A tanti sembra strano che in Chiesa si possa andare e a teatro no, ma non sarò certo io a polemizzare

Contrapporre messe e concerti mi ha sempre fatto piuttosto ridere, ma qualche analogia tra musica e religione è facile riscontrarla

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Photo by interris.it

Perché i teatri no e le chiese sì?

Tutti avrete letto un qualche post sui social che proponevano questo semplice dilemma.

Magari siete tra quanti hanno scritto qualcosa del genere, increduli di fronte al fatto che, in effetti, si siano riaperte le chiese, che in realtà non sono mai state chiuse, per poter celebrare le messe, certo seguendo le indicazioni del caso, le entrate contingentate, le distanze giuste, le mascherine, i guanti monouso e via discorrendo, destino invece non capitato ai cinema e ai teatri, e più in generale ai luoghi nei quali si tengono genericamente spettacoli e nei quali vada di scena intrattenimento e cultura, destinati a riaprire a metà giugno, sulla carta, ma in realtà costretti allo stallo, visti i troppi paletti messi dal governo.

Scandalo.

Sarcasmo.

Invettiva.

Tutto quel che in genere ruota intorno alla chiesa da parte di chi, sempre in genere, in chiesa non ci sarebbe comunque entrato.

Ad arricchire il menu, ma è anche abbastanza ovvio, il fatto che la chiesa non abbia venduto i suoi tesori per aiutare gli italiani, e chissà perché solo gli italiani poi, senza tener conto di quanto la chiesa fa già in tempi di pace, perché solo chi non ha avuto la ventura di avere a che fare con la Caritas e i vari dormitori o mense del povero, ma anche più banalmente col supporto alle famiglie dato dagli oratori, immagino, può lasciarsi andare a questi ragionamenti, ragionamenti pret-a-porter di solito corroborati dal mancato pagamento dell’IMU, la pedofilia dei preti e tutta una serie di altri discorsi in effetti anche legittimi.

Non sta a me difendere la chiesa, figuriamoci.

Seppur trovando qualche piccola falla nel discorso, a partire dal fatto che non ho evidenza che si siano fatti i medesimi discorsi nei confronti, per dire, delle palestre, le cui aperture invece sono state evocate ancor più del ritorno di Cristo, evidentemente in quel caso gli assembramenti andavano bene perché chi le evocava aveva un abbonamento da poter utilizzare, ho sempre ritenuto che la libertà di parola sia un sacrosanto diritto, nonostante i canti coglioni che dimostrano come il silenzio sia un diritto cui dovremmo ambire con ancor più impeto.

Ultima postilla, poi passo a parlare di quel che volevo in effetti parlare oggi, sarei curioso di sapere quanti, tra quelli che hanno protestato per l’apertura delle chiese, premesso che io le messe non le avrei fatte ripartire, come per altro diversi sacerdoti e parroci che conosco personalmente hanno fatto, di propria iniziativa e in barba alle indicazioni della CEI, sarei assai curioso di sapere quanti tra quelli che hanno così veementemente protestato hanno mai avuto il piacere di suonare o recitare in un teatro, o di aver un proprio film proiettato al cinema, anche se ho notato che a protestare sono stati in prevalenza persone che ruotano intorno al mondo della musica, quanti, cioè, sono in effetti riconosciuti come artisti non tanto dal proprio ego e dalla benevolenza dei propri cari, quanto dal mercato e dalla critica che, appunto, permetterà loro di tornare a suonare e recitare nel momento in cui, finalmente, anche i teatri seguiranno la sorte delle chiese. Perché, lo confesso, e ovviamente la mia è una confessione laica, che non prevede una assoluzione né un pentimento, ho l’impressione che il mondo dell’arte sia frequentato da molte più persone di quante non sarebbero titolate a farlo, gente convinta che basti dichiararsi artisti per esserlo, e in questo i soli sette giorni di versamenti Enpals richiesti dal governo nel Decreto Rilancio, se possibile, è stato anche peggio dell’infelice frase sugli artisti di Conte, quella sui nostri amici artisti che ci fanno divertire e appassionare.

