Fiona Apple, Charli CXC e la musica durante l’isolamento

Due album tirati fuori da artiste mainstream, baciate dal successo seppur distanti tra loro per genere

20
CONDIVISIONI

Movida. Segnatevi questa parola. È una delle parole chiave di questo periodo che, spero, prima o poi ci lasceremo alle spalle, insieme a runner, congiunto, distanziamento sociale, paziente zero, aerosol e tante altre. Spritz, per dire, ma è una sottobranca di movida, credo, fa parte dello stesso discorso. Discorso che vuole ancora una volta indicare nei comportamenti sbagliati di qualcuno la situazione nella quale ci troviamo, senza però indicare nei comportamenti sbagliati di chi in effetti in questa situazione ci ha portato, i politici e i governanti.

Quindi segnatevi la parola movida e mettetela da parte, bruciatela come un legnetto di incenso, se siete quelli che bruciano legnetti di incenso, lanciatelo a un runner dalla finestra, se siete quegli stronzi sceriffi, ficcatevela dove volete, ma toglietela di torno, almeno da qui. A me della movida non fregava un cazzo in tempo di pace, figuriamoci in tempo di emergenza. Non è la movida il nostro problema, al momento, a meno che non si voglia per movida indicare lo stato d’animo di chi dorme sonni tranquilli nonostante i morti e la crisi economica, o quello di chi si è limitato per la maggior parte del tempo a raccontare sciocchezze come fosse il Baffo da Crema.

Parliamo di cose serie, è meglio.

Il bello di prendere in cuor proprio decisioni definitive che riguardino se stessi è che poi si può cambiare idea senza dover star lì a contrattare con altri, a scendere a compromessi con gli altri, a dover, in qualche modo, passare sul proprio orgoglio.

