Sta per finire la scuola e dei bambini non si sa un caz*o… Ma sì, lasciamoli pure al loro destino!

Chissà quando torneremo ad uscire senza diffidare degli altri, senza provare ansie di chi è genitore in una società sicuramente non a portata di bambino

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Sta per finire la scuola.

O meglio, sta per finire questa specie di surrogato dannoso e inutile che risponde al nome di didattica a distanza, perché la scuola, temo, è finita da un pezzo.

Non si sa se, come e quando riprenderà, l’idea che a settembre tutto torni come prima sembra piuttosto improbabile. Del resto i bambini, e anche i ragazzi, si veda alla recente girata di vite nei confronti dei movidari, sembra non essere al centro dell’agenda politica.

Parafrasando Simona Vinci, dei bambini non si sa un cazzo, lasciamoli al loro destino.

Io ho quattro figli, la vedo un po’ diversamente da così. Lo sento un discorso molto mio, lo vivo sulla mia pelle tutti i giorni, mai come adesso.

Provo a spiegarmi meglio, raccontandovi un fatto che mi è capitato.

Pensate alla cosa che vi fa immalinconire di più.

No, non alla persona, la cui assenza, immagino, vi fa immalinconire di più, non è a questi vuoti che voglio far ricorso.

Pensate a una situazione, a un film, una canzone, un posto, una cosa, provate a gettarvi così come siete, lì davanti al libro che state leggendo, il mio diario del contagio giunto al novantaquattresimo capitolo, oggi novantaquattresimo giorno di clausura, dentro la malinconia.

Che so?

Una canzone di Chico Buarque de Hollanda, o di Jeff Buckley, una scena di Se lasci ti cancello o Lezioni di piano.

Un tramonto su una spiaggia caraibica, la consapevolezza che domani si deve tornare alla solita vita di tutti i giorni.

Il sapore del ragù come lo faceva vostra nonna.

Ecco.

Per dire, mio nipote Davide, da piccolo, si immalinconiva con la musichetta dello spot della Barilla. Io pensando che qualcuno, anche qualcuno che stima, ritiene Emma una artista. Ognuno sa a cosa pensare.

Malinconia.

Melancolia.

Quella roba lì, blu.

Ieri ho provato questa sensazione.

Solo amplificata. Esplosa. Devastante.

Non perché fosse una situazione altrettanto radicale, per dire, mia nonna è morta nel 1987, quel sapore non tornerà più, ma perché mi ha colto un po’ di sorpresa, come spesso la malinconia sa fare. E mi ha colto mentre ero in evidente difficoltà fisica, la mascherina che crea affanno, i primi caldi che si fanno già insopportabili, l’apprensione di quello che stavo andando a fare, apprensione per qualcosa che solitamente sarebbe stato semplicemente un bel momento, toh, al limite una rottura di coglioni che però era giustificata dall’essere un bel momento per i gemelli, i gemelli erano con me mentre la malinconia mi ha colto, in auto, io che guidavo, davanti, loro dietro, sui seggiolini, anche loro con le mascherine, cui ho dovuto praticare dei nodi sugli elastici, perché sono mascherine a norma, ma sono pensate per le facce degli adulti, un po’ come tutto in questo strano momento che stiamo vivendo, spero nei suoi ultimi strascichi, i bambini completamente dimenticati da Dio e dal Governo, le scuole chiuse, maledetta Azzolina e stramaledetta e inutile e nociva didattica a distanza del cazzo, i parchi dai quali sono bandite le attività ludico-ricreative, sì alle palestre, ai cinema, a stocazzo, ma non a qualsiasi cosa abbia attinenza coi più piccoli, rottura di coglioni, dicevo, giustificata dall’essere un bel momento per i gemelli, un compleanno di un compagno di classe di Francesco, organizzato su whatsapp, come si usa adesso, ma non come diretta su Zoom o una cosa del genere, di questi ne abbiamo vissuti diversi, tutti piuttosto tristi, infatti quelli tra adulti sono presto terminati, meglio festeggiare da soli che con quei francobollini imbarazzati, ma di persona.

