Nessuno Sa che Io Sono Qui, arriva su Netflix il film con Jorge Garcia prodotto da Pablo Larraín

L’esordiente Gaspar Antillo gira con tipico stile da cinema indipendente: silenzi, lentezza, ellissi. La storia punta il dito sulla cattiveria della società dello spettacolo, tra music business, tv e internet. Da cui solo il cinema ci può salvare. Una morale facile facile

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Si sono create discrete aspettative intorno a Nessuno Sa Che Io Sono Qui (Nobody Konws I’M Here, 2020), primo lungometraggio del regista cileno Gaspar Antillo, distribuito dal 24 giugno su Netflix. Curiosità legate ai nomi coinvolti nel progetto, il più importante regista cileno, Pablo Larraín (Neruda, Jackie), come coproduttore e un protagonista iconico come lo Jorge Garcia della serie di culto Lost. Poi è arrivato anche il premio per il miglior regista esordiente al Tribeca Film Festival, in cui il film è stato presentato in anteprima ad aprile. nella versione virtuale della manifestazione.

Le premesse della vicenda sono collocate negli anni Ottanta: Memo (Garcia) era allora un bimbo dalla voce prodigiosa, purtroppo non aiutato da una fisicità in grado di bucare lo schermo. Uno scafatissimo produttore musicale dice a suo padre che “i soldi non si fanno con la musica, ma con le ragazzine che proiettano le loro prime fantasie sessuali sul cantante”. Quindi si occuperà lui di trovare il “corpo” adatto su cui innestare la voce di Memo, privato del suo legittimo successo, che arride invece a un preadolescente da copertina che canta in playback.

Memo non si riprende più dalla delusione. Ormai adulto e ingrassato, vive autorecluso con lo zio (Luis Gnecco, volto canonico dei film di Larraín) su di un’isoletta in Cile, dove gestiscono insieme una piccola conceria. La ragazza che porta loro le pelli, Marta (Millaray Lobos), è incuriosita da questo taciturno individuo. Un giorno lo filma col cellulare mentre canta e pubblica all’insaputa di Memo il video su YouTube. Milioni di visualizzazioni dopo, la giostra dello spettacolo si rimette in moto, strappando l’uomo al suo protettivo anonimato.

Le scene del Memo bambino hanno lo stile, il formato, la grana di immagini d’archivio riesumate dagli anni Ottanta. Il solo accostarle alle sequenze del Memo adulto che s’aggira solitario sull’isoletta crea un effetto dissonante, una frattura visiva che è il correlativo della ferita esistenziale alla base delle scelte al ribasso dell’uomo. Lui culla in maniera privatissima i sogni di fama, si dipinge le unghie e con uno scintillante vestito cucito da solo immagina di essere su quella ribalta che ritiene sua di diritto. Cosa farà quando quel palcoscenico su cui esibirsi davanti a tutti diventerà un’ipotesi concreta?

Gaspar Antillo propende per uno stile calibrato e riconoscibile da cinema indipendente, con gli ingredienti tipici: silenzi prolungati, lentezza, ellissi, in un racconto che suggerisce soltanto le tracce di una storia i cui risvolti traumatici si svelano poco a poco. Il problema di Nessuno Sa Che Io Sono Qui è che questo armamentario, che punta visivamente sull’ambiguità e il non detto, è al servizio di una morale alquanto manichea.

In sintesi: la società dello spettacolo vampirizza gli esseri umani, li spoglia della loro autenticità e propone maschere vuote a un pubblico che s’emoziona per fenomeni fasulli. Memo è depredato da un music business crudele che gli ruba voce, identità, futuro. I nuovi dispositivi della rete, con i video di YouTube girati coi cellulari e gli onnipresenti droni che filmano oltre ogni decenza la vita privata delle persone non fanno che amplificare il meccanismo. Terzo incomodo l’immancabile televisione, coi suoi pornografici reality show. Ed è su quest’altra ribalta degradata che dovrebbe svolgersi l’ultima pantomima, con Memo a incontrare il suo passato in una messinscena che finge verità e sincerata e invece è una recita costruita a tavolino.

Alla congiura della società dello spettacolo si sottrae solo il cinema. Che, grazie allo stile meditato e allusivo da film d’autore indipendente, non spiattella né parassita le vite, ma restituisce loro dignità, raccontandole con rispetto. Infatti la parte onirica di Nessuno Sa Che Io Sono Qui, che risarcisce Memo del successo negato, è tutta inscritta dentro il linguaggio cinematografico. Al contrario, Antillo è molto attento nel sottolineare come tutte le situazioni artefatte non siano registrate dalla macchina da presa, ma da cellulari, droni, telecamere tv, insomma i dispositivi della falsificazione spettacolarizzante.

Nessuno Sa Che Io Sono Qui è un film di fattura accorta, cui lo spettatore finisce per aderire con partecipazione. Però nella dogmaticità della morale – dal lato buono lo zio, il cinema e la ragazza, da quello cattivo padre, music business, tv e internet – il film manifesta gli stessi difetti che imputa alla società dello spettacolo, ossia riduzione della complessità, superficialità, emozioni epidermiche e ricattatorie.