Eurovision Song Contest: La Storia Dei Fire Saga, su Netflix l’Islanda alla conquista del festival

Will Ferrell e Rachel McAdams sono un improbabile duo musicale che sogna di vincere la kermesse continentale. Un film più sentimentale che comico. Più che mettere alla berlina la manifestazione, la celebra

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Per i fan dell’Eurovision Song Contest, rimasti a bocca asciutta per l’annullamento dell’edizione di quest’anno causa Coronavirus, c’è una buona notizia. Potranno consolarsi su Netflix, dove è stato rilasciato Eurovision Song Contest: La Storia Dei Fire Saga, la storia di un improbabile duo islandese e dei loro sogni di vittoria continentali.

In oltre sessant’anni di vita dell’Eurovision Song Contest, questa la storia, per la prima volta la piccola isola nordeuropea ha una cantante che ha i numeri per vincere, Katiana (Demi Lovato). Purtroppo accade una tragedia, e al paese resta solo il duo dei Fire Saga. Ossia l’imbarazzante Lars Erickssong (Will Ferrell, con buffa zazzera bionda), cinquantenne molto malcresciuto in rotta col padre (Pierce Brosnan); e Sigrit Ericksdottir (Rachel McAdams), ragazza assennata e dalla splendida voce, ma purtroppo per lei inspiegabilmente infatuata del suddetto. I due vanno a Edimburgo per la finale. Ovviamente ne accadranno di tutti i colori, ma il lieto fine è dietro l’angolo.

Eurovision Song Contest: La Storia Dei Fire Saga, diretto da David Dobkin (2 Single A Nozze) è inequivocabilmente un film targato Will Ferrell, che conosce piuttosto bene la manifestazione, a cui ha presenziato anche nel 2018 e 2019. Ferrell il film l’ha voluto e scritto, insieme ad Andrew Steele, nonché coprodotto con Adam McKay, ormai riverito autore de La Grande Scommessa e Vice, ma proveniente dalla comicità demenziale di Anchorman.

Demenziale certamente lo è questo Eurovision Song Contest: La Storia Dei Fire Saga. Non possiamo dire che metta alla berlina la gara. Più che altro, il film prende il kitsch strutturale di questa tipologia di eventi canori – di cui, per il coté bizzarramente internazionale, l’Eurovision rappresenta probabilmente l’apoteosi – e lo rimette in scena consapevolmente, creando un oggetto di gusto chiaramente camp (in realtà è già camp di suo l’Eurovision, dove sanno benissimo che il trash è un asse portante del successo della manifestazione).

C’è un po’ di tutto in questo film esageratamente lungo, due ore. Si comincia, non poteva essere altrimenti, dagli svedesi Abba, numi tutelari del film, che divennero un fenomeno mondiale con la vittoria dell’Eurovision Song Contest nel 1974 con Waterloo. Ma c’è spazio anche per Alex (Dan Stevens), bellimbusto russo metrosexual che s’invaghisce di Sigrit e canta con voce profonda l’inimmaginabile Lion Of Love; il rappresentante della Banca centrale islandese che vuole evitare in ogni modo che il paese vinca la manifestazione (i connazionali, intanto, gli rinfacciano il crack finanziario, vero, di dieci anni fa); nel frattempo Sigrit chiede aiuto agli elfi, che non si vedono e forse non esistono, ma si dànno da fare; e c’è pure il presentatore Graham Norton, nella parte di sé stesso, a commentare sconcertato le esibizioni dei Fire Saga.

Il film è più sentimentale che comico, visto l’amore che Lars e Sigrit non hanno il coraggio di dichiararsi, i problemi di lui col padre e l’incapacità di lei di lasciar andare la sua voce interiore. Ma l’umorismo, spesso di grana grossa – il genere funziona così – affiora naturalmente dalle situazioni, vista la galleria di vestiti sgargianti, coreografie pacchiane e canzoni plasticose che hanno titoli come Jaja Ding Dong e Volcano Man (Ferrell canta per davvero, McAdams è doppiata da Molly Sandén). E se a qualcuno venisse l’idea che un pezzo come Volcano Man sia stato scritto con l’intento di ridicolizzare simili canzoni, ricordiamo che del brano, prima ancora dell’uscita del film, sono già state fatte svariate cover che ne prendono molto sul serio l’atmosfera iperromantica.

È sempre difficile, con i film comici costruiti intorno a grandi fenomeni della cultura pop, capire fino a che punto arrivi la parodia e quando, invece, scatti l’ammicco a un mondo di cui si offre un ritratto complice. Succedeva così già a un’operazione cinematografica con cui Eurovision Song Contest contrae parecchi debiti, Zoolander. Il quale, con lo stesso approccio, ma in maniera più sottile e vertiginosa, non smontava il dispositivo moda ma lo celebrava, attraverso un’esasperazione grottesca che aiutava a metterne meglio in luce, senza criticarle, le logiche.

Nel caso del film con Ferrell e McAdams, per capire quanto si resti vicini rispettosamente al modello basta vedere la sequenza in cui diversi vincitori dell’Eurovision cantano un medley di classici pop. E, ancora meglio, come vengono filmate le esibizioni, con movimenti di macchina enfatici identici a quelli delle riprese tv di festival e talent. In quei momenti diventa impossibile distinguere il festival finto del film da quello vero (che già di suo sembra finto).

Resta solo una questione rispetto a Eurovision Song Contest: La Storia Dei Fire Saga. A un certo punto il duo si esibisce in una canzone che, nel bel mezzo di una manifestazione che vuole essere una celebrazione della diversità europea (da cui anche le battutine sull’Inghilterra pro Brexit), parla appassionatamente di casa, delle origini e della bellezza della lingua madre. Speriamo non la scambino per un inno sovranista.