Imbrattare la statua di Indro Montanelli è davvero una gran cavolata

Dopo la morte di George Floyd e le proteste #blacklivesmatter, la parola e l’insulto del momento è “iconoclasta”, colui cioè che preso dalla furia abbatte simboli e icone di qualcuno che abbia un passato errato o da dimenticare

15 Giugno 2020 di


La statua di Indro Montanelli ai Giardini pubblici di Milano che portano inspiegabilmente il suo nome è stata infine imbrattata di rosso. Era prevedibile succedesse. È successo. Andiamo avanti.

Conoscete tutti quel che sta capitando, immagino, e se non lo conoscete vi basterà smettere di leggere me per affacciarvi al mondo, non vi farebbe poi così male, credo.

Dopo la morte di George Floyd, morte che sta generando negli Stati Uniti e un po’ in tutto il mondo occidentale una sorta di rivolta, più o meno violenta, sembra che sia partita una furia iconoclasta, avrei dovuto mettere le virgolette, dal momento che così viene descritta un po’ ovunque, intenzionata a rimuovere i simboli del razzismo, dello schiavismo, e più in generale tutte quelle icone, il termine parte da lì, atte a simboleggiare una prevaricazione di pochi su molti, dei forti sui deboli.

Abbiamo visto tutti le scene di abbattimento della statua dello schiavista Edward Colston, abbattuta e gettata nelle acque del porto di Bristol (poi ripescata), e tutto quel che ne è seguito, dagli sfregi sulla targa di Penny Lane, non la canzone, ma la via che porta lo stesso nome a Liverpool, fino alla decapitazione delle statue di Cristoforo Colombo. Non solo, si è a margine aperto un accesissimo dibattito, ovviamente sui social, dove al centro dell’attenzione sono arrivati altri simboli di quelle prevaricazioni, più o meno vicine nel tempo. Da noi è toccato a Indro Montanelli, titolare, appunto, di una statua e di un giardino pubblico a Milano, la statua sorge esattamente dove il giornalista era solito fermarsi su una panchina, reo non tanto del suo passato fascista, mai nascosto, ma di aver comprato per 350 lire una bambina di dodici anni, Destà, durate la campagna di Abissinia, con lo scopo di farne la sua moglie/schiava. La faccenda è già nota da tempo, esattamente dai cinquantuno anni che ci dividono da un programma tv nel quale a rinfacciargli la vicenda fu la femminista, anche lei ormai scomparsa, Elvira Banotti, puntuale nel pungolarlo, e capace anche di metterlo in un angolo. Fatto poi ripreso nel tempo dallo stesso Montanelli quando, nel 2000, un anno prima della sua morte, ricordiamolo avvenuta a novantadue anni, raccontò il tutto nella pagina della posta del Corriere della Sera, rispondendo a una per niente provocatoria lettera di una ragazza di diciotto anni. In quel suo scritto, paraculo come molti degli scritti montanelliani, bravo con la penna, un po’ meno nella gestione della coerenza e anche della verità, aspetto singolare, quando si parla di giornalismo, Montanelli raccontava dettagli anche raccapriccianti, tipo il fatto che la bambina, definita nel programma tv “animaletto docile”, sì, avete capito bene, fosse infibulata, quindi incapace di provare piacere, e che la madre, colei che gliela aveva venduta, fosse dovuta intervenire rompendo proprio l’infibulazione per poter permettere al giovane Montanelli di penetrarla, giovane ma colto, non scordiamoci questi dettagli. Nel raccontare ciò, quasi freddamente, senza giustificazioni, nel senso di giustificazioni morali, ma anche senza un barlume di pentimento, Montanelli dissemina in realtà una qualche forma di paramento di culo, mettendo il se stesso giovane nella massa infervorata dai fatti di Adua, andando quindi a dire che i giovani italiani eran tutti così, e raccontando poi che la ragazza, che nel racconto montanelliano passa dai dodici anni raccontati nel 1969 in tv ai quattordici anni nel Corriere, come a dire che non era una bambina ma una donna, in Africa funziona così, aggiunge, poi avrebbe chiamato Indro il suo primo figlio, quasi a sottolineare una forma di gratitudine nei suoi confronti.

