Il mio diario della Pandemia oggi diventa il diario della Punk-demia

Dato che la musica ormai non è più l'espressione di ciò che sta accadendo nel mondo, mi attaccherò all’illusoria certezza che sia la letteratura a svolgere questa funzione

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Punk: attitude - frame by film

Anno del signore 2020, addì 28 maggio, le mie orecchie sentono queste parole, illuminanti, sempre che le parole possano illuminare.

È possibile che la musica, ora, non sia realmente l’espressione di ciò che sta accadendo nel mondo”.

Al termine del documentario di Don Letts dal titolo Punk: Attitude, opera molto esaustiva e interessante che sicuramente ha influenzato la miniserie Punk, da poco andata in onda su Sky e prodotta da Iggy Pop, serie di cui vi ho parlato ormai diverse settimane fa in questo mio diario del contagio, film, questo di Don Letts, risalente ormai a quindici anni fa, arriva Martin Rev, metà superstite dei Suicide, che detto così suona anche piuttosto strano, ma se vi ha fatto sorridere questa frase senza che sappiate cosa erano i Suicide, beh, sappiate che non c’è davvero nulla da ridere, perché una vita senza No Wave, temo, sia una vita senza una bella porzione di cultura musicale, fatevene una ragione, Alan Vega altra metà dei Suicide, quello che non è sopravvissuto, morto ormai quattro anni e passa fa, al termine del documentario di Don Letts dal titolo Punk: Attitude, comunque, quasi al termine, arriva Martin Rev e pronuncia questa frase: “È possibile che la musica, ora, non sia realmente l’espressione di ciò che sta accadendo nel mondo”.

La pronuncia dopo che Don Letts, per voce dei tanti protagonisti delle varie scene punk che nel corso degli anni si sono succedute, il documentario parte dagli anni Sessanta, quindi dai Velvet Underground e gli MC5, ma non solo quelli, e arriva fino al punk anni Novanta, includendo nel pacchetto anche i Nirvana, per dire, o gli Alice in Chains, andando quindi a includere nel discorso il rock alternativo, anche nel momento in cui è diventato mainstream, dando alla controcultura un valore assoluto, eversivo e antisistema, ci ha accompagnato dall’America all’Inghilterra, e ritorno, passando dal punk all’hardcore, via via fino al grunge, con tutto quel che c’è stato in mezzo e intorno, la New Wave e la No Wave, tra le altre scene, sempre che fosse una scena la non-scena per antonomasia, indicando come da un certo momento in poi il punk avesse perso un po’, se non del tutto, la propria carica rivoluzionaria, politica, la capacità di dar voce agli emarginati o marginali che dir si voglia, in questo le parole pronunciate da John Sinclair, teorico degli MC5 e fondatore delle White Panther, risposta bianca alle Black Panther, Henry Rollins e Jello Biafra andrebbero incise sulla pietra.

Un racconto, quello di Don Letts, non a caso, che non concede spazi agli epigoni del nuovo punk, parlo dei Green Day o degli Offspring, per dire, citati nel finale, senza molta enfasi, anzi, quasi come i becchini arrivati a dichiarare l’avvenuto decesso di un genere, come invece farà quindici anni dopo la serie di Jasse James Miller, deriva commerciale, almeno in parte, di un genere che proprio nella contraddizione antisistema vs grande truffa del rock’n’roll affonda le sue radici, seppur tenendo fuori dalla porta realtà che a mio avviso sono state fondamentali in tal senso, dagli Hüsker Dü ai Bad Religion, senza contare la presenza solo raccontata di Ian MacKey dei Minor Threat e poi dei Fugazi. Il punk è stata una faccenda politica, musica come motore di una spinta controculturale, decidere arbitrariamente di tenere le derive commerciali, evidentemente considerate troppo commerciali o solo commerciali, è comprensibile, parlo del punk californiano dei Green Day, capitemi, i Blink 182 neanche li prendo in considerazione, l’afflosciarsi della spinta provocatoria e rivoluzionaria raccontata da quei personaggi lì una sorta di requiem intonato a più voci, e che voci, cazzo, John Sinclair, Henry Rollins e Jello Biafra.

Quando quindi irrompe in scena Martin Rev, i capelli nero corvino, il viso scavato dalla vita e dai vizi, gli occhiali neri a fondersi con le rughe, a regalarci una faccia che è un monumento al rock, a dire: “È possibile che la musica, ora, non sia realmente l’espressione di ciò che sta accadendo nel mondo” è come succede in certi libri gialli, penso a Michael Connelly, quando nel finale tutti i tasselli seminati lungo il racconto, nella trama, acquistano di colpo un senso, il colpevole era sotto gli occhi di tutti ma lo si è capito solo nel finale, quando ormai la faccenda sembrava risolta.