Ma siccome a me questa cosa che si tenda a contrapporre messe e concerti ha sempre fatto piuttosto ridere, parlo di un sempre limitato nel tempo, diciamo alle settimane di clausura, perché che le messe sarebbero ripartite prima dei concerti era chiaro a tutti, almeno dal momento in cui la CEI lo ha chiesto a gran voce, facendo pure incazzare il papa, pensa te, come se si trattasse di due tipi di show in concorrenza, e suppongo che ci saranno molti a ritenere le messe spettacoli senza un biglietto all’ingresso, fatta eccezione per la questua e l’IMU di cui sopra, suppongo, non rientro tra chi lo pensa, ma non fatico a immedesimarmi in chi lo fa, archiviata con un certo fastidio la notizia di un gruppo di una quarantina di persone che, a Francoforte, si sarebbe contagiata proprio andando alla messa, come una Gigliola Cinquetti qualsiasi, notizia che ha molto girato in Italia, ma che ovviamente in Germania non si è cagato nessuno, i tedeschi tendono a essere un filo più laici di noi italiani, anche parlando di fede o assenza di fede, provo a spiegare il perché del mio divertimento riguardo al contrapposizione di cui sopra, contrapposizione immotivata perché, proverò a dimostrare, in realtà religione e musica hanno molti più punti in comune di quanti non si pensi abitualmente.

Proviamo a far finta di poter viaggiare, come si faceva un tempo. Anche qui, dal 3 giugno si potrà viaggiare dall’Europa all’Italia, ma non è detto che in Italia ci si potrà spostare da regione a regione, e io stesso, senza andar lontano da me stesso, potrei andare nella mia città natale, Ancona, per questioni di lavoro, scrivo, posso fare un po’ il cazzo che mi pare e avrei potuto farlo anche durante il lock down vero e proprio, volendo, salvo avere settantasei ore per rientrare a casa madre, se volessi rimanere di più dovrei chiedere permesso alla prefettura, ma se volessi andare a trovare i miei genitori anziani, beh, dovrei denunciarmi alle autorità sanitarie locali, le quali, con buona probabilità, arrivando io da Milano, mi chiederebbero di restare in quarantena per un paio di settimane, ma il problema sono e restano le chiese.

Dicevo, proviamo a far finta di poter viaggiare, come si faceva un tempo.

Andiamo a Parigi.

No, niente prima persona plurale.

Vado a Parigi, voi mi seguite leggendomi, di qui il plurale usato fin qui.

Passo alla prima persona singolare, quell’io che così tanto adoro.

Entro nel luogo che mi servirà per introdurre questo mio discorso, per azzerare distanze che, anche se non tutti sono tenuti a saperlo, in realtà non esistono.

Siamo entrati.

Mi aggiro con lo sguardo interrogativo.

Di indicazioni ce ne sono poche. Anzi, non ce ne sono per niente. Ma non è difficile orientarsi, basta seguire il flusso di persone. Flusso che anche in una giornata feriale, in una giornata feriale di una stagione poca adatta al turismo non sembra subire flessioni verso il basso. Lo so, non si può fare turismo, in questo tempo oscuro, probabilmente non lo si farà questa estate, lo so bene, questo che sto praticando è un espediente retorico, non dovete prendermi alla lettera, non sono davvero a Parigi, non ci sono andato di recente, né ci andrò a breve, sto raccontando un fatto che magari qualcuno di voi ha realmente vissuto, il l’ho vissuto, o che comunque anche chi non ha vissuto non dovrebbe faticare a seguire, immedesimandomi con la mia voce narrante, con quell’io posto lì anche per farvici immedesimare.

Torno a aggirarmi da quelle parti, senza indicazioni.

Basta aspettare qualche minuto che almeno un pellegrino lo si vede arrivare, riconoscibile nel look, o quantomeno nell’attitudine. Non nell’età, perché si passa dall’uomo adulto, anche verso i sessanta, alla ragazza giovanissima, probabilmente ancora in età scolare.