È andata così, la mamma di un compagno di Francesco propone a alcune mamme, quelle dei maschi, fondamentalmente, quelle degli amici più stretti del figlio, di vedersi al parco, per festeggiare il compleanno. Una cosa che, ripeto, normalmente avremmo tutti accettato di buon grado. Noi a fare pubbliche relazioni, loro a giocare come scalmanati. Stavolta c’è il Coronavirus di mezzo, questi tre mesi e passa di clausura, il non essersi più visti, se non tramite video. Nessuno aderisce, seppur con grandi cautele diplomatiche. Tutti sono consapevoli che, per quanto si dica, staremo attenti, terremo le distanze sociali, tutti con la mascherina, tenere dei bambini di otto anni, per di più bambini di otto anni maschi che non si vedono da tre mesi e che da tre mesi vivono tappati in casa, al parco, è impresa improba. Missione impossibile, nel vero senso della parola. Ognuna delle mamme, io mi guardo bene dall’essere nelle chat di classe, figuriamoci, già mi smazzo i compiti e le video lezioni, se dovessi sucarmi anche le chat sarei, credo, eletto martire, un po’ per uno, e che cazzo, dice suppergiù la stessa cosa, grazie, davvero, ci piacerebbe, ma non ce la sentiamo, abbiamo con noi anche la nonna ultrasettantenne.

Nel dirlo, quel “non ce la sentiamo”, già cala un velo di malinconia, perché se è vero come è vero che non siamo affatto usciti da questa situazione migliorati, quelli che fino a ieri cantavano L’Italiano di Toto Cutugno dal balcone, che parlavano coi vicini, che manifestavano vicinanza seppur da distante ora che le distanze si sono un minimo accorciate, che si può incontrare i vicini anche dal vivo, sono tornati gli stronzi di sempre, siamo tornati gli stronzi di sempre, anche di più, perché siamo imbruttiti da questi tre mesi, appunto, dall’odio e dal rancore che questi tre mesi ci hanno gettato addosso come un pile le sere d’inverno mentre guardiamo la tv sul divano, Toto Cutugno ci ha sempre fatto cagare, non siamo affatto usciti da tutto questo migliorati, sempre che ne siamo in effetti usciti, ne siamo però usciti intimoriti, diffidenti, iperprudenti, paurosi di entrare in contatto con altri che, non possiamo saperlo, chissà se sono stati attenti come noi, mica vorrai mandare a puttane tre mesi di clausura? Inutile, quindi, ripetere che si starà attenti, non se ne parla. Sarà per la prossima volta, che detto riguardo un compleanno suona sempre strano, perché la prossima volta è tra un anno, preciso preciso.

La mamma, però, non ha mollato, è di suo figlio che si stava parlando, e allora ha proposto non un incontro al parco, come aveva fatto inizialmente, ma un gelato al parco.

Gelato al parco che, tecnicamente, faccio notare a Marina, è esattamente la medesima cosa, anche nell’incontro al parco ci sarebbe stato un gelato o qualcosa del genere, solo che, messa giù così, è bandita l’idea di fare attività ludico-ricreativa, come da decreto del presidente del consiglio dei ministri, l’idea, per dire, li conosciamo bene tutti, di giocare a pallone, le aree giochi dei parchi, è noto, dovrebbero essere chiuse o comunque gestite da un messo del comune che deve contingentare gli ingressi e sanificare poi la zona.

Alcune declinano l’invito, ferme sulle loro posizioni.

Altre accettano.

Noi decliniamo, penso, ce lo siamo detti chiaramente, io e Marina, non è il caso.

In realtà, scopro, solo io ho declinato, perché Marina comincia un lavoro neanche troppo sofisticato di sfinimento ai fianchi, atto a farmi capitolare e a portare Francesco e Chiara a mangiare il gelato con gli amici al parco. Lo fa alla sua maniera, giocando sul fatto che sono tre mesi che lavoro e faccio didattica a distanza per conto delle maestre dei miei figli, ininterrottamente, senza, credo, mezza giornata di stacco, sono a pezzi, sfinito, stanchissimo, psicologicamente ai miei limiti massimi, per dirla alla Di Pietro, con la morte nel cuore e senza prospettive per il futuro, lavoro di lima sorda, si diceva un tempo, ma nel caso di Marina non è una lima sorda, affatto, è un ripetere, “vedi tu”, “se hai modo”, “se te la senti”, sapendo bene, lei ma anche io, che è in gioco la felicità dei gemelli, Francesco in modo particolare, perché al gelato saranno presenti solo alcuni maschi della sua classe, nessuna amica di Chiara, sapendo che Francesco non vede nessuno dei suoi amici da metà febbraio, insomma, le piace vincere facile.

Infatti cedo.