È possibile che la musica, ora, non sia realmente l’espressione di ciò che sta accadendo nel mondo”.

Ora, oggi è il mio novantacinquesimo giorno di clausura, certo con i piccoli spiragli che l’uscita del sabato ci ha concesso, di più non si riesce per le ormai anche troppe volte raccontate restrizioni che la didattica a distanza unita allo smart working ci impone, maledetta Azzolina, concedono, le uscite per la spesa, in questa Fase 2, sono esattamente identiche alle uscite per la Fase 1, stesse file, stessa diffidenza in chi ti sta intorno, stessa assenza a rotazione di prodotti che evidentemente o sono i più richiesti dagli italiani o i meno cari, quindi meno interessanti da riproporre per le catene della grande distribuzione, oggi è il mio novantacinquesimo giorno di clausura, quindi questo è il novantacinquesimo capitolo di questo diario del contagio, che io mi ritrovi a ragionare, a ragionare a voce alta, con la vostra passiva complicità, perché altrimenti il mio sarebbe un parlare da soli, come i matti, che io mi ritrovi a ragionare sul potenziale espressivo della musica, alla capacità quindi della musica stessa di farsi non tanto colonna sonora di un’epoca, una colonna sonora può non essere espressione di qualcosa, ma mero accompagnamento, ma vero e proprio veicolo di messaggi e parte fondante della cultura/controcultura, beh, la dice probabilmente lunga su come io stia vivendo questo periodo.

Intendiamoci, questo diario ha esattamente questo scopo, no?, raccontare non tanto cosa io stia facendo, sto in casa con i miei familiari, esco per fare la spesa, toh, adesso usciamo una volta la settimana coi figli, come diario racconterebbe davvero pochino, quanto piuttosto mettere in scena, e metterlo non solo attraverso il racconto in sé, la trama, ma anche e soprattutto attraverso lo stile e la forma, la forma è sostanza, non mi stancherò mai di ripeterlo, i miei repentini cambi di umore, le paure, le speranze, mie e dei miei familiari, il diario del contagio è il diario della clausura, quella che si è svolta dentro casa mia, storie di ordinaria follia, avrebbe detto il vecchio Hank, derive psicologiche che ovviamente, di questo in teoria scrivevo un tempo, un tempo che oggi sembra lontanissimo, derive psicologiche che ovviamente finiscono nella musica, o nella letteratura, o in entrambe, serie tv e cinema a fare da corollario, specie da quando i libri sono momentaneamente usciti dalla mia quotidianità, troppo stanco mentalmente per leggere.

È possibile che la musica, ora, non sia realmente l’espressione di ciò che sta accadendo nel mondo”, quindi.

Oggi è un argomento fondamentale, per me.

Vitale.

Non posso non occuparmene, pena il mio sprofondare in una sorta di inedia, fossimo in un passo della Bibbia o in un frame di Seven di David Fincher direi vittima dell’accidia, sempre che la Bibbia e il serial killer fissato coi vizi capitali interpretato dal Kevin Spacey di Seven possano aver preso in considerazione l’ipotesi che l’accidia sia motrice e non conseguenza, cioè che l’accidia non sia conseguenza di una scelta, magari indotta dall’indole, quanto più una specie di malattia che ci colpisce a tradimento, come tutte le malattie, impedendoci ogni forma di resistenza, e il fatto che io sia passato dal ragionare sul potenziale espressivo della musica, il punk nello specifico, in tutte le sue derive alternative, dall’hardcore al grunge, poi è chiaro a tutti che non c’è stato più nulla di rilevante, al passare qualche tempo a disquisire di vizi capitali e di indolenza, forse, è già di per sé il racconto di questa mia novantacinquesima giornata di clausura, un folle che sragiona, un pazzo furioso che delira passando dalla compianta Ari Up delle Slits o Keith Morris dei Black Flag e poi dei Circle Jerks, o Pete Shelley e Howard Devoto dei Buzzcocks, quest’ultimo anche dei Magazine, al legame un filo postmodernista che conduce da San Gregorio Magno a David Fincher, roba che neanche Giovanni Lindo Ferretti mentre alleva cavalli in un qualche maneggio sull’appennino reggiano, il suo taglio di capelli oggi decisamente alla moda, visto come si presentano molti volti televisivi nei loro collegamenti da casa via Skype.