Ognuno ha con sé un oggetto, qualcosa che potrà lasciare, un dono, un voto. Che si tratti di un foglio con su qualche verso, di una candela, o anche solo una bottiglia di birra da svuotare una volta arrivato. Qualcuno porta una chitarra.

Ecco, il suono della chitarra aiuta a trovare la strada, in mezzo ai sentieri altrimenti poco percorsi.

Un po’ come a Hammelin, senti il suono e lo usi come bussola, senza neanche bisogno di essere un topo o un bambino, e ben sapete come oggi forse sia più gradevole essere topi che bambini, al massimo, nel primo caso, rischi che ti mangi un gatto.

Attenzione, ora passo al tu, ma è giusto per coinvolgervi, voi lettori, e se uso la seconda persona singolare invece che quella plurale è più che altro per darti l’impressione che sia proprio a te, e solo a te, te che stai leggendo, che sto parlando, trucchetto da venditore di auto nei film americani, lo so, ma questo è il massimo che riesco a tirare fuori dal cilindro oggi.

Segui il suono della chitarra, quindi, finché non giri un angolo e lì, in alto a sinistra, la trovi.

Sulle prime ci rimani un po’ male, perché ti saresti immaginato qualcosa di più imponente. Invece si tratta di un monumento piccolino, anche piuttosto maltenuto. Non fosse per tutto quel che ci sta intorno sarebbe passato inosservato. Ma così com’è non si può non notarlo.

Vedi tutti i messaggi lasciati nel corso dei decenni, tutti i doni votivi, tutte le testimonianze di chi è passato di qui e non ha potuto che rendere omaggio, celebrare, ringraziare. Stappi la tua Peroni, sempre che a Parigi si trovino le Peroni, birre francesi non me ne vengono in mente al momento, e non ho voglia di fare una ricerca su Google, non è importante la marca della birra, e che cazzo, e canticchi tra te e te Light on fire, perché è vero che in certe occasioni farebbe più cool una scelta più originale, ma i classici sono tali proprio per questo loro essere validi sempre e comunque.

Finita la birra, ti fai un selfie da condividere sui social, un selfie che mostra la faccia di pietra mezza smangiata dal tempo e dalle tante mani che l’hanno toccata, e te ne vai, lasciandoti Pere Lachaise e i suoi morti alle spalle, felice e orgoglioso di essere andato almeno una volta in vita tua sulla tomba di Jim Morrison.

Fine dell’introduzione, metto momentaneamente da parte i viaggi e lo storytelling.

Iniziamo a fare sul serio.

Ma  s’io avessi previsto tutto questo, dati, causa, pretesto, le attuali conclusioni. Credete che per questi quattro stronzi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni”.

Non c’è bisogno di dirlo, questi sono i versi introduttivi de L’Avvelenata, una della canzoni più famose di Francesco Guccini, e anche una delle canzoni che meglio spiega il mondo delle canzoni dal punto di vista di un cantante di successo che viva il successo come in genere il successo va vissuto, con un distacco misto a pentimento. Non esattamente un quadretto paradisiaco, per restare in tema religioso.

Il tema.

E il modo di affrontarlo.

Musica contro religione, è stato detto più volte, anche se forse sarebbe stato più corretto dire musica contro la Chiesa, perché che la Chiesa stia un po’ sul cazzo a molti è un fatto, ma siccome di messe si è parlato, le chiese, ripeto, non sono mai state chiuse davvero, musica contro religione può andare.

Questa la tesi.

Musica come religione, rispondo io con la mia controtesi.

Ora, tolto il rapporto coi soldi, che sicuramente ai giorni nostri sta slittando verso il facebookiano “relazione finita” dopo essere stata a lungo “relazione complicata”, almeno per buona parte dei cantanti professionisti, figuriamoci per quelli che non lo sono mai stati, chi per scelta chi per contingenza, il mondo della musica fermo, immobile, moribondo se non morto, tolto il rapporto coi soldi, resta il fatto che tra molti artisti e i loro fan esista un rapporto che può serenamente sfociare nel religioso. Con tutto quel che ne consegue, isterismi e fanatismi compresi.

