The Lighthouse, il film ambizioso e divisivo di Robert Eggers con Pattinson e Dafoe

Passato tra molti clamori a Cannes 2019, esce in streaming l’opera inclassificabile di uno dei nomi di punta dell’horror. Formato quadrato, bianco e nero, narrazione imperscrutabile, sgradevolezza esibita. O si ama o si odia

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The Lighthouse è finalmente sbarcato pochi giorni fa su diverse piattaforme streaming, da Chili a Rakuten Tv a PrimeVideo, quando ormai si sapeva che il film non sarebbe mai arrivato in sala – indipendentemente dall’emergenza Coronavirus.

L’attesa tra i cinefili era notevole per diverse ragioni: perché il 37enne regista Robert Eggers è uno dei nomi di punta della nuova scena horror, con autori capaci di rileggere il genere in una chiave che lo ibrida e raffina. Certamente il suo horror metafisico su paura e desiderio The VVitch del 2015 – ambientazione storica, eleganza visiva, ambizioni filologiche di messinscena e lingua – è uno dei frutti più maturi di questa tendenza, accanto al lavoro di Ari Aster (soprattutto Midsommar) e il meno vistoso ma non meno innovativo It Follows di David Robert Mitchell.

The Lighthouse aveva creato enorme curiosità alla Quinzaine di Cannes nel 2019, con reazioni agli antipodi, capolavoro modernista o pretenzioso bluff arty, intercettando anche l’interesse dei giovanissimi per la presenza come protagonista di uno dei pochi autentici divi giovanili, Robert Pattinson, cui va riconosciuta, dopo Twilight, la voglia di ritagliarsi un’identità d’interprete che scarta dall’ovvio. Di qui Cosmopolis di Cronenberg, Good Time coi fratelli Safdie, High Life di Claire Denis.

E tutt’altro che mainstream è l’ambiziosissimo The Lighthouse, d’una autorialità esibita in ogni dettaglio. Il film è un gioco al massacro con due soli protagonisti, gettati nel mezzo d’una natura intrattabile e d’una condizione di solitudine raggelante (e già qui vengono in mente il Losey de Il Servo, il Polański di Cul-de-sac, il Bergman di Persona). Intorno al 1890 l’anziano Thomas Wake (Willem Dafoe) e il giovane Thomas Howard (Pattinson), raggiungono un’isoletta sperduta del New England, battuta da venti e marosi incessanti, dove occuparsi della manutenzione del faro.

La convivenza forzata degenera rapidamente. Per le angherie di Wake che obbliga l’assistente ai compiti più umili impedendogli l’accesso al faro; per l’ambiente inospitale; per il consumo smodato di alcol. Howard trova la statuetta d’una sirena per la quale sviluppa una passione feticista, ingaggia una lotta coi gabbiani minacciosi come i proverbiali uccelli hitchcockiani, comincia a vedere strane cose (allucinazioni?). Indefinibili poi sono i maneggi di Wake col faro interdetto all’assistente, in un’esperienza che parrebbe aver qualcosa di mistico.

Più che un horror, The Lighthouse è un racconto tra irrazionale e sovrannaturale che, come è stato ampiamente sottolineato, rimanda idealmente a Poe (il film s’ispira a un suo racconto incompiuto dallo stesso titolo) e Lovecraft. L’elemento marinaresco, sottolineato dall’uso d’una lingua antiquata e di gergo, fa pensare a Melville. Infatti, Howard rinfaccia a Wake di essere una parodia del capitano Achab, “che brontola ordini come una maestrina zitella”. Lo stile visivo è d’una preziosità abbacinante: formato 1.19:1 e bianco e nero da muto, contrasti e illuminazioni vistose tra espressionismo tedesco e cinema scandinavo (quindi Murnau, il Dreyer di Vampyr, Sjöstrom).

The Lighthouse
La preziosa impaginazione visiva di The Lighthouse

La dimensione quadrata dell’immagine è da un lato asfissiante, negli interni dai soffitti bassi e opprimenti d’una stamberga illuminata da una fioca luce di candela. Dall’altro lato c’è, negli esterni, la dimensione vastissima e sublime d’una natura d’intrattabile, misteriosa potenza, al centro della quale gli umani sono dettagli microscopici e ininfluenti, cosa che fa pensare alla pittura di Friedrich. In questa dimensione disperata e allucinata, soverchiata dal fragore del mare e da suoni e clangori stridenti della colonna sonora i personaggi, via via, vacillano psichicamente, si odiano e picchiano, per poi riavvicinarsi in una tensione quasi omoerotica.

La recitazione dei protagonisti è un tour de force vistoso quanto l’impaginazione visiva. Dafoe con luci che gli tagliano il volto ed espressioni da cinema muto, mentre Pattinson è survoltato e autolesionista. È anche una mescolanza di alto e basso The Lighthouse: la severa e compunta composizione dell’immagine è contraddetta da una potente corporeità attoriale, umori, flatulenze, masturbazioni, mostrate con impudicizia insistita. Non c’è una vera storia, se non quella di uno scivolamento nell’instabilità mentale, nell’abiezione, nel sadomasochismo autodistruttivo ed esaltato, che sfocia nell’allucinazione e nell’irrazionale.

The Lighthouse
Il regista Robert Eggers

La sensazione, a scelta, in base ai propri gusti e sensibilità, è di trovarsi o di fronte a un capolavoro che lavora su ogni versante della messinscena (fotografia, suono, recitazione, mancanza di linearità narrativa) per una radiografia dell’angoscia che smantelli terroristicamente la compostezza da cinema commerciale. Oppure, di essere alle prese con un oggetto di formalismo esasperante, coltissimo ma programmatico nella sua sgradevolezza che ha l’ansia di dire troppo invece di puntare sull’ambiguità e la sottigliezza. Un film che, dato il finale di misticismo un po’ facile, non sembra sapere esattamente dove andare a parare.

Tra le due ipotesi propendo modestamente per la seconda. E quindi, una volta riconosciuta la capacità di Eggers di plasmare un universo visivo ricco di riferimenti (pure citazioni letterali del Kubrick di Shining) ma indubbiamente personale, resto perplesso dallo scialo cumulativo di soluzioni smaglianti ma fini a sé stesse. E se dovessi suggerire allo spettatore una visione dello stesso tenore, ugualmente spiazzante, lo indirizzerei a un film cui mi pare The Lighthouse debba qualcosa, e cioè Les Garçons Sauvages di Bertrand Mandico. Che con maggiore lucidità, in chiave apertamente queer, affronta alcuni temi, natura e uomo, organico e inorganico, identità, sui quali Eggers invece gira attorno senza riuscire a centrare davvero.