È possibile che la musica, ora, non sia realmente l’espressione di ciò che sta accadendo nel mondo”, ipse dixit Martin Rev dei Suicide.

Viene da credergli, e non certo da oggi che siamo sotto pandemia da qualcosa come due mesi e mezzo, due mesi e mezzo nel senso di quando la pandemia è stata dichiarata come tale, perché par di capire che il Coronavirus è davvero faccenda che affonda le radici nell’anno scorso.

Ho dedicato parte delle mie energie, una porzione piuttosto impressionante di parole, una porzione rilevante delle parole che ho usato negli ultimi anni, per intendersi, a provare a decifrare il peso specifico e non che la musica ha oggi.

A interrogarmi, quindi, e a interrogare chi la musica la sta facendo, la sta producendo, la sta pubblicando, la sta promuovendo, la sta portando in giro, tutti questi sta dovevano essere usati al tempo imperfetto, lo so, ma resto ancora un inguaribile ottimista, in fondo, a interrogarmi e interrogare non tanto sulle potenzialità espressiva della musica oggi, quanto sulla capacità della musica d’oggi di raccontarlo, l’oggi, la sua capacità di fornirci gli strumenti per decifrarlo, l’oggi, sfumature, ma le parole servono anche a questo, no?, a sottolineare le sfumature.

Poi, è ovvio, non fingo di non saperlo, ho dedicato anche un sacco di tempo, decisamente troppo tempo, niente come una pandemia, o il tempo in cui siamo sotto pandemia, quando cioè l’esile filo che ci tiene in vita, la precarietà del nostro transito terrestre, chiamate come cazzo volete quel senso di vulnerabilità che ci ha tenuto in scacco tutte queste settimane, chiusi in casa senza neanche la forza di alzare un minimo la voce per far valere i nostri diritti elementari, niente come il tempo in cui siamo sotto pandemia ci rende consapevoli del valore del tempo stesso, infinito, in termini di scorrere del tempo, mentre siamo bloccati in casa, le giornate che non passano mai, tutte uguali a loro stesse, velocissimo nello scorrere, se ci fermiamo a pensare come questo 2020 stia passando senza lasciare altra traccia in noi che la noia e la paura, nessuna esperienza rilevante da mettere nell’albo dei ricordi, men che meno fotografie da mettere nell’albo dei ricordi, Instagram che sta crollando sprovvista di paesaggi e culi, poi, è ovvio, non fingo di non saperlo, ho dedicato anche un sacco di tempo, decisamente troppo tempo, a occuparmi di musica demmerda, minuti preziosi della mia vita finita, non nel senso che sono morto, sto scrivendo, è ovvio che io sia vivo, ma nel senso che come tutte le vite ha una fine, spero il più in là possibile, finita, appunta, minuti preziosi della mia vita finita passati a ascoltare musica che in un mondo normale non solo non dovrei ascoltare, probabilmente neanche dovrebbe esistere, oltre che a occuparmi di picconare un sistema marcio fino al midollo, abitato da persone dalla morale discutibile.

Questo mio perdermi dietro discorsi in apparenza futili, in realtà, non sono mai riuscito a vederlo del tutto slegato ai discorsi più alti, teoretici, quasi teologali, che ho applicato alla forma d’arte chiamata musica, un po’ perché, già sapete, sono figlio del postmoderno e del postmodernismo, viva Dio credo che questa epoca pandemica abbia spazzato via una volta per tutte la deriva ipermodernista che ci ha letteralmente attanagliato negli ultimi anni, questa frammentazione a segmenti della realtà, implosione del concetto di illusoria ironizzazione della modernità, quindi son sempre lì a mettere insieme alto e basso, colto e incolto, pop e anti-pop, mischiando le carte, sfasando i piani narrativi, un po’ perché di seguire i canoni, onestamente, non mi è mai interessato nulla, anzi, ho sempre provato a farne di miei, di canoni, di forzare la mano, aprire strade non percorse da altri, spavaldo, certo, ma più che altro libero.

Sia come sia, questo mio interrogarmi e interrogare era più che altro atto a infliggere ferite, provare discussioni, aprire dibattiti che a trovare risposte sensate, sempre che risposte sensate a queste domande esistano.

Un esercizio intellettuale praticato in un campo che da tempo ha serrato i cancelli lasciando fuori proprio l’esercizio intellettuale, persona non gradita, una forma d’arte, la musica, che sempre più spesso ha voluto o potuto fare i conti solo col mercato, per quanto morente o già morto che sia, piuttosto che con l’estetica e la filosofia.