Proviamo a tirare su un parallelo, sicuri che nessuno si offenderà, né tra i credenti né tra gli appassionati di musica (sì, quel noi che sto usando è perché voglio portarvi dalla mia parte, sempre quel trucchetto del cazzo lì, sono stanco, abbiate pietà di me).

Dovessimo disegnare una mappa, tipo quelle che potrebbero finire nella sigla del Trono di Spade, potremmo dire che ci sono cantanti che possono serenamente ambire al ruolo di divinità, su in alto.

Nei loro confronti c’è una vera e propria venerazione, ma più della venerazione pagana e irrazionale che si riservava in passato agli idoli. Qualcosa di più profondo, religioso, appunto. Le loro parole, proprio come quelle delle divinità, finiscono per diventare patrimonio dei fedeli, che le usano, personalmente o coralmente, per ambire a uno stato migliore, si tratti di catarsi o più semplicemente di piacere. I fedeli guardano a loro con lo stesso sguardo privo di giudizio che si riserva a un Dio, verso il quale si può anche bestemmiare, sempre poi tornando pentiti, il fanatismo è parte del pacchetto, se esiste Radio Maria o quelli che per lottare contro l’aborto ammazzano i medici abortisti ci potrà pur essere qualcuno che è disposto a qualche gesto stupido e irrazionale per il troppo amore rivolto verso il proprio idolo, no?

Ci sono poi cantanti considerati erroneamente un gradino sotto le divinità, ma oggetto di un culto talmente profondo da poter ambire a dar vita a una religione a se stante.

Vi sarà capitato, per dire, di entrare in una chiesa e vedere qualche fedele, con gesto irrituale, entrare senza neanche farsi un segno della croce o un inchino. Di più, senza neanche gettare uno sguardo all’altare o alla croce, che del cattolicesimo e giustamente simbolo fondante, andare diritti verso una statua, solitamente posta lateralmente. Arrivati lì, si tratti di San Nicola, Sant’Antonio da Padova o, per arrivare alla nostra contemporaneità, Padre Pio (ancora Padre Pio nonostante sia in realtà San Pio da Pietralcina), eccoli cadere in ginocchio, in fase mistica, sciorinare preghiere neanche si trattasse del Dio del vecchio testamento quello rappresentato nella statua.

Esistono, infine, i culti più canonici, che in genere si sviluppano in microcomunità. Quelli che non ambiscono a ruoli centrali, ma non per questo sono oggetto di attenzioni minori, anzi. Minore è semmai il numero di fedeli, non certo l’adesione incondizionata. In questo caso, al fanatismo si sostituisce una sorta di orgoglio identitario, noi contro voi, in musica come nelle religioni, ripeto.

Per dire, se Vasco Rossi è il Dio della musica italiana, quello che raccoglie interi popoli, si veda Modena Park con le sue duecentoventimila presenze, quello capace di raccogliere fan/fedeli in sua assenza. È successo nel 2011, dopo un ricovero forzato del nostro, quando a Torino in migliaia si sono ritrovati in un concerto senza cantante, sorta di messa cantata in cui si celebra un Dio senza che il Dio, fisicamente, si mostri. Messa cantata, per dire, che i fan di un David Bowie, o di un Prince, si sono trovati a celebrare alla morte dei loro beniamini, in scene che abbiamo imparato a conoscere attraverso i social, con cori, candele, i simboli esposti in t-shirt e colori dipinti sul viso, e tutto quell’immaginario para-cattolico che per noi italiano è parte del nostro codice genetico. Sono artisti, questi, le cui parole sono diventate vere e proprie preghiere, non a caso raccolte in libi che vengono poi chiamati dagli stessi fan Bibbia, tatuate sulla pelle, ripetute a oltranza come preghiere, buone per tutte le occasioni.