Ora, Montanelli era Montanelli, personaggio disdicevole in vita, lui che millantò un passaggio dal fascismo, cui aveva aderito senza remore, alla resistenza, salvo poi essere smentito dalla Storia, durante la resistenza se ne stette al riparo in Svizzera, altro che resistenza, non vedo come potrebbe cambiare la sua statura morale, e anche professionale, da morto. Che gli si sia dedicata una statua è semplicemente il promemoria di un passato cupo della città nella quale mi trovo a pagare le tasse, città che evidentemente ha sempre avuto una certa difficoltà a scegliersi gli eroi da omaggiare. Non sono tra quanti ne hanno invocato l’abbattimento, parlo della statua, intendiamoci, tipo i Sentinelli, che lo hanno comunque fatto civilmente, scrivendo al sindaco Sala, mica lanciando bombe, immemori, però, che il sindaco Sala legge solo il sindaco Sala, questo ci dicono i social, né tra quanti hanno goduto quando, un anno e un po’ fa, la statua è stata imbrattata di rosa, per i medesimi motivi, durante una festa della donna. O meglio, ne ho goduto solo esteticamente, perché la statua è talmente brutta che imbrattarla non può che migliorarla. Ho visto le foto ora, imbrattata di rosso, e le trovo comunque meglio dell’originale, seppur un gradino sotto quelle rosa, ma avrei anche lasciato Montanelli nel dimenticatoio, perché ritengo che non meriti attenzioni e ritengo anche che, non avendo lasciato tracce significative nella nostra cultura, i suoi libri di storia sono faziosi e pieni di rivisitazioni fantasiose, non raccontiamoci cazzate, presto ce ne saremmo dimenticati, nessuno a Milano chiama i giardini pubblici di Porta Venezia i giardini Montanelli, suvvia. Però questa faccenda fa parte di un discorso più ampio, non solo italiano. E quindi è un continuo dire che se si abbattono le statue di allora tocca abbattere anche le statue di, aggiungete voi nomi a caso, quasi tutti gli artisti e gli uomini storici che hanno qualche scheletro negli armadi. Via Garibaldi, Neruda, Caravaggio, Pasolini, no, Pasolini nessuno lo ha stranamente nominato, sarà per questa faccenda del politicamente corretto, lui andava coi ragazzini, via il Colosseo, e in questo ha avuto un peso la notizia, distorta, del ritiro da parte della HBO di Via col vento, da noi letta come un atto di revisionismo storico, nei fatti semplicemente un ritiro temporaneo, giusto il tempo di metterci intorno un apparato storico in grado di contestualizzare il tutto per gli spettatori più giovani e meno strutturati, pensa che idioti quelli della HBO a provare a fare un po’ di cultura. La parola del momento, l’insulto del momento, è diventato “iconoclasta”, colui cioè che preso dalla furia di cui sopra abbatte simboli e icone.

Ora, ripeto, di Montanelli non mi frega un cazzo, non sono tra quanti gli hanno sparato alle gambe, ai tempi facevo le elementari, ma neanche tra quanti lo hanno mai ritenuto un maestro del nostro giornalismo. Parliamo però di iconoclastia. Perché, seppur viviamo in una società e un’epoca che di cazzate ne ha fatte tante, non credo sia necessario star qui a sottolineare chi siede nel nostro parlamento e chi ci ha seduto nel passato prossimo, l’idea che di colpo si prenda  il sacrosanto principio che le icone e i simboli delle credenze, delle tradizioni, delle convinzioni della società nella quale si vive possano essere distrutte, in genere metaforicamente, rovesciate, sovvertite, e si faccia di questo principio qualcosa di aprioristicamente sbagliato, beh, mi sembra questo sì aberrante.