Sentire quindi ieri Martin Rev, per altro in un’intervista uscita in un film datato 2005, parliamo di parole che con buona probabilità avrà pronunciato sedici anni fa, ben prima dell’esplosione, parlo dell’Italia, dei talent o dello streaming, ancora il fisico aveva una preminenza sul download, figuriamoci di che mondo stiamo parlando, sentire quindi ieri Martin Rev, la faccia solcata da rughe profonde, capelli nero corvino come nero corvino gli occhiali da sole a coprirne gli occhi, dire quelle parole è stato un po’ come essere incarnati in John Belushi nel momento in cui un raggio di sole perfora il rosone della chiesa il cui pastore è il reverendo James Brown nell’apicale scena dei Blue’s Brothers: “Ho visto la luce”. Una luce, però, oscura, come quella dell’altrettanto apicale canzone dei Soundgarden, Black Hole Sun, qualcosa di capace, se non fossero già bastati novantacinque giorni di clausura, una pandemia che ci ha letteralmente messo in ginocchio, economicamente come psicologicamente, di toglierci l’ultimo scampolo di speranza.

Ora, lo so, dire che a toglierci la speranza possa essere una frase pronunciata dalla metà superstite di una band ascrivibile al genere No Wave dal nome Suicide è già di per sé una dichiarazione d’intenti.

Farlo poi riguardo una frase che sancisce, sempre che sia da prendere alla lettera, non l’imminente fine del mondo, quella fine del mondo che in fondo ho sempre allarmisticamente indicato, Cassandra, e poi cantato, Plinio il Giovane, anche se era del mondo della musica inteso come sistema musicale che cantavo la fine, non certo del mondo tout court, ma più prosaicamente l’ipotesi che la musica, ora, non sia realmente l’espressione di ciò che sta accadendo nel mondo, beh, che dire?, è qualcosa che forse dovrebbe ulteriormente darvi uno sguardo esaustivo sulla fragilità del mio stato nervoso, su come, cioè, io stia passando il mio tempo lontano da quello che fino a ieri poteva essere indicato come il mondo reale, lì abbarbicato in un non-luogo di parole in circolo, e che oggi più che mai appare come un mondo mio e mio soltanto.

Ho già manifestato più volte in queste pagine di diario l’insofferenza verso quella che, fino a qualche settimane fa, era la mia quotidianità, quotidianità che, a ben vedere, già era assai poco assimilabile a una quotidianità ammantabile dei gradi di normalità, io scrittore che si è a lungo nascosto dietro il ruolo di critico musicale costruendo un personaggio, una maschera, chiamiamola col nome giusto, di outsider asociale lontano dal sistema, pur stando con entrambi i piedi dentro detto sistema.

Ho dichiarato, forte di una condizione di cattività cui siamo tutti stati sottomessi, cattività che, è noto, ci porta a dire e fare cose che in altre condizioni non diremmo e non faremmo, non fatemi citare la troppo abusata, ultimamente, sindrome di Stoccolma, che non intendo riprendere quella che fino a ieri era la mia normalità, o quotidianità che dir si voglia, come a voler sancire un taglio netto col passato, un passato che mi ha visto, ancora mi vede, a dirla tutta, critico musicale piuttosto influente e visibile, naif, anche, punk nell’attitudine seppur prog nello stile, già sapete, tanto l’ho dichiarato in cattività, sempre che qualcuno se ne ricordasse in futuro potrei sempre appellarmi alla seminfermità mentale, come tutti.

Ho, cioè, provato a mettere sacchi di sabbia simbolici, a volte anche fisici, tra il me che scrive e il me che scrive di musica, come a volermi impossessare nuovamente di un ruolo che non è più il mio da troppo tempo, e nel farlo, in queste pagine di diario, ho approfittato per riavvicinarmi a tutta quella musica che è in realtà la musica che ascolto quando non ascolto musica per lavoro, quella che amo, con la quale sono cresciuto e che mi ha a lungo visto nei panni del fruitore più che dell’addetto ai lavori.

Ti lascio perché ti amo troppo, avrei potuto chiosare una ipotetica lettera d’addio alla musica, finendo per usare un canone altrettanto abusato, quasi da macchietta.

