Il cyberpunk come racconterebbe il covid19?

Ho molto amato alcune opere cyberpunk, ma nell’insieme mi sono molto più appassionato a leggere le prefazioni o i saggi riguardo questi scritti che questi scritti stessi

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Photo by Celuici

Non ho mai fumato.

Non ne faccio un vanto, non è successo, succede.

Non ho semplicemente mai fumato. Ho forse provato una sigaretta, un paio di volte, da ragazzino, ma così, giusto per farmi dire che non mi piaceva, non mi interessava.

Non ho proprio mai fumato.

Un po’ magari ne faccio anche un vanto, perché che fumare faccia male lo sapevo sin da piccolo, prima delle foto dei tumori sui pacchetti di sigarette, prima del divieto di fumare in luoghi chiusi e pubblici, prima dei corsi anti tabagismo a scuola, lo perché il fratello di mio padre, mio zio Enzo, era morto per un tumore ai polmoni prima che io nascessi e ho sempre sentito dire che era morto perché fumava almeno due pacchetti di sigarette al giorno. Fare un collegamento tra le due informazioni era facile, anche per un bambino, figuriamoci per un ragazzo o un adulto.

Non ho neanche mai trovato un fascino nel fumare, per altro. Non ci ho mai visto qualcosa di particolarmente “duro”, eroico, da Corto Maltese o Clint Eastwood.

Neanche Marina ha mai fumato.

Suo padre, anche lui fumatore, si era operato a un polmone, quando lei era una ragazzina, e immagino la cosa abbia sortito i medesimi effetti che aveva sortito la notizia del tumore ai polmoni di mio zio Enzo.

