Guccini: tutti a scuola dal “Maestrone”

Non c’è nessuno che non sia disposto a riconoscere Guccini come il capostipite di un genere musicale che ha spopolato negli anni della contestazione

Il traguardo degli ottant’anni ha fruttato a Francesco Guccini un’ampia rosa di tributi e citazioni, quelli dovuti ad un personaggio del mondo musicale, e della cultura nel senso più ampio, fra i più conosciuti e rispettati. Il modo in cui alcuni articoli di giornale e servizi televisivi celebrano il personaggio ha tuttavia qualcosa di stanco e di convenzionale. Si racconta Guccini come una gloria del passato, l’autore di pezzi memorabili come “Auschwitz” (La canzone del bambino nel vento), “Noi non ci saremo”, “Dio è morto”, “Il vecchio e il bambino” , “Canzone per un’amica” e tanti altri, icona di una stagione nobile e lontana del cantautorato italiano. Non ci sono giornalisti e critici musicali che non siano d’accordo nel considerarlo un uomo profondo, un poeta, l’interprete sanguigno di un’epoca nella quale la canzone aveva deviato dai binari del sentimentalismo pop e del ritornello orecchiabile per diventare strumento di riflessione e di denuncia sociale. Un’epoca turbolenta nella quale la musica aveva smesso di essere “leggera” ed era divenuta – come si era soliti definirla negli anni Settanta – una forma espressiva “impegnata”. Non c’è nessuno che non sia disposto a riconoscere Guccini come il capostipite di un genere musicale che ha spopolato negli anni della contestazione, quell’uomo vero, con la barba, la chitarra e il maglione che ci ricorda, oggi, come eravamo.
In verità Guccini andrebbe raccontato in una chiave più complessa e più attuale, perché è un artista che ha cercato con la sua forte personalità di mettere insieme i pezzi di un mondo disgregato, di fare da cerniera tra aspetti della società e della cultura non facilmente conciliabili, di essere nel vivo di alcuni temi che sono tuttora presenti e interessanti da dibattere.
Basta entrare nel mondo di Guccini, leggere cosa racconta della sua vita e delle sue esperienze di cantautore, per accorgersi di come sia stato, anima e corpo, dentro questioni salienti.
Nel saggio dal titolo “Anni 70 – Generazione rock”, Giordano Casiraghi chiede a Guccini di raccontare qualcosa di sé, e il primo tema che il cantautore affronta è quello del rapporto fra la lingua italiana e il dialetto, la parlata del luogo in cui si è nati e dei luoghi in cui si svolge la propria vita. In un passaggio del suo racconto Francesco dice di essere “bilingue”, di parlare  sia il modenese che il carpigiano, essendo la  madre di Carpi e il padre pavanese e per quanto riguarda gli altri  dialetti di essersi  fermato al toscano…. E poi conclude col punto di vista di uno che sa scrivere testi: “Se metti insieme italiano e due dialetti hai già un bagaglio ampio…”, una frase che rivela il fascino della parola e la voglia di utilizzarne tutte le incredibili varianti. Nel vissuto di Guccini, del resto, c’è la spola tra la provincia e la città capoluogo, la scoperta di Bologna e poi di tante metropoli, per approdare infine a Pavana, una frazione in provincia di Pistoia, un luogo appartato che però – assicura Francesco – non è un mondo piccolo.
Ancora, nel suo percorso musicale c’è la dimensione individuale e quella sociale, c’è la possibilità di conciliare finalmente la tradizione della canzone politica con quella del cantautorato soggettivo ed intimista: “…dentro al tuo essere pubblico – dice Guccini – c’è anche la politica, e inevitabilmente esce da che parte stai”. E non manca la coscienza di come la sfera personale e quella politica si possano a volte inaspettatamente confondere, vedi il caso de “La locomotiva”, ballata popolare  di ben tredici strofe che Guccini assicura di non aver pensato come metafora politica ma che nondimeno è divenuta per i movimenti il simbolo stesso dell’utopia anarchica e rivoluzionaria. C’è il tema del rapporto tra generazioni, un rapporto particolarmente sofferto negli anni Sessanta e Settanta ma difficile anche oggi, che Guccini prende di petto quando, ancora ragazzo, sceglie di cantare le sue ballate nelle osterie popolari, al fianco di operai e pensionati. Un sodalizio tra generazioni che Guccini vivrà anche a parti invertite, quando accetterà di partecipare al film di Luciano Ligabue “Radiofreccia”, nel quale compare come un navigato barista, testimone delle passioni e delle intemperanze di quella comitiva giovanile che è protagonista del film. Il bar di Guccini è infondo il simbolo di un altro tema ricorrente, quello del rapporto tra il vizio genuino e in po’ ingenuo del bicchiere bevuto tra gli amici, e l’insidia della droga, che infilandosi in modo subdolo nei luoghi della quotidianità distrugge ogni forma di socialità, e che proprio tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta aveva flagellato il mondo giovanile levando energia al sogno politico di una generazione.
Narrata con onestà e spirito libero, la vita di Francesco è un romanzo “on the road”, sia pure ambientato su e giù per la via Emilia. Un romanzo punteggiato da inevitabili imprevisti, glorie , e da piccole e grandi fregature. La prima volta che un giornale si accorse di lui – era la rivista “Ciao amici” alla metà degli anni Sessanta – lo fece parlando di Caterina Caselli, la cantante già famosa che dice il giornale “…si avvale della collaborazione di un giovane studente di ingegneria di Bologna, tale Francesco Puccini…”. Insomma, la prima grande occasione, sfumata nella beffa. Francesco la ricorda ancora oggi, con il gusto del paradosso, con quella ironia amabile e sottile di cui abbiamo ancora tanto bisogno.

Così come c’è bisogno che le nuove generazioni di cantautori imparino a scrivere testi e canzoni di spessore, leggendo le sue interviste e ascoltando la sua produzione musicale, sicuramente  più attuale e moderna  di quella di tanti “artisti di passaggio” dei giorni nostri. A scuola da Guccini, per  imparare che la poesia e la canzone possono, devono  parlare la stessa lingua.