Clint Eastwood, i novant’anni di un monumento del cinema

Un traguardo ragguardevole che l’attore e regista raggiunge in piena attività. Dai western di Sergio Leone alle regie della maturità, Eastwood s’è trasformato in un’icona, in cui si riflettono storia e inquietudini dell’uomo americano

31 Maggio 2020 di


Chi è Clint Eastwood? Viene la tentazione, in occasione dei novant’anni di questo autentico monumento del cinema americano, anzi mondiale, festeggiati il 31 maggio (è nato nel 1930 a San Francisco), di provare a rispondere a questa domanda. Non è facile, visti i sessant’anni d’una        carriera irripetibile, che lo trova alla sua età ancora in felice attività. Partiamo da un assunto: Eastwood è un artista dotato di rara consapevolezza di sé, è la ragione per cui, già nel 1967, fondò la sua casa di produzione, la Malpaso, per mantenere la massima indipedenza possibile. Anche per questo, i lavori in cui ha recitato sono quasi altrettanto importanti di quelli da lui diretti (spesso le due cose coincidono), perché tutto quello che fa rispecchia il suo carattere e mira alla definizione della sua personale poetica, scritta attraverso le regie quanto tramite l’uso del suo corpo d’attore.

Un attore che, sin dai western con Sergio Leone, non s’è mai limitato a interpretare un personaggio, ma ha aggiunto un tassello alla costruzione dell’icona Eastwood, un simbolo nel quale trovano un punto di sintesi umori, visioni, tensioni e immaginari collettivi, che noi spettatori abbiamo sempre proiettato sulla sua figura ieratica, altera, enigmatica. Basterebbe pensare all’ispettore Callaghan e a come, con una sociologia di facile automatismo, si sia voluto leggere in quella figura un riflesso degli umori regressivi di un intero paese assetato più di vendetta che giustizia. Eastwood lo sapeva, e su questa ambiguità ha giocato.

Sergio Leone e Clint Eastwood sul set

Il punto di partenza però è un altro film, L’Uomo Dalla Cravatta Di Cuoio, del 1968, di Don Siegel, l’unico altro regista, insieme a Sergio Leone, verso cui riconosca un esplicito debito di riconoscenza. È un western metropolitano, con Eastwood vicesceriffo dell’Arizona dai metodi spicci e riottoso alle regole, in missione a New York per l’estradizione di un detenuto. Ecco definite le caratteristiche del suo personaggio tipo: un individualista anarchico, tutore dell’ordine ma insofferente alle norme, esattamente come quei cowboy del leggendario Ovest in cui Eastwood s’è formato. Ma, appunto, è un cowboy fuori tempo massimo, legato ai princìpi di un’altra epoca, obbligato ad attraversare il trauma del confronto con la modernità, con la quale venire a patti in qualche modo.

È questo il nucleo dell’icona Eastwood. Viene da quel passato, reale quanto ideale, che aveva le fattezze, al cinema, dei John Wayne e dei Gary Cooper. Non può essere come loro, perché i tempi sono cambiati, né può aspirare alla trasparenza immacolata della loro rettitudine. In Clint Eastwood si riflette la complessità della nuova era, in cui non c’è posto per uomini tutti d’un pezzo. I problemi però non riguardano solo un futuro da costruire, ma anche un passato da metabolizzare. Il personaggio di Eastwood reca dietro di sé qualcosa di indefinito: i tre protagonisti dei western di Sergio Leone sono degli uomini senza nome, Joe, il Monco, il Biondo, che paiono sbucare fuori dal nulla, ma che nella loro laconicità fanno pensare a trascorsi traumatizzanti.

