Il Blackout Tuesday ha spinto le star e i brand all’azione, ma non tutto è andato come doveva: ecco perché

L'attivismo sui social punta a educare all'antirazzismo, ma l'impegno di facciata di celebrità e grandi aziende rischia di essere controproducente

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Sono bastati pochi giorni perché le proteste per la morte di George Floyd si evolvessero in una più estesa e sonora espressione di rifiuto nei confronti del razzismo negli Stati Uniti. E mentre in strada continuano ad alternarsi manifestazioni pacifiche, dure proteste, saccheggi e violenze, le star e i grandi brand scoprono di non essere ancora del tutto in grado di sfruttare il potere dei social come piattaforma d’attivismo moderno.

Dopo le manifestazioni di sdegno seguite alla morte di Floyd, Hollywood ha deciso di sostenere le istanze del Black Lives Matter aderendo ad alcune iniziative. La prima, #TheShowMustBePaused, è stata lanciata il 2 giugno su Instagram da due professioniste afroamericane del settore musicale. La nostra missione è coinvolgere l’intero settore, comprese le più grandi multinazionali e i partner che traggono maggiori vantaggi dall’impegno, dalle lotte e dai successi delle persone nere, si leggeva.

L’intento era prendersi il tempo di avviare un dibattito onesto, riflessivo e produttivo sulle azioni collettive necessarie per sostenere la comunità nera. E nonostante il punto fosse offrire visibilità a petizioni, raccolte fondi e risorse per formarsi ed essere coinvolti attivamente nella lotta al razzismo, #TheShowMustBePaused si è evoluto nel giro di poche ore in un fenomeno social spesso improduttivo o quantomeno confuso.

Dopo le prime condivisioni da parte dei Rolling Stones, di Billie Eilish e altre stelle della musica, #TheShowMustBePaused si è diluito in un più generico #BlackoutTuesday, in cui sono confluiti comunicati stampa, post Instagram e tweet di star di Hollywood e grandi brand, cittadini comuni e personaggi di ogni settore ed etnia. Gli intenti istruttivi di #TheShowMustBePaused si sono così visti scavalcare da insignificanti quadrati neri, condivisi sui social da celebrità di ogni tipo, da Drake a Kylie Jenner, da Lewis Hamilton a Tom Holland.

Più che un’espressione di solidarietà, però, questa mossa si è rivelata un bastone fra le ruote del Black Lives Matter e di tutte le organizzazioni interessate a fare dell’intera iniziativa di qualcosa di più concreto. Nel giro di poche ore l’invasione dei quadrati neri sui social ha inquinato infatti gli hashtag più significativi, facendo scivolare in fondo ai feed i post con i quali si tentavano di promuovere petizioni e raccolte fondi e informare il pubblico delle ultime novità sulle manifestazioni negli Stati Uniti.

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Solo grazie alle decise prese di posizione di alcuni esponenti dei movimenti antirazzismo e di celebrità come Sadé, Kehlani, Indya Moore e Lana Del Rey si è potuto correggere il tiro e ripulire gli hashtag legati a #BlackLivesMatter da quadrati neri e commenti così vaghi e inconcludenti da essere considerati insignificanti tentativi di pulirsi la coscienza.

Ciò non significa che dopo la tragica morte di George Floyd non sia accaduto nulla di buono. Al di là della presunta pausa di riflessione cui grandi marchi, reti televisive e star hanno dichiarato di essersi dedicati, negli ultimi giorni si sono moltiplicate le iniziative di sensibilizzazione sulla piaga secolare del razzismo, ed è cresciuta molto l’attenzione nei confronti delle rivolte popolari e dell’uso smodato della forza da parte della polizia.

È grazie all’enorme circolazione di informazioni su Twitter, ad esempio, che sono emerse informazioni su fatti ancora colpevolmente trascurati da una grossa fetta della stampa statunitense. Si è scoperto su questo social dell’indiscriminata uccisione del cittadino afroamericano David McAtee da parte della polizia di Louisville, in Kentucky. L’uomo, colpito a morte dai proiettili della guardia nazionale, era considerato un pilastro della sua comunità, un ristoratore noto per l’abitudine di offrire cibo gratis agli agenti.

E ancora, è grazie ai video pubblicati in tempo reale su Twitter che si è diffusa la notizia del blocco di migliaia di manifestanti sul Manhattan Bridge di New York da parte della polizia.

Il Blackout Tuesday ha poi convinto numerose grandi aziende a esprimere punti di vista più espliciti sulla questione. Svariati network statunitensi, per esempio, hanno deciso di dedicare una grossa fetta della propria programmazione alla cronaca delle proteste e ad approfondimenti sulla storia e la cultura delle comunità nere d’America.

Anche alcune popolari serie televisive e grandi produttori hanno deciso di dare un contributo. Il cast e lo showrunner della sitcom Brooklyn Nine-Nine ha donato 100.000$ al National Bail Fund Network, mentre la Bad Robot di J.J. Abrams ha annunciato donazioni per 10 milioni di dollari in cinque anni a favore di organizzazioni e gruppi antirazzisti, oltre a una donazione immediata di 200.000$ a Equal Justice Initiative, Black Futures Lab, Know Your Rights Camp, Black Lives Matter L.A. e Community Coalition.

Il Blackout Tuesday, come ogni altra iniziativa avviata in seguito allo scoppio delle proteste per la morte di George Floyd, può dunque contribuire a fare la differenza. E non sono soltanto le grandi star a poter essere incisive, una volta messi di parte la vanità e l’impegno di facciata dei quadrati neri sui social. Chiunque voglia fare la sua parte firmando delle petizioni oppure offrendo contributi economici può affidarsi alle utili risorse raccolte da Il Post.

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