Poi, proprio nel tentativo di usare la musica che amo per lenire questo mio malessere da recluso, animale da troppi giorni in gabbia, capito su questo bel documentario d’annata, Punk: Attitude, e sento Martin Rev dei Suicide dirmi quello che, in fondo, era sempre stato lì. Non dato come un assunto, quel “è possibile” posto in esergo lascia ampio spazio al beneficio del dubbio, più lanciato lì con la nonchalance di chi è rassegnato a muoversi sghembo in un mondo che non è più il suo mondo, Martin Rev dei Suicide, non credo serva altro da aggiungere, la verità gridata a piena voce da Nonno Simpson proprio riguardo l’imminente fine del mondo, solo detta con molta più charme e glamourness, magari anche con un pizzico di rassegnazione a doversi far andar bene una deriva che non ci piace affatto, una vita votata alla musica e poi, zac, la musica che esce di scena, forse per sempre.

Di colpo, la verità, lì, dentro una frase ipotetica, nascosta dietro un esile dubbio.

È possibile che la musica, ora, non sia realmente l’espressione di ciò che sta accadendo nel mondo”.

La musica, oggi, non è realmente l’espressione di ciò che sta accadendo.

Forse non lo era neanche ieri, e l’altro ieri.

Questo dico io, oggi, 28 maggio 2020, quindici o sedici anni dopo Martin Rev.

Fingiamo che il mondo sia esattamente quello fermato su pellicola da Don Letts, appunto.

La musica capace di veicolare messaggi, di mostrare il re nudo, di attaccare il sistema, di avvelenarne i pozzi, di procurare quelle ferite necessarie per respirare non esiste più.

Volessi essere catastrofico potrei dire che non è mai esistita, tirare in ballo la grande truffa del rock’n’roll, ma direi il falso. È successo, a un certo punto, che l’essere entrati nel ventre molle della bestia ha portato alla fine di quella carica eversiva, piuttosto, matite che di colpo hanno perso la punta, lame lì a fare graffi laddove prima infliggevano tagli profondi. Poi il grande nulla, la musica che si adegua al sistema, ne simula i tic, prende la forma del mezzo che dovrebbe trasmetterla invece che forzarne la mano, la controcultura relegata a essere mero intrattenimento vacuo, veicolo di analfabetismo culturale prima che funzionale.

Abbiamo avuto il punk.

Abbiamo avuto il rap.

Abbiamo avuto il grunge.

Poi è arrivato il revivalismo, la mimesi, il sottofondo che si è mangiato tutto, sputandolo poi come unica possibilità plausibile.

Quello che un tempo era antisistema, e che ambiva appunto a far crollare il sistema, magari passandoci dentro, potente come un virus, e Dio solo sa quanto oggi si debba parlare di virus con cautela, oggi ambisce a farne parte e basta, senza intenti devastanti o devastatori, la parabola discendente, lo schianto verrebbe da dire, dell’indie, presto divenuto ItPop è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare, se solo l’indie meritasse anche un minimo di attenzione in un capitolo che parte da una frase di Martin Rev dei Suicide, il Dio della No Wave mi perdoni, se può.

Quello che Martin Rev non ha detto, tanto per non lasciarci orfani culturali proprio in un momento storico così, cosa potrebbe prendere il posto nella controcultura che è stata della musica.

Lo hanno fortunatamente fatto altri, lì in Punk: Attitude di Don Letts, Thurston Moore ha indicato le arti visive e la letteratura, John Cale ha guardato a Michael Moore e al suo Stupid White Man come prototipo della nuova punkitudine, parliamo del 2005, non dimentichiamolo, Jello Biafra ha sottolineato l’importanza del punk nel dar vita all’attivismo militante e anticorporativo nato con la protesta No Global di Seattle, oggi forse avrebbe parlato dei Future Friday di Greta Thumberg, anche se i legami sembrerebbero un filo posticci, per non dire del potenziale di internet e della grande opportunità che la rete porta con sé, l’autarchia produttiva proclamata da Dee Pop dei Gun Club, il cyberpunk genere letterario che non a caso ha per primo guardato al web come mondo underground e alternativo al mainstream, vedi alla voce sistema.

Ecco, oggi,novantacinquesimo giorno di clausura, novantacinquesimo capitolo del mio diario del contagio, della pandemia, per oggi punk-demia, voglio attaccarmi all’illusoria certezza che la letteratura, quella che ho deciso almeno per un po’ di sposare di nuovo, c’eravamo tanto amati, possa essere  l’espressione di ciò che sta accadendo nel mondo, possa, cioè, avvicinarsi all’ideale di chi ambisce a dire che il re è nudo, o almeno ci possa andare vicino.

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