Maledicendola, maledicendomi, e maledicendo anche l’idea di una festa al parco, che non è una festa, ma un gelato, ma che secondo me diventerà qualcosa vicino a una festa, sicuramente salterà fuori un pallone, anche se è stato garantito che non ci saranno palloni, sicuramente le distanze sociali andranno a puttane, tre mesi di clausura vanificati così, con due leccate a un cremino.

Per cui, dopo aver gettato nel cesso l’ennesima mattina dietro quegli inutili compiti, quegli inutili video e tutto quel cazzo di didattica a distanza, ripeto, le scuole andavano chiuse a inizio marzo, almeno le primarie, senza se e senza ma, dopo aver lavorato nei ritagli di tempo, questo mi trovo a fare per colpa della Azzolina, tu sia maledetta, ecco che sono in auto, a metà pomeriggio, coi gemelli, diretto verso i Giardini Pubblici Indro Montanelli, quelli di Porta Venezia, della fermata Palestro della MM1, quando arriva di colpo la malinconia.

E la malinconia arriva così, perché in auto, non abbiamo alternative, mi trovo a passare davanti alla scuola dei gemelli, chiusa ormai da tre mesi.

Capisco che ci stiamo per passare davanti già un po’ prima, seppure io sia distratto dal parlare con loro e, soprattutto, dalla bruttezza imbarazzante e aberrante del singolo Il cielo è sempre più blu cantato da praticamente tutti gli artisti italiani sotto un nome che ho rimosso, per beneficenza, qualcosa che, se questo dovesse essere anche una polaroid venuta male, di quelle che neanche tieni da parte, accartocci e butti via, del presente musicale italiano, beh, viene proprio da augurarsi che in effetti sì, la musica sia davvero finita per sempre, si torni a suonare a corte o in piazza per il popolo, fanculo la discografia tutta, lo capisco e provo a distrarli, dicendo qualche cazzata, perché, penso, per loro sarà una tremenda botta sui tempi, il posto dove hanno passato la stragrande maggioranza del loro tempo negli ultimi sei anni, di fianco alla scuola c’è la loro scuola materna, dentro il quale non entrano da metà febbraio, chiuso, non dico abbandonato, sono malinconico ma non mi lascio andare a facili giochetti retorici, ma ci siamo capiti.

Nei fatti a loro, ai gemelli, di passare lì davanti non frega palesemente un cazzo, a me si inumidiscono gli occhi, si velano gli occhi, insomma, mi commuovo. Provo a capire se accade lo stesso a loro, ma stanno parlando di non so cosa hanno visto in tv, si fotta la malinconia.

Spesso coi figli funziona così, tu stai lì a farti le tue proiezioni da genitore e loro sono già andati avanti, come a dire che ben facevano i nostri genitori a farsi molte meno paranoie di noi, si usciva dopo pranzo e si tornava per cena, senza dire dove si andava, senza poter essere raggiunti dal cellulare, noi attenti anche alla singola puntata di serie tv per bambini che guardano in tv.

Cerco di recuperare un minimo di dignità, sono pur sempre un cazzo di punk, uno dei pochi padri, questo lo so per certo, che non ha risentito della chiusura dei barbieri e non perché sia pelato, avevo i capelli lunghi prima, ho i capelli più lunghi ora, non posso farmi fregare dalla malinconia, fanculo Chico e i suoi accordi complicatissimi.

Arriviamo verso il parco, il traffico è parecchio, stanno anche facendo una stupida pista ciclabile su Corso Buenos Aires, per questa idea del cazzo che sia nella mobilità green il futuro, mentre è evidente che mai come adesso sia il momento delle auto, ognuno nella sua, a distanza dal resto del mondo. Parcheggiamo, evitando di salutare il festeggiato, la festa, o meglio, il gelato, è a sorpresa, non sa che ci saranno gli amici, ma il fatto che abbia fatto un pezzo di strada, in bici, a fianco a noi, in auto, rende il tutto complicato, fortuna che abbiamo i vetri oscurati e non ci abbia visto. Noi sì, e anche noi abbiamo detto ai gemelli che ci sarà una sorpresa, ma siccome sono figli nostri, è vero, ma anche del capitalismo, ben so che anche vedendo il festeggiato lì, Francesco sa che è il suo compleanno perché lo hanno detto durante una videolezione, neanche per un secondo hanno pensato che la sorpresa che abbiamo annunciato loro io e Marina sia quella, avranno pensato a qualcosa di materiale, come sempre. Parcheggio, e scopro che ancora le strisce blu non sono tornate attive, almeno una cosa Sala l’ha fatta giusta, negli ultimi tre mesi, credo solo questa. Entriamo al parco, circondati da gente senza mascherina, runner, spesso, coglioni negli altri casi, e ecco che incrociamo un primo amico di Francesco, coi nonni.