Sempre parlando di eroismi e di inutilità del fumo, e so che dicendo questo vado in culo a un sacco di gente che invece fuma e che magari mi sta leggendo, inarcando un sopracciglio, amen, il nonno di Marina, Michele D’Annunzio, abruzzese come Il Vate, raccontava sempre col suo modo di raccontare, quello sì, epico, di quando aveva smesso di colpo di fumare, lui fumava le Diana senza filtro, che è in pratica come fumare direttamente catrame rollato dentro cartine, sosteneva, durante un viaggio che lo portava dalla Puglia verso Vasto, lui lavorava sui treni ma quello era un viaggio di svago, e non avendo più voglia di alzarsi ogni tot per andare a fumare in corridoio, allora era possibile fumare in luoghi pubblici, si era rotto il cazzo e aveva smesso, così, di colpo, senza passare dalla sigaretta elettronica, che all’epoca per altro non esisteva, né altro. Aveva un carattere forte, il nonno di Marina, era stato prigioniero dei tedeschi in guerra, tornato dalla guerra, mentre viveva in Ancona e lavorava sui treni come postale, aveva incontrato alla stazione Ruggero Orlando, quello che aveva lavorato alla resistenza trasmettendo da esule su Radio Londra, ma che evidentemente nei ricordi del nonno di Marina, che per altro si chiamava come me, ve l’ho detto, ma anche come una porzione abbastanza ampia di suoi concittadini, Vasto, in Abruzzo, San Michele Arcangelo il patrono, Ruggero Orlando che evidentemente nei ricordi del nonno di Marina non era uno che aveva lavorato alla resistenza, da giornalista, quanto uno che era stato vicino ai fascisti, col risultato che vedendoselo davanti in stazione, nella stazione di Ancona, lo aveva mandato sonoramente a fanculo, povero Ruggero Orlando, questo era una aneddoto che raccontava spesso, come di quando una volta aveva fatto una sonora pernacchia durante un concerto del primo Gino Paoli, di nero vestito e con l’aria sempre tormentata, lui a fare una pernacchia in un momento di silenzio, la platea a scoppiare a ridere, o come quelli legati alla sua prigionia, ricordo bene che la prima volta che l’ho conosciuto, nell’estate del 1988, a Vasto, mi ha parlato per un intero pomeriggio di guerra, sotto l’albero del fico del giardino della casa di Vasto, casa che ora non appartiene più alla famiglia di Marina, un vero peccato perché ce la saremmo potuta godere quest’anno, con una estate che sarà sicuramente diversa dalle altre, andare al mare molto più complicato e faticoso, i basamenti di cemento messi dal comune per gli ombrelloni, gli spazi circoscritti per i teli, le docce obbligatorie a ogni bagno, pensate che casino per chi ha i bambini che di bagni ne fanno praticamente centinaia ogni volta, comunque ricordo quel pomeriggio passato a parlare di guerra, lui, il nonno di Marina, e a sentir parlare di guerra, io, seppur incapace di capire anche solo una parola, lui parlava in dialetto vastese stretto e io, alla mia prima volta in Abruzzo, di quel dialetto non capivo nulla, se non che il mio nome veniva storpiato con una doppia c che in realtà non c’è, facciamo anche un tripla c, e con la e che segue l’acca che diventava una i, Miccchil, così, senza e finale, del resto sua moglie, Grazia, la nonna di Marina, nelle sue parole diventava Ic, con la ci morbida, un veloce passaggio da Grazia a Graziuccia, a Iuccia a Ic, motivo per il quale mia suocera, Franca, era stata chiamata appunto Franca, seppur chiamandosi Francesca, la paura della storpiatura del nome lì, dietro l’angolo, questa cosa del ridare i nomi mi aveva sempre fatto ridere, tutti a chiamarsi Michele, Francesco/a, Antonio, cugini su cugini, poi a Vasto ci ho passato un numero impressionante di giorni, mesi, ho fatto il calcolo di averci passato, frammentato nei nostri passaggi, nelle nostre estati, nelle nostre visite ai nonni, quando c’erano i nonni, e nel nostro andare a aprire casa, quando ancora era casa della famiglia di Marina, qualcosa come oltre due anni della mia vita, al punto che ritengo ancora oggi, non ci torno più da che quella casa è stata venduta, quattro anni fa, Vasto una delle mie città, dopo Ancona e Milano, forse prima di Milano, città nei confronti della quale, ne ho già abbondantemente scritto, nutro un rapporto conflittuale di odio e amore, l’assenza del mare che diventa insopportabile in giornate come questa, siamo il 30 di maggio, fa già caldo come se fossimo in piena estate, l’idea di non poter andare molto al mare, quest’anno, l’idea di andare in giro costantemente con la mascherina, quest’anno, che mi si infila nel petto come un coltello, mi tormenta, non mi fa respirare, neanche fossi uno che fuma due pacchetti di diana senza filtro al giorno, guarda te quanto sono bravo a riprendere il filo del discorso dopo averlo portato a spasso manco fosse un cane nei giorni del lock down, che oggi tutti sti cani che pisciano in giro non si vedono più, probabilmente erano una scusa per mettere il naso fuori di casa, mi sentirei di azzardare, non avessi già rotto il cazzo ai fumatori, e non volendo aggiungere ai fumatori anche gli amanti degli animali, due categorie di cagacazzi in un solo periodo, seppur lungo, mi sembrano decisamente troppi, suvvia.

