Le nuove uscite di Bob Dylan e Neil Young ci fanno tirare un sospiro di sollievo

Fortunatamente la musica è ancora viva ed il merito è di un gruppo di arzilli vecchietti

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Prendi un giorno qualsiasi. O meglio, prendi un giorno che sembra un giorno qualsiasi, poi mettici dentro l’attesa uscita del nuovo album di Bob Dylan, Rough and Rowdy Ways, trentanovesimo album di studio del cantautore di Duluth, Minnessota, arrivato a otto anni dal precedente Tempest e a quattro dal meritato Nobel per la Letteratura, mettici l’inattesa uscita di Homegrown di Neil Young, inciso nel 1975 e mai tirato fuori, uscito a tre anni dall’altro recuperato d’eccellemza, perla d’epoca, Hitchhiker, quello del 1976, un album di cui lui stesso ha fatto trapelare l’esistenza, a suo tempo, ma che in molti davano per destinato a rimanere inedito, troppo impregnato del dolore per la separazione dalla moglie Carry Snodgrass, per la malattia del figlio Zeke, per la morte del compagno di ventura Danny Whitten, chitarrista dei suoi Crazy Horse, mettici infine dentro State of the Union, brano che mette insieme Public Enemy e Dj Premier dei Gangstarr, brano che ci riporta indietro di trent’anni per stile e credibilità, questo senza però intaccare minimamente la bellezza e l’efficacia della canzone, una bomba lanciata contro l’America razzista di Trump e figlia dell’omicidio di George Floyd e del conseguente Black live Matters. Ecco che un giorno qualsiasi diventa, di colpo, un giorno speciale. Forse anche qualcosa di più. Perché se un concetto chiaro, minore, trapela da questa triplice uscita, dalla notizia che questa triplice uscita veicola, si dovrebbe tutti gridare in coro “Ok, boomer un grandissimo cazzo“, ma sarebbe come gioire perché tolta la buffa parrucca d’epoca, ci si è accorti che la testa ghigliottinata di Luigi XVI riportava evidenti segni di forfora. Nel senso, ok boomer un cazzo ora e sempre, ci mancherebbe pure altro, contrapposti a questi nomi troviamo i nuovi di Takagi e Ketra con Elodie, l’album di Ernia o Dio solo sa cosa, ma direi che qui siamo di fronte a qualcosa di più, di molto di più. Qui siamo di fronte alla constatazione affatto amichevole che, di fronte a una imminente fine ventilata, ventilata a ragione, intendiamoci, e non sto certo parlando della pandemia, il tema è la musica, esiste ancora una strada percorribile che non solo porta verso la salvezza, ma addirittura ci conduce dritti dritti all’Eldorado. Questo da una parte, dall’altra, invece, e qui la musica c’entra, ma non solo quella, siamo di fronte all’evidenza che se per anni invochi un senso di leggerezza e di disimpegno, se, cioè, disabitui il pubblico, specie quello giovane, giovanissimo, a contenuti che non siano circoscrivibili e ambientati nello spazio asfittico del loro ombelico, lanetta compresa, intessendo un vocabolario a base di nomi di città e di cocktail, poi, quando il gioco si fa duro, quando la cameretta e l’ombelico di cui sopra diventa davvero il solo mondo che si può abitare, vedi alla voce “lock down”, ecco che di colpo il fuoco agli dei lo vanno a rubare un fortunatamente ancora nutrito stuolo di duri e puri, gente che ha maneggiato per una vita tematiche forti, che sa dove e come scegliere le parole, a che note accompagnarle o da quale musica farle accompagnate, specie nel caso di Dylan, di questo Dylan, le parole pesano decisamente di più. Come dire, anche quando tutto sembra perso, quando il meteorite, il famoso meteorite, caspita, sta per spazzare via il nostro pianeta e tutta l’umanità, ci sarà sempre un vecchio Bruce Willis pronto a armarsi di coraggio e a cacciare indietro l’Armageddon.
Perché il massimalismo poetico e postmoderno di Dylan, mai come oggi intriso di rimandi, di citazioni, di piani di lettura sovrapposti, canzoni lunghissime che non hanno paura di mostrarsi lunghissime, che pretendono un ascolto attento, si fatta Spotify e il sottofondo delle radio, si fitta anche il massimalismo, a pensarci bene, cosa di più postmoderno che racchiudere un disco mondo in poche righe di un pezzo online?, il rasserenante suono della chitarra e della voce di Neil Young, il suo contrapporre a così tanto dolore non le graffiate rock ci abituerà più avanti, ma un mondo sonoro che sicuramente sta più dalle parti di Harvest, un guardare ai piedi e alla terra laddove guardare al cielo porterebbe, magari, a perdere la testa, il battito rallentato che narcotizza rabbia e dolore, un modo sicuramente pacificato di fare i conti col proprio passato, opera meritoria che speriamo non abbia mai fine, la lucidità politica e capacità stilistica di infilare la propria visione nei propri brani di Chuck D e soci, mica a caso il loro singolo arriva dopo che tutti abbiamo potuto fisicamente godere dell’uscita di RTJ4 dei Run the Jewels, al secolo Killer Mike e El-P, entrambi classe 1975, un album il loro che insieme a To Pimp a Butterfly, sicuramente anche più di To Pimp a Butterfly, uscito nel 2015, attesta in maniera incontrovertibile che non sempre Mc Luhan la vedeva giusta, e che medesimi media possono portare messaggi assai differenti, al punto che dopo anni di non messaggi eccone di chiari e potenti.
Un giorno qualsiasi, quindi, si diceva, quello in cui le rose cantate da Sepulveda si dischiudono inaspettate nel deserto, la morte che ci circonda che, di colpo, è profanata, viva Dio, dalla vita.
La musica è morta, abbiamo legittimamente pensato, la musica è viva, possiamo constatare tirando un sospiro di sollievo. La stanno tirando fuori un gruppo di arzilli vecchietti, tipo quelli del film d’epoca Cocoon, li ascoltassero i ragazzini che hanno trollato la convention di Tusla di Donald Trump, giocando su Tik Tok a chi si accaparrava più biglietti di ingresso, trasformando quindi quello che doveva essere uno degli eventi politici più importanti degli ultimi anni in un clamoroso flop, potrebbe davvero avvenire che non ci estingueremo.

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