Sa Coia di Ilaria Porceddu: una canzone che non prova vergogna a mostrare bellezza, spudoratamente

L'artista sarda dimostra come si possa essere assolutamente contemporanei e classici pur rifuggendo scorciatoie e comodità

22 Giugno 2020 di


I cambiamenti vengono spesso confusi con le crisi.
Prendiamo questa frase e mettiamola lì, da parte.
Poi proviamo a ragionare sul fatto che magari anche se una crisi non è detto sia in sé un cambiamento, nessuno ci impedisce di farcela diventare.
Conosciamo tutti, più o meno, storie di riscatto, no? Storie di crescita sulla carta impensabili, quasi incredibili.
Malcolm X che entra in carcere come un ladruncolo qualsiasi, in carcere studia e diventa un leader.
Crisi che portano a cambiamenti, a una crescita.
Esempi eclatanti, questi, e ce ne sarebbero altri da fare, ma proprio perché eclatanti buoni per far passare un concetto, si può far diventare una crisi un momento di cambiamento.
Torniamo però all’inizio.
I cambiamenti vengono spesso confusi con le crisi.
Anche i cambiamenti che non partono da una crisi, o almeno che non partono da una crisi evidente, come il finire in galera.
Hai una tua visione del mondo, o del ruolo che dentro il mondo intendi avere, fosse anche il micro mondo del tuo ambito lavorativo, non coincide con quanto hai fatto fino a quel momento e decidi di provare a dargli vita, a realizzarla. Abbiamo visto tutti quei film hollywoodiani nei quali dopo tutta una serie picaresca di eventi il protagonista molla tutto e ricomincia, spesso abbandonando ricchezza e successo ma andando a conquistare qualcosa che i soldi e il successo non possono mai comprare, la felicità e anche una coscienza pulita. Nei film, in genere, è sempre un incontro amoroso a scatenare quella voglia di cambiamento, a metterci di fronte alla consapevolezza di aver vissuto, fino a quel momento, in un posto volendo anche confortevole, certo, ma falso, di cartone. Quindi torna l’idea di crisi, anche morale, ma avere una visione del mondo che non coincide con quanto stiamo facendo non necessariamente deve implicare scene come voi che mandate a cagare il vostro capo, da anni lì a vessarvi, il tutto tra gli applausi dei vostri colleghi, una cabriolet con il vostro bello o la vostra bella a aspettarvi col motore acceso.
La vita sa sì essere sorprendente, ma a volte è un filo meno spettacolare di come se la immaginano e ce la raccontano gli sceneggiatori americani, non fosse altro perché è piena di momenti in cui non succede nulla, voi a attraversare la scena lentissimi, come un film di Akira Kurosawa.
E siccome, appunto, la vita non è un film, non è necessariamente previsto un lieto fine, cosa che per altro anche al cinema non è poi così necessario, ma non ha neanche quella faccenda che chi recita è un attore e quel che recita è una parte, tutto vero a meno che non si tratti di interpretare il Joker, par di capire, ci sono poi tutti quei cambiamenti, anche essi spesso confusi con crisi, che finiscono male, come dire, hai una visione del mondo, o del ruolo che dentro il mondo intendi avere, fosse anche il micro mondo del tuo ambito lavorativo, non coincide con quanto hai fatto fino a quel momento e decidi di provare a dargli vita, a realizzarla, ma viene fuori che la tua era una visione del mondo sbagliata. Un po’ come la risposta che è dentro di noi del Quelo di Corrado Guzzanti.
Nelle grandi variabili che però Dio, il destino o chiunque o qualsiasi cosa pensiate abbia in qualche modo a che fare con quel che vi capita, mette sul tavolo verde c’è anche una crisi che non porta cambiamenti, siete lì a vivere la vostra vita, professionale e non, arriva la crisi, ve la stravolge, e basta. Senza un riscatto, anche perché magari non sentite la necessità di un riscatto, o la sentite ma niente, vi ha detto male. Senza una morale, vedi sopra. Senza niente che non sia, appunto, una crisi. Tutto cambia, in peggio, ma voi non mettete bocca sugli eventi, li subite, ne pagate le conseguenze.
Immaginate la vostra vita come una linea, o come la Linea, il personaggio creato da Osvaldo Cavandoli che chi, come me, è nato negli anni Sessanta ricorda dentro il Carosello, a fare la pubblicità per Lagostina, fila via dritta, magari con gli ostacoli del caso, ostacoli che però riuscite vostro malgrado a superare, e poi di colpo la linea si interrompe, se ne riparla al prossimo episodio, solo che la vita non è quasi mai a episodi, non si ricomincia sempre da capo, non vestiamo sempre alla stessa maniera, beh, questo qualcuno sì, se moriamo moriamo, se invecchiamo invecchiamo, è la vita, appunto.