In realtà, ma vado a braccio, credo di non aver mai neanche lontanamente pensato di fumare anche per via di Marco, mio fratello, il quale ha otto anni più di me e da ragazzo, come ancora oggi, fumava. Avendo io e lui sempre condiviso la stessa camera, seppur in case diverse, il che significa che letteralmente condividevamo la stessa stanza nel senso che abbiamo sempre avuto una camera da dividere in due, non che abbiamo letteralmente sempre diviso la stessa medesima stanza, perché di case ne abbiamo girate diverse, in modo particolare due, quella di Via Vittorio Veneto, sopra i fratelli Bartola, di cui spesso vi ho parlato, fratelli che in realtà annoverano anche una sorella, Sara, come del resto anche io e Marco abbiamo una sorella, Caterina, e quella di Piazza Malatesta, ma nella prima Marco era ancora un ragazzo, fumare era attività che immagino già svolgesse, ma non in maniera così palese, mentre nella seconda, quella di Piazza Malatesta, per gli anconetani il Campo della Mostra, il suo fumare significava per me fumare da fumatore passivo, la stanza sempre piena di puzza di sigarette, non esattamente un incentivo a farmi apparire affascinante il fumare, cosa che invece, credo, anche qui vado a braccio, per lui sia stato proprio affascinante, anche per la comune passione per i libri, grande amante di uno scrittore come Hemingway, almeno in gioventù, quell’idea di macho lì, tra le righe, anche se, vado sempre inseguendo il filo dei ricordi, quando vivevamo insieme io non è che amassi poi così tanto i libri, ho iniziato a scrivere quando vivevo coi miei genitori in un’altra casa, in via Pesero, mio fratello ormai sposato, mia sorella si è sposata per prima, quando ancora abitavamo in via Veneto, giovanissima, passione, quella dei libri, che ci ha poi tenuti vicini in seguito, certo, seppur con i nostri modi, quelli sì hemingwayani, non esattamente esternati con quello strato di affetto che in genere si associa alla fratellanza, a meno che non si parli di fratelli pensando, che so?, a certi film come Fratelli di Abel Ferrara, ma qui, ovviamente, ho appena messo in atto uno di quei beceri trucchetti retorici che consiste nel fare una citazione, anche una citazione figa, colta, di difficile reperimento, originale, ditemi voi chi si caga più Abel Ferrara oggi?, col solo scopo di ammazzare una delle tracce narrative affrontate, nello specifico quella dell’affetto esternato o non esternato tra me e mio fratello, citi Abel Ferrara e un suo film neanche tra i più noti, perché è vero che Fratelli è uscito nel momento in cui Ferrara era mainstream, dopo anni di gavetta e cinema d’essai, ma è anche vero che, non essendo più mainstream, il vivere a Roma, perché mi sembra che viva a Roma, oggi, come del resto Williem Defoe, sicuramente non lo ha aiutato, come credo un certo problema con le droghe pesanti, il suo essere un culto per chi seguiva il cinema d’essai, chi lo aveva scoperto addirittura prima de Il cattivo tenente, per capirsi, mica vorremo pensare che sia quello il miglior Abel Ferrara, no?, non poteva che averlo abbandonato dopo Occhi di Serpente, film che vedeva come protagonista Madonna, ci siamo capiti, Madonna!?!, seppur il successivo The Addiction, strambissimo film sui vampiri newyorkesi, con una conturbante Annabella Sciorra e un gigantesco Christopher Walken, avesse provato a rimettere le cose in sesto, quindi il citare Fratelli, film, questo va detto, con un altrettanto gigantesco, di Chris Penn, che tecnicamente è stato per qualche settimana cognato di Madonna, ai tempi in cui Sean era suo marito, quindi assai prima di diventare il paladino dell’anti-bushismo, in ottima compagnia di Vincent Gallo, Benicio Del Toro, dei soliti Walken e Sciorra, oltre che della Rossellini, è sì la messa in atto di un giochetto retorico, ma non so quanto azzeccata, per altro la carriera di Ferrara, che a un certo punto ho mollato, perché il cinema ha smesso di avere per me la stessa fascinazione che ha avuto quando ero giovane, e perché il fatto di avere quattro figli ha anche reso piuttosto complicato andare al cinema, come vedere certi film in casa, i figli che vogliono vedere tutti insieme il film del sabato sera, con il risultato che passiamo da una commediola con Bisio a una commediola con De Luigi come se non ci fosse un domani, ma quanti cazzo di film fanno quei due?, per altro la carriera di Ferrara, dicevo, ha avuto davvero un sacco di alti e bassi, almeno in quel periodo nel quale io seguivo la carriera di Ferrara, perché se è riuscito a azzeccare il filotto King of New York e Il cattivo tenente, regalandoci in sostanza Harvey Keitel, è poi vero che prima di azzeccare The Addiction, film in bianco e nero di una cupezza unica, ha portato nelle sale i discutibili Ultracorpi, ennesimo remake del noto film di Don Siegel, e il già citato film con Madonna, azzeccando quindi il filotto The Addiction e Fratelli, per zoppicare con Blackout e cadere con New Rose Hotel, tratto dall’omonimo racconto di William Gibson, segnatevi questo nome, via via sempre più giù, forse ho visto solo Go Go Tales, della sua produzione successiva, film tristemente diventato famoso per la scena nella quale Asia Argento, per un po’ di tempo sua fidanzata, baciava un rottweiler, tutti ricorderete le imbarazzanti parole a riguardo di Feltri, durante lo scandalo MeToo. Credo di esserci riuscito, comunque, ho spostato l’attenzione dalle esternazioni affettuose, esplicitate o represse, tra me e Marco, mio fratello, in un capitolo, il novantottesimo di questo diario del contagio, giunto al novantottesimo giorno di clausura, ormai autoreclusione, dopo essere partito parlando di fumo, oggi del resto è la giornata internazionale contro il tabagismo, passando a parlare di mio zio Enzo, del nonno di Marina, di Vasto, di Hemingway, e finendo per parlare di Abel Ferrara e di Asia Argento che baci un rottweiler, potrei davvero vendervi la vostra macchina, volendo.