Per dire, nella mia città natale, Ancona, c’è una statua che a suo tempo ha fatto molto discutere, Violata. È una statua che rappresenta una donna con vesti discinte, poi raccontate come strappate da ipotetico violentatore, e una borsetta in mano, poi raccontata come gesto orgoglioso di chi si rialza e prova a palesare un dignitoso contegno. Si tratta, è noto, della statua che l’assessorato alle Pari Opportunità di Ancona ha commissionata, vai a capire perché, all’artista jesino Floriano Ippoliti, pensata inizialmente, così ha dichiarato a suo tempo, come omaggio a sua moglie, nei fatti, apparentemente, una immagine che avrebbe voluto essere sensuale ma che sensuale non era, poi riciclata abbastanza clamorosamente come monumento contro la violenza sulle donne. Traduco in un linguaggio da social, anche se questo non è un social, per condannare la violenza sulle donne è stata eretta una statua in cui si rappresenta, apparentemente, una prostituta, la borsetta questo dice un certo immaginario, le tette e le chiappe in bella mostra. Niente di orgoglioso, niente di dignitoso, niente neanche di empaticamente solidale, e, questo però è un giudizio artistico, di merito, qualcosa di sconcertantemente brutto.

Ora, vista l’aria che tira, immagino che a qualche mio compaesano, io sono di Ancona, seppur residente nella città che fu di Montanelli, sia venuto in mente di abbattere quell’obbrobrio. E immagino che a qualcun altro sarà venuto in mente di ipotizzare quell’evento come gesto dettato dalla furia iconoclasta.

Bene, o male, fate voi.

Io sono un iconoclasta. Lo dico facendo riferimento al significato che settant’anni di controcultura hanno dato a questa parola, non certo facendo riferimento al movimento religioso di epoca bizantina. Iconoclasta, infatti, è come nel secondo Novecento sono stati definiti gli artisti e gli intellettuali che hanno provato a sovvertire un sistema che consideravano reazionario, altra parola che nel tempo ha cambiato significato. Malcolm McLaren era un iconoclasta. Jerry Lee Lewis era un iconoclasta. Non erano iconoclasti i talebani che facevano saltare in aria le statue, per dire, a meno che chiunque non usi la parola sofisticato, sia intendendo un vino trattato col metanolo che qualcosa di figo, elaborato, non o faccia perché ha in mente Zenone e i sofisti. Oggi si è recuperato, reazionariamente, un vecchio significato, per altro in maniera preconcetta, anche vagamente borghese (vedi sopra). Sono un iconoclasta, ma non sono per abbattere le statue per i loro messaggi sbagliati, nella mia città natale abbiamo un Monumento ai caduti che è un fascio littorio, per dire, e sta bene dove sta, a memoria di un passato che dobbiamo evitare di ripetere. Sono un iconoclasta ma Violata la farei capitolare anche oggi, perché è oggettivamente brutta, e perché non veicola altro che il tentativo di non so bene chi di dare lustro a un artista che, almeno in questo caso specifico, di artistico ha dato ben poco, e immagino anche una certa commissione per farlo, ma di questo non ho evidenza.

Abbattete quindi Violata, fatelo subito. Il brutto non deve avere asilo politico, da nessuna parte. Per dirla col Renato Zero de Il Cielo, riprendiamo un barattolo di vernice insieme e incominciamo a dipingere questo mondo grigio, questo mondo così stanco, dell’amore che vogliamo, dell’amicizia che rincorriamo da sempre, ridipingiamolo di noi, etc etc. Eliminiamo il brutto.

Anzi, quando mi candiderò, avverrà a breve, brevissimo, sarà uno dei primi punti programmatici del mio manifesto politico, ovviamente un manifesto politico iconoclasta. Abbattete Violata, ma smettetela, appunto, di usare iconoclasta con toni dispregiativi. La musica che vi piace ascoltare, qualsiasi sia, dal rock al punk, passando per il pop, è nata dal genio di qualche iconoclasta che, anni e anni fa, ha deciso che era il caso di provare a fare qualcosa che abbattesse i linguaggi precedenti, altrimenti, a quest’ora, stavate ancora a cantare Papaveri e papere e Finché la barca va.

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