Ora, nonostante io abbia capelli lunghi e barba, nonostante abbia la pelle olivastra e da anni mi dibatta per rovesciare i poteri costituiti del mio mondo, cacciando i mercanti dal tempio, o almeno provandoci, non sono Gesù, e non amo parlare per parabole. Se quindi vi sto parlando anche da un numero consistente di tempo di cambiamenti e crisi, e della stretta correlazione che spesso esiste tra cambiamenti e crisi, è perché mi sembra lapalissiano che abbiamo appena vissuto, e stiamo ancora vivendo, anzi, vivremo ancora a lungo, quella che probabilmente è la più grande crisi degli ultimi cinquantuno anni, il lasso di tempo, per essere chiari, che coincide non casualmente col mio transito terrestre. Crisi arrivata, a volte, attenzione attenzione, succede così, mica siamo in un film dove c’e gente pagata per scrivere trame che devono tenere sempre vigile la vostra attenzione, dopo una serie infinita di chiari segnali premonitori, segnali, per capirsi, che non sono stati messi a conoscenza dell’esistenza dell’ambiguità né della possibilità di usare dei filtri, delle immagini che invece che dire lascino solamente intuire, insomma, segnali perentori. Uno li vede, quei segnali, e capisce che la crisi è imminente, dietro l’angolo. Nello specifico, quei segnali, indicavano ben più di una crisi, perché dalle crisi, in genere, ne ho parlato anche troppo, se ne può uscire, mentre stando a quei segnali lì, beh, di salvarsi non se ne parlava proprio. Tipo una Apocalisse, ma senza l’epica narrativa dell’Apocalisse biblica, senza quella ironicamente visionaria di Gaiman e Pratchet, e soprattutto con attori, molti, e attrici, poche, perché anche le Apocalissi nel mondo della musica sono sessiste, davvero di basso profilo, personaggi che, fossimo appunto in uno di quei anche troppo evocati film hollywoodiani, neanche avrebbe un nome, l’attore che lo interpreta scritto in piccolo dopo che è finita la canzone del tema principale, quando cioè nei cinema, ve li ricordate i cinema?, si sono già accese le luci e la gente scema verso l’uscita. Una Apocalisse sfigata, quindi, che però, esattamente come le Apocalissi su citate, aveva un vantaggio mica da ridere, almeno per chi si è trovato a doverle leggere, un autore di primo livello, me.
Ora, aver citato prima, en passant, Gesù, e ora l’Apocalisse di Giovanni, per tutti San Giovanni Evangelista, potrebbe darmi agio di passare a camminare in quel sentiero panoramico che costeggia il magico mondo dei complottismi, avete presente tutti di cosa sto parlando, “il più amato da Cristo”, l’Ultima Cena di Leonardo, il Codice Da Vinci, del resto congiungere qualche puntino alla Steve Jobs, quando si ha davanti una tavola così imbandita non sarebbe neanche così complicato, potrei partire dall’Armageddon e ritrovarmi a parlare di Steven Tyler e gli Aerosmith nel giro di qualche centinaio di parole, o scivolare da Neil Gaiman e il suo Good Omens a Amanda Palmer, un piano inclinato che mi consentirebbe di andare a attingere dal baule del femminile, quello nel quale ho riposto un numero piuttosto notevole di pezzi del mio corredo, non serve neanche stia qui a specificarlo.
Ma non è di San Giovanni che voglio parlare. Volevo piuttosto parlare di cambiamenti. E di crisi. Di Apocalisse, anche, ma pure di angeli che suonano le trombe,  il sax nello specifico.
È che mentre lo scenario che ci si para dinnanzi è non troppo diverso da quello, per fare un esempio, nel quale muove i passi il Denzel Washington di Codice Genesi, film degli Hughes Brothers, desertificazione della scena musicale, desertificazione della filiera musicale, di parallelo, esattamente come in una genesi una artista decide di intonare un canto, e di farlo dimostrando che in una crisi si può nascondere un cambiamento, agli stolti il compito di concentrare lo sguardo e le orecchie solo sulla prima.
Ilaria Porceddu è tornata, e è tornata con una canzone che nel suo affondare le radici nella sua terra, la Sardegna, e nel suo non inseguire nessuna moda, un brano di quasi sette minuti per soli voce, piano e sax, con un testo in sardo, oggi, dimostra come si possa essere assolutamente contemporanei e classici pur rifuggendo scorciatoie e comodità. Perché Ilaria Porceddu è per sua natura una che ama essere scomoda, non solo e non tanto per quel suo evitare ogni forma di confortevole compromesso, le basterebbe fare qualche scollacciata storia sui social per tenere alta l’attenzione del pubblico, non bastasse il suo indubbio talento canoro e compositivo, ma anche perché col suo essere spirito libero, volendo anche ostico, non può che muoversi in un solco autonomo e autarchico, lontano dall’epicentro di quel mondo morente, concentrata sulla sua musica invece che sul contorno.
Di qui la scelta, maturata prima del Covid19, l’Apocalisse che ha reso la piccola e misera apocalisse della filiera musicale definitiva, di lasciare Roma per tornare nella sua Cagliari, le radici, appunto, l’autarchia, anche, l’idea folle di poter andare controcorrente e poterlo fare senza dover chiedere niente a nessuno. Esattamente da qui, un cambiamento figlio di una crisi, arriva una canzone, Sa Coia, che è un vero balsamo per l’anima dopo un momento di crisi come questo. Una canzone che non prova vergogna a mostrare bellezza, spudoratamente. Musica nuda, azzarderei, non fosse già un gioco di parole usato altrove, partito da una poesia e divenuto nuovamente poesia, d’altro tipo. Forse non la risposta definitiva al brutto, al male, alla fine imminente, sicuramente una risposta sensata a tutto questo.

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