Dicevo William Gibson.

Ho sempre avuto un rapporto irrisolto con William Gibson, e per sempre intendo dal momento in cui ho sentito per la prima volta parlare di cyberpunk e in cui, di conseguenza, ho per la prima volta preso in mano un suo libro, nello specifico proprio quel La notte che bruciammo Chrome che contiene il racconto New Rose Hotel, quello del primo film di Ferrara con la Argento. Ho sempre avuto un rapporto irrisolto con William Gibson perché, seppur io mi sia subito ritrovato concettualmente nelle teorie che lui, il suo sodale Bruce Steriling, un altro che, come Ferrara, vive in Italia, o almeno ci ha vissuto, così come di altri scrittori annoverabili a quel genere, da Rudy Rucker a Marc Laidlaw, hanno esternato e infilato neanche troppo a forza nei loro racconti e romanzi, Dio la potenza estrema dell’immagine di Mozart con gli occhiali a specchio nella copertina della raccolta Mirrorshades, appunto, nei fatti ho sempre trovato più interessanti gli apparati teorici e saggistici della loro narrativa in sé, un po’ come dire di essere un grande appassionato del free jazz di Coltrane più per quanto esprime concettualmente che per quanto ci fa sentire de facto.

Ciò non di meno me li sono letti praticamente tutti, gli autori cyberpunk, per qualche anno ho anche lavorato a Urania, la collana di fantascienza da edicola della Mondadori, me li sono letti tutti sempre con una qualche fatica. Figa l’ambientazione, figa quell’idea anarcoide e antisistema che muoveva parte delle trame, fighi i protagonisti, rockettari nello spirito, nerd nei fatti, le città megalopoli notturne, Tokyo sullo sfondo, vicoli puzzolenti di fumi tossice, i videowall ovunque, il lattice, i jack infilati da qualche parte, gli occhiali a specchio, appunto, la rete a dominare su tutto, rete che spesso noi neanche si sapeva esattamente cos’era, ma lo svolgimento troppo spesso farraginoso, stopposo, difficile da masticare, la teoria che si inceppa nel momento in cui diventa pratica, trame più belle se riassunte da qualcuno che su lette nere su bianco.

Su tutto c’era però quel nome, cyberpunk, che mi ha sempre affascinato, l’unione di due parole affascinanti già tra loro, che unite si amplificavano, al pari di avant-pop, per altro genere al cyberpunk limitrofo, sempre a giocare coi generi, seppur il cyberpunk giocasse esclusivamente con fantascienza e noir, e provando a mettere in scena una decodifica del mondo attuale attraverso una visione futura di quel che ci avrebbe atteso dietro l’angolo.