Per dire, se suoni in una band e mandi tutti a cagare proprio sul più bello, quando cioè finalmente, dopo anni di gavetta, il successo è arrivato, così, all’improvviso, perché è vero che ci sono stati i tanti anni di gavetta, quindi il sudore, le ore passate in sala prove, le canzoni scritte e gettate nel cesso già dopo un paio di giorni, troppo brutte anche per suonarsele in sala prove figuriamoci per farle sentire agli altri, altri che per altro ancora non ci sono, ma che presto arriveranno, i primi live in locali che definirli locali è già uno sforzo di fantasia degno di Tolkien, le prime incisioni, i contatti con le case discografiche che ti ridono dietro, gli impresari guasconi, i primi fan, le prime groupie, la gavetta insomma, quella che poi, quando il successo finalmente arriva, se arriva, dimentichi in un attimo, ci metti un attimo a assumere pose da star quando il successo arriva, non raccontiamoci favolette, e proprio quando il successo arriva ecco che lasci la band, fanculo tutti, tu sei un artista non un mercenario, si fottano quelli che ora pretendono di dirti cosa devi fare e come devi farlo, manager e discografici di merda, lì a dividere per comandare, lo dicevano già i latini, sai che scoperta, si fottano tutti, ecco,  se suoni in una band e mandi tutti a cagare proprio sul più bello, ma dopo anni e anni in cui il tuo essere artista non ti ha portato da nessuna parte, perché essere artisti, specie in Italia, non ti porta da nessuna parte a prescindere, al massimo sei uno che il premier può definire amico che ci fa divertire e appassionare, non vorrai mica essere preso sul serio?, a fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, le pose da rockstar che, in assenza di successo, perché a parte quel primo successo, appena sfiorato, non ti si è più inculato nessuno, diciamolo, e essere uno che ha lasciato la band nel momento in cui il successo stava arrivando, band che nel mentre ha fatto a sua volta una brutta fine, non per il tuo essertene andato, figuriamoci, proprio perché il successo è sì arrivato, anche fragoroso, col botto, ma poi è svanito, i concerti sempre con meno spettatori, le canzoni che scomparivano da canzoni e airplay, il pubblico che prendeva a considerarli alla stregua di reduci, di superstiti, comunque degli sfigati dei quali si riconosce la faccia, certo, ma non si ricorda il nome e si confonde il repertorio, buoni per essere chiamati meteore, è così col successo, va e viene, senza seguire logiche ferree, se no tutti potrebbero avere successo, o non ci sarebbe chi, raggiunto il successo, poi lo perde, se suoni quindi in una band e mandi tutti a cagare proprio sul più bello e poi, quando ormai l’azienda del gas minaccia di staccarti le utenze perché non paghi le bollette da troppo tempo, e quando è evidente a tutti, Retromania è un libro che tutti gli addetti ai lavori del settore musica citano, a prescindere che lo abbiano in effetti letto, tu non lo hai letto e neanche comprato, non puoi pagare le bollette, figuriamoci se vuoi spendere oltre venti euro per un libro pure così lungo, ti basta conoscere il titolo per capire di cosa parli, retromania, appunto, quando ti è chiaro che il revival non solo ha un senso, è di moda, ma è anche qualcosa di giusto, unica via d’uscita, perché in fondo a lasciare la band  proprio sul più bello hai fatto una cagata bella grossa, tu, e hanno fatto una cagata bella grossa anche loro, a lasciarti andare via sostituendoti con uno che con loro nulla aveva a che fare, Warren Cuccurullo che entra nei Duran Duran, è mai possibile?, mi dico io, ti dici tu, ecco,  se suoni in una band e mandi tutti a cagare proprio sul più bello e decidi di proporre ai tuoi ex compagni di rimettere insieme la band, insieme nella sua formazione originaria, quella che ha portato al successo, sia messo agli atti, ma che il successo insieme non ha vissuto, tu te ne sei andato subito prima che il successo fosse una condizione permanente, fatto questo, del rimettere insieme la band nella sua formazione originaria, che darà vita magari a tutta una pletora di sottoband, La leggenda di, I veri, I soli, beh, se decidi di proporre ai tuoi ex compagni di rimettere insieme la band, in quel caso devi fare i conti con altri, con i tuoi ex compagni, appunto, con la loro diffidenza, li hai già mandati a cagare una volta sul più bello, perché non dovresti farlo di nuovo?, ma anche con la diffidenza dei fan, che a parte i fan davvero fan neanche sanno chi sei, neanche si ricordano il tuo nome, oltre che con la diffidenza degli addetti ai lavori, specie di quelli che già allora c’erano, che quindi si ricordano che te ne sei andato proprio sul più bello, non si fidano di te, hanno anzi contribuito a mettere in giro la voce, in parte legittima, che sei una testa di cazzo, uno che lascia la band proprio sul più bello, incapace di gestire le pressioni, probabilmente un tossico, e in effetti un po’ un tossico lo sei stato, allora, e lo sei anche adesso, perché i soldi per pagarti le bollette non li hai, per pagarti Retromania di Simon Reynolds manco, ma per quelle pasticche sì, figuriamoci, lo so, lo so che così sembro un moralista del cazzo, ma un po’ lo sono un moralista del cazzo, mica pretenderete che cambi a cinquantuno anni quasi compiuti?, sono cresciuto con Henry Rollins e Ian MacKey, le droghe mi fanno cagare concettualmente, insomma,  se suoni in una band e mandi tutti a cagare proprio sul più bello e decidi di ipotizzare una reunion ti trovi di fronte a un bel cazzo da gestire, mentre se sei solo e decidi in cuor tuo di mandare a puttane decisioni definitive prese anche con grande enfasi, almeno con l’enfasi di cui tu le hai caricate, perché non è detto che anche per gli altri quelle decisioni definitive abbiano avuto lo stesso impatto, capace che non se le è inculate nessuno, diciamocelo onestamente, decisioni definitive, comunque, che riguardino solo te stesso, inversione a U esistenziale e professionale di quelle che, fossimo in un film avverrebbe con una certa nonchalance, chi guida tira il freno a mano mentre sta andando a centocinquanta all’ora, e via, grande stridore di gomme sull’asfalto, fumo che sale dall’asfalto, inversione a U, sempre continuando a correre, se sei solo e decidi in cuor tuo di mandare a puttane decisioni definitive prese anche con grande enfasi è che poi puoi cambiare idea senza dover star lì a contrattare con altri, le reunion con se stessi sono sempre più facili, è un fatto, dici “torno sui miei passi”, ci torni, stop.