L’Uomo Dalla Cravatta Di Cuoio: essere fuori tempo massimo

È un dato che emergerà più chiaramente nei western da lui diretti: Lo Straniero Senza Nome (1973), in cui stabilisce in un paesino una legge inflessibile, capricciosa ed estremista, forse per vendicare un delitto atroce; Il Cavaliere Pallido (1985), un pistolero che si finge addirittura predicatore, insieme giusto – aiuta i cercatori d’oro contro un avido capitalista –, implacabile e romantico, di cui s’intuisce come dietro la scorza inflessibile ci sia una storia umana dolorosa che non verrà mai raccontata; e ovviamente Gli Spietati (1993), il film con cui vincerà i primi Oscar per film e regia, dove è un ex criminale leggendario, raddolcito da una donna che non c’è più, che decide di rendere giustizia a un gruppo di prostitute – non riuscendo però ad arginare la sua vocazione alla violenza cieca.

Clint Eastwood ha costruito una figura che vive il peso del passato – anche degli errori commessi, perché su quella sua faccia non rassicurante sono scolpite le tracce di gesti di cui non andare orgogliosi – e la nostalgia verso un’epoca più chiara e semplice. Però è obbligato a misurarsi con i tempi nuovi, nei quali cercare di espiare le proprie colpe, purtroppo utilizzando strumenti spuntati, cioè quei valori di un altro tempo ormai inutilizzabili.

Ecco perciò la ragione della complessità del suo cinema. Sia come attore che come regista Eastwood si dibatte in un’epoca nella quale resta uno straniero, esprimendo perciò, contrariamente a quel che può sembrare, un’intima debolezza mascherata da una virilità rocciosa e persino aggressiva. La volontà resta quella di fare giustizia, anche e soprattutto al di là della legge: i risultati però sono controversi, si veda appunto il William Munny de Gli Spietati e l’ispettore Callaghan, che non è un giustiziere alla Bronson ma è comunque una figura sempre sul punto di deragliare, che reagisce scompostamente all’impazzimento del mondo – infatti il trailer del primo film della serie, diretto da Siegel, Ispettore Callaghan: Il Caso Scorpio È Tuo! (1971), parla esplicitamente di “una coppia di killer”, uno dei quali, appunto, è il tutore dell’ordine.

Callaghan, non basta una pistola per ristabilire l’ordine

Il personaggio creato da Clint Eastwood si carica della disillusione di tutta un’epoca, assumendo su di sé il fallimento delle speranze degli anni Sessanta, ma più in generale sente il peso del decadimento morale di un paese la cui grandezza è testimoniata dai residui culturali del western e della musica country. Che, guarda caso, hanno un peso nel suo cinema: in uno dei suoi film più personali, Honky Tonk Man (1982) è un cantante country che torna insieme al figlio in un luogo simbolo come Nashville, per l’occasione della vita che ovviamente mancherà; e nel recentissimo The Mule (2018), è un corriere della droga ottuagenario che viaggia nell’America profonda dei locali per veterani dove si balla la polka, che ritrae con affetto.

Il cinema di Clint Eastwood ruota spesso intorno a un’impossibile rigenerazione dei valori e dell’identità del paese, quel “giardino del bene e del male”, come recita un altro suo titolo sottovalutato, in cui niente è tutto bianco o tutto nero. E nel quale, oltretutto i tentativi compiuti per ristabilire l’ordine perduto, non sono da ascrivere a fasulli benpensanti o wasp immacolati, ma a reietti e figure altre, che sono l’ultima speranza che resta: così nel western Il Texano Dagli Occhi Di Ghiaccio (1976), in cui assembla una comunità di emarginati, o nel capolavoro Gran Torino (2008), dove il vecchio polacco Kowalski, perfetta incarnazione di cinquant’anni di storia american con bandiera a stelle e strisce in giardino, prova affetto non per i figli smidollati, ma per due ragazzi Hmong, una comunità asiatica proveniente dal Laos, emigrata negli Stati Uniti per giocarsi la vita per davvero.