L’idea, per dire, che William Gibson fosse un disertore, diventato canadese proprio per il non aver prestato il servizio militare, era un notevole valore aggiunto, come il patch da pirata sulla faccia di Andrew Vaachs, per dire, o il sapere che John Shirley aveva un passato da vero musicista, con tanto di collaborazione con i Blue Öyster Cult, band che da piccolo confondevo con i Queensryche, non saprei neanche spiegare perché.

Ho molto amato alcune opere cyberpunk, certo, penso a Kalifornia e Una famiglia nuclerare di Marc Laidlow, Lo spirito dei tempi e Caos USA di Bruce Sterling, Neuromante e Aidoru di William Gibson, Snow Crash di Neal Stephenson, per non dire di incipit quali “Faceva caldo, la notte che brucciammo Chrome” o “Il cielo sopra il porto aveva il coloro della televisione sintonizzata su un canale morto”, o di titoli come Monna Lisa Cyberpunk, ma nell’insieme mi sono molto più appassionato a leggere le prefazioni o i saggi riguardo questi scritti che questi scritti stessi.

Per dire, Rudy Rucker mi ha sempre fatto abbastanza cagare, e chiaramente, col suo essere un matematico, è una figura centrale della combriccola degli autori cyberpunk, una specie di fratello maggiore cui tutti guardavano e guardano con estremo rispetto.

Uno che cyberpunk non era, tecnicamente, ma che ha sempre ruotato intorno al gruppo, come sorta di mentore, è Robert Anton Wilson, al pari di un Kurt Vonnegutt e soprattutto del padre spirituale del genere, Philip K. Dick, Robert Anton Wilson autore, insieme a Robert Shea, della Trilogia degli Illuminati, L’occhio della piramide, La mela d’oro e Il leviatano, libri che ho più volte affrontato, col cipiglio dello studioso alfieriano, lì legato alla sedia, ma che mi hanno sempre respinto piuttosto violentemente, in poche parole, mi fanno cagare, Robert Anton Wilson che credo sia anche il fratello di Hakim Bey, vero nome Peter Lambron Wilson, l’autore di TAZ, saggio imprescindibile per chi si occupa di controcultura del novecento, la sottile linea che congiunge i centri sociali dal Burning Man Festival, gli hacker dai Mutoids, i ravers dai travellers, TAZ sta per Zone Temporaneamente Autonome, al pari, che so?, di quelli sul corpo e la rete di Donna Harawey, autrice del Manifesto cyborg, come di Kathy Acker, di cui vi ho già parlato in questo stesso diario.

Un innamoramento intellettuale, il mio, platonico, di quelli che non hanno mai portato a vera passione, al sesso selvaggio. Roba di testa, che quindi in testa si è consumato, figuratevi lo spaesamento quando, parlando di me nella prefazione del mio primo libro, la raccolta di racconti “furibonde giornate senza atti d’amore”, Nanni Balestrini mi paragonò proprio allo William Gibson di Neuromante, chissà se anche a lui piaceva e piacevo più sulla carta che nei fatti?

Discorso, invece, che ha trovato più riscontro quando il genere è stato applicato al cinema, penso alla trilogia di Matrix dei fratelli Larry e Andy, ora diventate entrambe sorelle, Lana e Lilly Wachowski, a Il corvo e Dark City, entrambi di Alex Poryas, film quest’ultimo scritto insieme a David S. Goyer, a sua volta regista di film quali Blade: Trinity, e sceneggiatore di altri film, quali i due Batman di Nolan, tutte opere in odore di cyperpunk, per certi versi, perché le fondamenta del genere affondano sì nella fantascienza e nella musica, ma decisamente anche nei fumetti e nel mondo dei supereroi di seconda generazione, cioè dopo la cura di Alan Moore e di Frank Miller, penso a La città dei bambini perduti, film oscuro in odore di steampunk, la branca del cyberpunk che affonda le radici nel passato vittoriano, ipotizzandone una rilettura fantascientifica, in questo settore i must sono le opere di Paul Di Filippo, lo stesso Neal Stephenson e China Mieville, La città dei bambini perduti, dicevo, registi del quale erano Jean-Pierre Jeunet, in seguito regista de Il favoloso mondo di Amelie e anche di un Alien, e Marc Caro, entrambi già insieme nel delirante Delicatessen, o serie tv come, Dark Angel, anche se nel caso specifico potrebbe essere parte del mio interessamento verso la medesima la presenza in scena dell’attrice protagonista, Jessica Alba, o più recentemente Black Mirror e Westworld.