Io e Marina ci eravamo immaginati la difficoltà che avremmo provato noi, io a dire il vero, Marina è rimasta a casa al lavoro, a contenere l’emozione dei gemelli, Francesco in particolare, loro a corrersi incontro come Sandra e Raimondo nella famosa sigla in cui Raimondo faceva Tarzan, poi ripresa da Mastandrea e Cortellesi nei video dei Tiromancino, nei fatti neanche si salutano.

L’amico di Francesco se ne sta addirittura con le braccia conserte, come a evitare di allungare una mano, Francesco lo guarda imbarazzato, senza avvicinarsi.

Non si salutano, non si parlano, niente.

Arrivano altri.

Idem.

Al quarto bambino che arriva, però, scatta qualcosa, e quantomeno iniziano a parlottare, sotto le mascherine.

Chiara mi tiene la mano, intimorita.

Arriva il festeggiato, ha ovviamente il pallone.

La tensione, sempre che sia tensione e non, semplicemente, un momento naturale di ripresa dei rapporti sociali, si allenta. Potere del calcio.

Iniziano a giocare.

Noi genitori parliamo.

Sono il solo papà, ma ci sono anche abbastanza abituato, papà che lavora in casa anche in tempi di non pandemia.

Parliamo.

Tutti abbiamo vissuto situazioni simili. Non da un punto di vista organizzativo, sono il solo con gemelli, e ognuno ha giustamente situazioni familiari e di lavoro diverse, ma tutti abbiamo vissuto lo stesso disagio, e tutti al momento abbiamo le stesse paure, le stesse paure che ci portano, per dire, a guardare ai bambini che giocano a calcio, seppur provando a tenersi a distanza, con le mascherine addosso, con una certa apprensione.

Arriva il momento del gelato, ovviamente. Lo mangiano, poi riprendono la palla.

Arriva una macchina dei vigili, parcheggia e due vigili, cauti, si avvicinano ai bambini, per chiedere dove sono i loro genitori. Ci avviciniamo, e i vigili, va detto con legittimo imbarazzo, ci dicono che è vietato giocare, lo fanno con cautela, perché non sanno come possiamo reagire, e perché, immagino, sono imbarazzati nel dire a dei bambini che non possono giocare. Anche perché intorno c’è di tutto, gente che prende il sole a gruppi, adulti che giocano a rugby, giuro, altri che fanno fitness con tanto di personal trainer, gente che beve birra suonando la chitarra, e noi. Non li mandiamo a fare in culo, anche se io sono dell’opinione che mandare un vigile a fare in culo sia sempre legittimo, a prescindere che abbia al momento o non abbia al momento fatto qualcosa di sbagliato, solo per il fatto di esistere, per intendersi, e non li mandiamo a fare in culo perché, in fondo, nessuno di noi voleva che si giocasse questa innocua partitella. Infatti, è anche arrivata una certa ora, ne approfittiamo per dire ai bambini che è ora di tornare a casa, e incamminarci chi verso la macchina chi verso la bici, l’impressione è che i mezzi pubblici ormai non li usi più nessuno. Francesco è riuscito a rompere la mascherina, che quindi mi trovo a aggiustare facendo un nodo tra elastico e stoffa, una roba raffazzonata che, fortunatamente, serve giusto per arrivare a casa.

Da notare che, quando si è rotta, prima dell’arrivo dei vigili, i bambini hanno eliminato Francesco, proprio per quello, salvo poi, una volta che gliela ho aggiustata, riprenderlo in gioco. Almeno questo lo hanno capito.

Torniamo verso casa, il respiro pesante, dentro le mascherine, una certa rabbia che ha preso il posto della malinconia, perché l’area giochi del parco non era più chiusa ma col cazzo che c’era qualcuno del comune a controllare e sanificare, e perché proibire ai soli bambini di giocare è una ulteriore aberrazione perpetuata nei confronti dei più piccoli, che ci sia servita per tornare a casa è solo un dettaglio insignificante.

Malinconia e rabbia, quindi.