Ecco, se Dio è Vasco c’è una pletora di artisti che possono ambire al ruolo di Padre Pio, pensate a quel che succede da una vita ai Nomadi, capaci come nessuno di superare la morte del proprio cantante/simbolo, per dire, o a un Vinicio Capossela, passato dallo scopiazzare Tom Waits a portare in giro le canzoni delle montagne dell’avellinese.

I santi minori sono troppi da nominare, ognuno di noi, con buona probabilità, se siamo appassionati di musica, ne avrà uno, da noi in Ancona abbiamo San Ciriaco martire, morto dopo che per il suo essere cristiano gli hanno fatto bere piombo fuso. Ma non deve necessariamente essere il patrono del proprio paese, può anche essere il santo di cui portiamo il nome, uno a cui era devota nostra nonna, uno di quel santuario bello dove sei capitato prima che passassi quell’esame o ti ricoverassero per quell’intervento fortunatamente andato bene (sì, quel fortunatamente sta lì apposta).

E come succede coi santi minori, quelli di cui si conserva il santino nel portafogli, quello che si prega nei momenti particolarmente difficili o felici, per ringraziare, essere minori è parte del culto, coi fedeli che guardano alla possibilità di un ingresso nel mainstream, a un ipotetico improvviso successo di massa come a un male da rifuggire come la peste.

Quante volte, per dire, avete sentito un appassionato, uno di quelli che ancora comprano le riviste di musica, le poche rimaste, che comprano, direbbero loro, i dischi, parlare di commercializzazione di artisti o band che, nei fatti, restano ancora di ultranicchia, solo per essere arrivati, magari, ad affacciarsi su un qualche palco importante o per un’ospitata degna di nota?

Questa è la cosiddetta “sindrome di Rockerilla”, ve ne ho già parlato nelle scorse settimane, in altro capitolo di questo diario del contagio, oggi giunto alla novantasettesima puntata, Sindrome di Rockerilla, appunto, dal nome di una nota rivista che smetteva di occuparsi di artisti nel momento in cui il mondo si accorgeva di loro. Sindrome che consiste nel sentirsi privati del diritto a un rapporto esclusivo con una divinità, appunto, troppo appetibile per gli altri per poter continuare a essere solo nostra. Sindrome che, nello specifico, può colpire anche qualcuno che non sia mai stato nostro idolo, ma che ha il demerito di piacere da subito a troppa gente. Faccio per dire, Padre Pio, appunto, uno su cui tutte le settimane le riviste popolari spendono pagine e pagine di inutili articoli, non è molto apprezzato da tanta parte di credenti, un po’ troppo pop a prescindere dai reali meriti, verrebbe da dire, una sorta di Gigi D’Alessio dell’arco costituzionale dei santi.

Poi, come tutti i culti religiosi, la musica ha sviluppato tutta una serie di apparati immaginari, oggetti, riti che si ripetono in ogni angolo del mondo, benzina per il motore dei credenti.

Abbiamo cominciato parlando di un pellegrinaggio sulla tomba di Jim Morrison, non troppo dissimile a quello che si fa sulle tombe dei tanti santi in giro per il mondo, ma avremmo potuto tranquillamente spostare la scena in Italia, collocandola a Zocca, dove si trova la casa di Vasco Rossi, con tutto un florilegio di scritte e colori e pellegrini in attesa che il Dio appaia e si conceda loro, pellegrini al momento tenuti distanti dal Coronavirus, nonostante alcuni siano proprio durante il lock down partiti dalla Campania in pellegrinaggio, ma che, ne sono certo, appena tutto questo sarà finito, se e quando tutto questo sarà finito, non mancheranno di fare il loro ingombrante ritorno da quelle parti.

Da una parte il luogo dove riposano le mortali spoglie, dall’altra il luogo, simbolico, dove il santo è nato, proseguendo nel parallelo, da una parte Gerusalemme, dall’altra la Santa Casa di Loreto.