Se oggi però vi parlo di cyberpunk, sappiatelo, non è tanto per fare una pubblica  ammissione di disamore, o di puro amore platonico, e con questo mio dire, seconda volta oggi, ho sostanzialmente confermato che per me l’amore platonico non è amore, pensa te a che conclusioni giungo durante una pandemia, non c’è amore senza sesso, in sostanza, Venditti suca, non è tanto per questo, comunque, quanto perché, mi sto assillantemente chiedendo da tre mesi a questa parte, da quando, cioè, è stato evidente che Contagion, film più volte menzionato in questo diario, e non solo qui, di Soderbergh uscito nel 2011 come opera di fantasia, annoverato tra le opere di fantascienza, aveva in sostanza raccontato per filo e per segno quello che stavamo vivendo e cui saremmo andato incontro, nei minimi dettagli, dall’onomastica alla cronologia dei fatti, e quel che mi chiedo assillantemente da tre mesi è: che tipo di racconto cyberpunk verrebbe fuori dalla cronaca di questi tre mesi e rotti?

Intendiamoci, non mi sto chiedendo, per altro è una domanda tanto per, perché non pretende una risposta e soprattutto parte dal presupposto che una risposta non arriverà, quantomeno non dai diretti interessati, interessati che non credo di annoverare tra i miei lettori, come racconterebbero, hanno raccontato o racconteranno questa situazione i vari William Gibson o Bruce Sterling, non mi interessa una trasposizione ex post, una rielaborazione, mi interesserebbe capire, se esistono, e magari davvero tutto ciò è il frutto più della mia evidente stanchezza mentale che di una sana curiosità, quali chiavi di lettura scrittori del genere applicherebbero a una pandemia come questa, non più legata al Novecento, i social a tenerci in contatto, i media allo sbando, ipotesi di complotto un tot al giorno, inquinamento che avvelena i polmoni, virus mutanti, oscurità, scienziati vezzeggiati come guru religiosi e tutto quel contorno lì. La curiosità, ripeto, destinata a rimanere tale, ambirebbe almeno a sapere quale finale quella combriccola di scrittori potrebbe ipotizzare, perché nell’averne sentite di tutti i colori, in questi mesi, la sola certezza che al momento ci si pone monolitica di fronte è la totale assenza di certezze. Non abbiamo evidenze scientifiche, perché non ci sono scienziati che abbiano detto univocamente la stessa verità, spesso mettendo il proprio ego dentro l’agone, finendo quindi per perdere la credibilità, non abbiamo scenari futuri che siano non dico percorribili, ma anche solo ipotizzabili, perché ci stiamo abituando tristemente a procedere di settimana in settimana, neanche fossimo davvero in tempo di guerra. Viviamo da precari nella più totale precarietà, la fine ancora non annunciata, figuriamoci, il finale neanche vagamente accennato all’orizzonte.

Sono stato un appassionato lettore di racconti e romanzi cyberpunk, più da un punto di vista teorico che pratico, non sono uno di quelli che però, davanti a un computer o un device, sa esattamente dove mettere le mani. Li uso, come tutti, ma non approfondisco, non so cose che voi umani, non mi interessa saperlo. Una cosa so però per certo, quando ci sono problemi al computer, credo lo direbbe anche Aranzulla, non è certo necessario evocare William Gibson, bisogna spegnere e riavviare, magari assestando anche un paio di pugni. Ecco, spegnere e riavviare. Io partirei proprio da qui.

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