La nostra prima uscita fuori dal nucleo familiare, perché fin qui, ripeto, i gemelli sono usciti solo tre volte da metà febbraio, con me, Marina e Lucia, per andare a Parco Lambro, poi niente. Tommaso è uscito per la prima volta sabato scorso, per altro unico giorno della settimana nel quale è piovuto, bardato come fosse un supereroe, mascherina, guanti in lattice, tuta da ginnastica, monopattino elettrico, si è visto con un amico col quale credo abbia mantenuto tre metri di distanza, perché lui non si fida molto di questa faccenda che il tasso del contagio sia scesa, e ha anche fatto bene, finalmente fuori da casa dopo tre mesi, atto figlio di un processo, di una elaborazione, di un tentativo andato a buon fine di uscire dal bozzolo, si tratti di sconfiggere paure o pigrizia poco conta. Malinconia e rabbia.

Devo combatterle, e siccome solo nell’arte trovo rifugio e non ho voglia di ascoltare musica, mi metto a vedere un film sul tablet, la tv ormai è di dominio solo dei gemelli, film di uno che, su queste sensazioni, ha costruito la propria poetica, Guillermo Del Toro, su queste e su una fantasia fervida e anche un po’ malata, credo.

Guardo Il labirinto del fauno, film delirante e bellissimo ambientato durante il franchismo. Si parla, quindi, di dittatura, ma anche di fate, di bassezze e crudeltà umane, ma anche di magia e sogno. Vedo le fatine di Guillermo Del Toro, e, vedi a volte come funziona il cervello, o come non funziona, torno a pensare al punk. Perché mi viene in mente il romanzo di un autore, Martin Millar, che molto si è dedicato alle fate, leggetevi il suo bellissimo “Fate a New York”, merita, come al punk, a tal proposito recuperate “Latte, solfato e Alby Starvation”, “Io, Suzy e i Lez Zeppelin” e il purtroppo da noi non tradotto “Lux the poet”, altro romanzo che, al pari di Infinite Jest di David Foster Wallace, di Pimp di Iceber Slim, mi era servito per entrare nel team che ha lavorato alla start up della collana Strade Blu.

Scrittore scozzese dall’attitudine decisamente punk, Millar, ha una lingua sporca ma letteraria, e una capacità di giocare coi generi che gli ha sempre permesso di costruire trame interessanti, decisamente molto moderne, ma al tempo stesso con le radici affondate nella tradizione britannica. Mica sarà un caso che sia della stessa terra di chi si è inventato Harry Potter o l’Isola del tesoro, come di chi ha scritto Trainspotting e Colla, quell’Irvine Welsh che così tanto ha dato alla causa?

Ormai siete abituati a questo mio passare apparentemente di palo in frasca, di link in link, o magari vi siete assuefatti, non credo cambi molto nei fatti, sempre di link in link passo, ma pensare a Martin Millar mi fa tornare in mente i miei primi giorni a Milano, quando ero passato dal frequentare gli autori così detti letterati, cioè quelli che ruotavano intorno al mondo del Gruppo 63, da una parte, e delle riviste letterarie, dall’altro, a iniziare a introdurmi al mondo dei generi, i gialli, la fantascienza, il noir.

Non voglio tediarvi coi dettagli, anche perché quella è una parte del mio passato che fa parte davvero del mio passato, ma per un po’ di tempo ho frequentato un gruppo di amici, erano amici tra loro, e mi hanno accolto al loro interno, io che come autore facevo parte di tutt’altro giro, che scrivevano libri di genere. So che per chi non scrive questa distinzione suonerà bizzarra, ma nel mondo dei libri invece c’è una netta cesura tra letteratura e genere, per dire, è appena uscito il canone letterario del nuovo millennio, la raccolta, cioè, dei cento romanzi fondamentali degli ultimi venti anni, e non c’è neanche un romanzo che potrebbe essere annoverato nel genere.

Neanche uno.

Ci sono libri alti, alcuni belli, in vetta quel Troppi paradisi di Walter Siti che ha ispirato il capitolo di domenica 24 maggio, altri onestamente illeggibili, ma non ci sono giallisti, scrittori di fantascienza, se non per l’ovvia presenza di Valerio Evangelisti, che però è ritenuto da tutti un autore decisamente poco canonico, e il suo Antracite è sicuramente un testo più alto che di genere.

Niente di strano, intendiamoci, né di anomalo, è un po’ come avviene nella musica, il pop è considerato merda da chi non lo fa, e la musica di nicchia, di genere, è considerata troppo strana da chi fa pop.

Gianni Biondillo, il mio amico e collega Gianni Biondillo, non è parte di quel canone, e lui scrive noir molto letterari, per dire.