Ci sono poi i luoghi dove ci sono stati miracoli, dalle strisce pedonali di Abbey Road, chi c’è stato non ha potuto fare a meno di farsi una foto, anche in epoca pre-selfie, alla centrale elettrica di Battersea Power Station, sempre a Londra, finita poi nella copertina di Animals dei Pink Floyd, via via fino ai luoghi mitici dove certi artisti hanno suonato.

E visto che di miracoli si parla, come non citare le reliquie, vero e proprio merchandising della chiesa, come del rock. Andate a farvi un giro sui siti per appassionati di rock e troverete in vendita di tutto, dal calco in gesso, finto, del fallo di Jimi Hendrix, notoriamente regalato dal genio di Seattle a una groupie che era usa raccogliere queste amenità e collezionarle, ai plettri usati da un giovane Eric Clapton, passando per la biancheria intima di Madonna, via via, fino a quella di Nicki Minaj. Va beh, sulla biancheria intima magari i fan ci si fanno le seghe, e quelle se le farebbero anche sulla biancheria intima di non artiste, ma, ripeto, sono novantasette giorni che scrivo ininterrottamente, e anche se quello che state leggendo è un canone che ho già suonato altre volte, discorso che mi appassiona e che quindi fa parte dei miei standard, non cagatemi troppo il cazzo.

Reliquie, appunto, come pezzetti di legno della croce, o del saio di San Francesco, spero davvero di non offendere nessuno, specie i miei genitori.

Più semplice il parallelo tra le immagini sacre, le icone e i santini, ormai diventati vintage, e i poster o gli adesivi dei cantanti, anche essi diventati vintage. Tutte immagini dei propri beniamini da tenere affissi in casa, o sul diario, o dentro il portafogli (oggi sostituiti da salvaschermo o immagini del profilo su IG, ma tant’è).

Un modo per avere sempre sotto gli occhi il nostro idolo, ma al tempo stesso per mettere la nostra idolatria, termine sbagliato, lo so, ma molto efficace, converrete, sotto gli occhi di tutti. Che il mondo sappia che ti sono devoto, questo il messaggio neanche troppo subliminale. Non a caso c’è chi estremizza, ricorrendo a tatuaggi che rappresentino loghi, frasi di canzoni, volti.

Tutta l’iconografia che si fa, appunto, segno.

E anche il termine icona, spesso usato per personaggi che popolano il mondo del pop e del rock, del resto, dalla religione, o meglio dalla pittura religiosa deriva. Non a caso.

Esistono e sono esistite icone talmente fulgide, si pensi a un Lemmy dei Motorhead, scomparso senza possibilità di essere sostituito da un esemplare più giovane della stessa levatura, da essere molto più famose e condivise della propria musica, incarnazione di un immaginario a beneficio di chi è disposto a dedicare pochi secondi a una immagine invece che qualche minuto a una canzone.

Tutti, o quasi, saprebbero riconoscere quel viso, quei baffi a manubrio, quelle cisti, quello sguardo. Quasi nessuno saprebbe citare il titolo di un album o di un singolo brano della band che Lemmy ha capitanato una vita, lì a suonare fino alla morte.

Un po’ come può accadere a noi rispetto a certe divinità indù, di cui possiamo anche sapere il nome, ma non certo le caratteristiche o la biografia.

E in tutto questo guardare al mondo della musica come fosse una religione, non ci si può non accorgere del proliferare di religioni non riconosciute, addirittura non riconoscibili, equiparabili alle sette.

Culti che, agli occhi anche dei più aperti di idee, appaiono posticci, e agli occhi dei più illuminate pericolose.

Come si fa, per dire, a chiamare Divina Laura Pausini, mi chiedo io? Come si può usare le banali parole delle sue canzoni come fossero preghiere? Come guardare a lei come a un’infallibile, dal momento che sta collezionando brutta musica da tempo immemore?

Eppure così è, anzi, nel suo caso il fanatismo dei fan è stato provato con mano da chi scrive, che poi sarei io, manco fossi un sopravvissuto di Charli Hebdo scampato a attentati verbali ripetuti e anche piuttosto violenti.