Solo sugli ultimi e i diversi vale fare affidamento: come aveva capito un autore talvolta accomunato a Eastwood, John Ford, che in Ombre Rosse indicava come edificatori del mondo nuovo il fuorilegge Ringo, una prostituta e uno sceriffo alcolizzato. Solo che l’ottimismo democratico di Ford confidava nel destino manifesto e in una rigenerazione ancora possibili. Mentre Eastwood sa che edificare la nuova casa americana è un’operazione quasi disperata. Infatti il crudele sceriffo de Gli Spietati Gene Hackman è il peggior carpentiere che si sia mai visto. E l’unica cosa che si riesca veramente a mettere in piedi in un suo film è, nel western mascherato Bronco Billy (1980), un tendone da circo fatto di bandiere americane, cucite dai pazienti di un manicomio.

Il tendone da circo di Bronco Billy

Anche il supposto machismo è da sottoporre alla prova dei fatti. Certo, la fisicità di Eastwood mal si sposa con personaggi fragili o tormentati, e la sua asciuttezza recitativa – le famose due espressioni col cappello e senza della battuta di Leone – poco concede alle contorsioni psicologiche da Actors Studio. Però già all’altezza del 1971 tra le sue prime prove ci sono La Notte Brava Del Soldato Jonathan, di Siegel, in cui è l’oggetto del desiderio di un gruppo di donne che fa una brutta fine; e la sua regia d’esordio, Brivido Nella Notte, dove è un dj radiofonico alla mercé di una donna paranoica. Il profilo del maschio tratteggiato da Eastwood, insomma, è assai articolato. Aspira a essere un maschio alfa, certamente, ma spesso è un figlio alla ricerca di un padre mai avuto, come l’alter ego Kevin Costner del bellissimo Un Mondo Perfetto (1993), o un padre rifiutato dai figli reali e alla ricerca di eredi putativi – lo struggente Million Dollar Baby (2004), altri due Oscar vinti.

Eastwood con gli Oscar per miglior film e regia vinti per Gli Spietati

I film degli anni 2000 costituiscono il vertice, anche formale, del suo cinema. Tutte storie che partono da sceneggiature molto solide, quasi sempre scavate dentro un’oscurità altamente simbolica, da cui i personaggi emergono a fatica. E qui, messi alla prova del suo sguardo morale, trovano una sintesi i temi che hanno caratterizzato il suo cinema. A volte in chiave di riflessione diretta sulla storia patria, nel dittico bellico Flags Of Our Fathers (2006) e Lettere Da Iwo Jima (2006), la seconda guerra mondiale vista prima dal lato degli americani e poi dei giapponesi.

E poi nel terzetto Mystic River (2003), Million Dollar Baby, Gran Torino, che racconta il collasso della famiglia, il dolore del lutto, il peso del destino – gli adulti di Mystic River che continuano a pagare i traumi sofferti da bambini –, l’apertura verso l’altro e la necessità, per cambiare davvero, di essere disposti al sacrificio di sé – il finale cristologico di Gran Torino, un monito a chiunque si affidi ancora all’usurata immagine dell’Eastwood giustiziere.

Million Dollar Baby: la tentazione di essere padri

Nell’ultimo decennio, poi, Clint Eastwood ha deciso, a parte la sorpresa del recente The Mule, di spostare il fuoco della macchina da presa da sé stesso e dal suo mito. Ne è risultato un cinema depurato e semplificato, che si è posto con curiosità alla ricerca delle storie vere degli eroi del quotidiano. Non per costruire un peana alla nuova America, ma per capire dove sta andando il paese, mostrando figure esemplari e talvolta contraddittorie di gente comune, dal pilota del miracolo dell’Hudson Sully (2016) fino al cecchino di American Sniper (2014), passando per i paladini per caso di Ore 15:17 Attacco Al Treno (2018) o Richard Jewell (2019).

Sono film senza grandi ansie formali, dal ritmo concreto, con sceneggiature non ferree, mossi dall’ambizione di scrostare quanta più finzione dai film per trovare, al fondo, il respiro della vita vera della gente comune. Non per una vocazione populista, ma per una esigenza di autenticità, nutrita da una persistente fiducia nelle persone e nei valori dell’umanesimo. Chissà cos’altro ha ancora in serbo per noi questo ammirevole cineasta. Lunga vita a Clint Eastwood.


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