A me, come in tutti gli altri campi del vivere, di essere riconosciuto come parte di qualcosa non è mai fregato un cazzo, sono un outsider per attitudine, per scelta e anche per comodità, se sto da solo sto meglio, per cui ho serenamente deciso di passare parte del mio tempo, i miei primi giorni milanesi, con scrittori di fantascienza e noir, tanto quanto coi miei amici cannibali o fanzinari. Come risultato, ma non è di questo che voglio parlare, il mio aver esordito come romanziere con la collana diretta da Luigi Bernardi, che per chiunque abbia anche da lontano frequentato gialli e noir è stato giustamente una istituzione, collana però ospitata dalla casa editrice Derive Approdi, nata per volontà di Nanni Balestrini e diretta da quel Sergio Bianchi che del romanzo Gli invisibili di Nanni Balestrini era il protagonista mai dichiarato, collana di cui io sono stato primo autore insieme a Paolo Nori e Giampaolo Simi, per altro, entrambi ora considerati grandi scrittori, uno letterario, l’altro di genere.

Vi ho già detto di come io sia arrivato poi, solo un paio di mesi dopo aver pubblicato quel romanzo d’esordio, “Questa volta il fuoco”, a pubblicare per Mondadori grazie a Evangelisti, quell’Evangelisti presente nel canone di cui sopra, che ha però passato il mio romanzo “aironfric” a Stefano Benni, alto e basso, basso e alto, genere e letteratura, insomma, ci siamo capiti, come del resto volevo fare con quel romanzo, scritto alla Balestrini, in metrica, senza punti, ma con protagonista un supereore di titanio obeso e affetto da priapismo. Poi uno dice perché ho smesso di scrivere romanzi, no?

Comunque, l’idea di leggere uno che parlava di squat e concerti punk, di colla da sniffare e di spille da infilarsi in faccia, costruendo però trame degne di un giallista o uno scrittore di noir, mi avvinceva. Da noi, all’epoca, sembrava cosa incredibile, quasi impossibile. Non a caso è esattamente da quelle parti che avrei portato a pascolare i miei personaggi nello scrivere “Anime @ Losanghe”, libro che però uscirà quando ormai quel gruppo di scrittori non lo frequentavo più, succede nella vita.

Comunque, altro autore che ha provato, secondo me con meno fortuna, a mischiare le carte è stato Stewart Home, un saggista che ha raccontato la scena punk inglese, molto bello il suo “Marci, sporchi e imbecilli” parte del contesto situazionista britannico, che ha anche scritto un paio di noir non male, ormai immagino fuori dal mercato.

Ora, come io sia riuscito a passare dal parlarvi di malinconia e incertezze, di paure e apprensioni, una bossanova, magari del primo Chico Buarque de Hollanda, a fare da sottofondo, al parlare di punk e fate, Guillermo Del Toro che passa la palla a Martin Millar, una partita di calcio di bambini di otto anni con le mascherine fermate dai vigili, è chiaro segno della mia stanchezza mentale, che forse, credo, anzi, son certo, potrei curare usando un po’ della musica che ha provato a fare la stessa cosa di cui vi sto parlando, prendere due generi e metterli insieme, nello specifico la furia iconoclasta del punk e la monolitica solidità dell’hard rock, penso al grunge, è evidente, ma nello specifico a quello dei primordi, quando ancora non si chiamava grunge, ho già sul piatto che gira Rehab Doll dei Green River, band incredibile, quella di Mark Arm, poi coi Mudhoney, qui in compagnia di Steve Turner e Stone Gossard, alle chitarre, di Jeff Ament al basso, Ament e Gossard poi avrebbero formato i Pearl Jam, Alex Vincent alla batteria, vero e proprio embrione di parte del grunge a venire, con dentro pezzi di Mother Love Bone, di Temple of the Dog, di Love Battery, di Pearl Jam e di Mudhoney, appunto.

Chissà come suonerebbe una bossanova se suonata con la furia punk?, mi chiedo, sempre che quanto facevano i tropicalisti, penso a Caetano Veloso o Gilberto Gil, non fosse in qualche modo punk, almeno negli intenti antisistema.

Chissà quando torneremo a uscire senza diffidare degli altri, senza provare ansie che si assommano alle ansie di chi è genitore in una società sicuramente non a portata di bambino?

Non ho risposte, so solo che la prossima volta, per non sbagliare, i vigili li manderò davvero a cagare.

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