Discorso che si potrebbe ovviamente allargare a molti, su tutti i giovani che usano la rete prima per diffondere il culto e poi, solo poi, per diffondere la loro brutta musica, pensate ai cosiddetti artisti della scena trap o indie, cosiddetti artisti, questa la sola speranza che mi tiene appeso al sottile filo della lucidità dopo novantasette giorni di reclusione, che la fine di tutto quello che abbiamo vissuto negli ultimi mesi, sempre che sia realmente finito, spazzerà via senza lasciare traccia.

Quindi, verrebbe da chiosare, chi ha alzato la voce, magari usando parole scritte in maiuscolo, il solo modo per alzare la voce sui social, protestando perché le messe sì e i concerti no, forse dovrebbe un filo rivedere le proprie teorie strampalate, anche perché, è un fatto, la Chiesa, intesa non come luogo fisico, ma come luogo spirituale organizzato gerarchicamente a partire dal suo capo, il papa, ha sempre dato pane e sostegno al mondo dell’arte, le famose chiese di cui sopra sono spesso visitate dai turisti non per cercare aiuti da parte del Divino, ma per vederne le infinite bellezze.

Si provasse a invocare quindi l’aiuto concreto da parte del pontefice Francesco I, che più volte in queste settimane ha ricordato gli artisti nelle sue prediche, invocare cioè un ritorno a quel passato nel quale la Chiesa si faceva committente d’arte, piuttosto che scagliarcisi contro stupidamente.

Tanto è evidente a chiunque abbia un minimo di lucidità, e oggi non credo siamo rimasti in molti, che il futuro dell’arte sarà sempre più destinato a legarsi a munifici sostenitori, siano essi i Pigmalioni o i Mecenati di turno, o, appunto, la Chiesa stessa, il mercato ormai incapace di sopravvivere alla miopia di chi ci ha lavorato negli ultimi anni, l’apocalisse della pandemia a dare il colpo fatale a tutti.

Chiudo questo capitolo del mio diario del contagio citando un autore che adoro, Chuck Klosterman, uno dei più grandi scrittori di musica rock e pop al mondo, presente esclusi, uno che ha scritto un bellissimo libro, edito anni fa in Italia da Mondadori, “Il giorno in cui il rock è morto”, recentemente uscito per MinimumFax col titolo “Morire per sopravvivere- Una storia vera all’85%”, libro nel quale racconta di un suo personale pellegrinaggio in giro per gli States in visita ai luoghi dove sono morti rocker famosi e da lui amati in maniera tragica, dal Chelsea Hotel nel quale è morto Sid Vicious al Dakota Building di fronte al quale John Lennon venne ucciso dal suo fan Mark Chapman, passando passando per il luoghi nei quali hanno trovato la morte Duane Allman e Berry Oakley degli Allman Brothers, a tre isolati di distanza, il campo di fagioli dove si sono schiantati parte dei Lynyrd Skynyrd, il locale The Station di West Warwick nel quale trovarono la morte i fan dei Great White durante il noto e tragico rogo, fino alla casa nella quale si è tolto la vita Kurt Cobain, un vero e proprio pellegrinaggio simile in tutto e per tutto a quello che i devoti fedeli fanno sulle tombe dei santi.

Un libro, il suo, nel quale la musica che Klosterman evidentemente adora è in realtà una scusa per raccontare se stesso, e il se stesso che Klosterman racconta è in realtà il mirino con il quale puntare al corpo grosso della società americana, capitalistica e occidentale, giusto un attimo prima di fare fuoco, esattamente quanto ha poi fatto negli altri suoi testi, in italiano trovate solo “Fargo. Un’odissea heavy metal nel Nord Dakota rurale”, edito da Meridiano Zero, altro libro assolutamente da leggere.

Parlare di sé per raccontare il mondo…

Io questi che parlano sempre di loro stessi non li ho mai capiti, non so voi…

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