). Ed è in quest’ultimo modo che tutti riescono a guardare oltre la staccionata e godersi lo spettacolo.

La differenza fra uguaglianza ed equità

Commenti (1):
Daniele Ramella

In pratica state suggerendo che è meglio non far più doppiare Denzel Washington dal bravissimo Pannofino, per sostituirlo con…boh? E anche Will Smith, Samuel L. Jackson, Forest Whitaker etc.
E naturalmente ridoppiare tutti i film con Eddie Murphy cancellando la voce di Tonino Accolla.

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