Quando, quindi, qualche giorno fa ho detto, questo sì con enfasi, seppur tenendo per una volta i toni sotto controllo, niente buchi di culo di cavalli o zebre che si mordono vicendevolmente le palle, per intendersi, indicando asetticamente la cronologia dell’apocalisse che ha da tempo colpito il sistema musica, e provando a infilarmici dentro, io che scrivo di musica dal Novecento, indicando nel mio futuro prossimo un susseguirsi di giorni e di parole privo di critica musicale, un addio alle scene spettacolare solo perché avvenuto in un momento di emergenza, come di chi ha deciso, in questi quasi tre mesi di smettere di fumare o di rasarsi i capelli a zero, un gesto epico degno di immortalare un momento storico, quando ho sostanzialmente detto, parola più parola meno, che una volta finito tutto questo, se e quando tutto questo in effetti finirà, intendo smettere di scrivere di musica, o quantomeno intendo smettere di scriverne per come ne ho scritto negli ultimi anni, diciamo gli ultimi venticinque anni, dedicando troppe energie e parole alla musica demmerda, concentrandomi, quindi, più sul mio ruolo di intellettuale, scrittore che in quanto scrittore dedica la propria arte anche alla musica, che di critico musicale che opera nel giornalismo, io che ho sempre rigettato l’idea di essere un giornalista, non ho mai preso il tesserino da pubblicista, mai neanche vagamente pensato di fare il concorso da giornalista, pur potendo farlo, migliaia di articoli pubblicati tra quotidiani, magazine e recentemente siti, quando ho sostanzialmente, e quando uno che lavora con le parole, come me, usa l’avverbio sostanzialmente, è noto, sta per mentire, lo capirebbe chiunque abbia un minimo di conoscenza dei comportamenti umani, non sto mica parlando del Tim Roth di Lie to Me, come quei tic che ormai abbiamo imparato a riconoscere sul volto piacione di Conte, nel momento in cui durante le conferenze stampa del sabato sera, nuovo varietà che il Coronavirus ha introdotto nelle nostre vite, per la regia di Gino Landi, sta per dire una cazzata e oltre a divenire preda dell’afasia, “stiamo investendo nella digitalizzazione” ecco la bocca che si inarca verso l’alto, sostanzialmente per uno scrittore ha esattamente quel significato lì, è una sorta di dichiarazione di intenti, un segnale in codice per i lettori più attenti, forma di mutuo rapporto che lo scrittore ha con chi ritiene essere più meritevole per aver passato più tempo degli altri sopra le proprie pagine, le proprie parole,  quando ho sostanzialmente detto che mi sarei ritirato dal mio essere un critico musicale, neanche una settimana fa, stavo mentendo.

O meglio, ero sincero, come quando alla fine dell’Atto di dolore si dice “prometto col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato”, dove a parte quell’aver messo le mani avanti, lo prometto col Tuo aiuto, Tuo riferito a Dio, mica da solo, se Tu non mi aiuti non è colpa mia, Ti avevo avvisato, poco importa che ci si stia rivolgendo a Dio, appunto, che tutto sa dal tempo dei tempi, forse anche prima, patti chiari e amicizia lunga, ero sincero ma sapevo che esattamente come per l’Atto di dolore l’ipotesi di un repentino tornare sulle mie idee era già lì sul tavolo, a portata di mano, peccatore pronto a pentirsi nell’ultima ora, Sant’Agostino Style.

Del resto siamo in clausura da novanta giorni, mica pretenderete che uno sia pure coerente. Già è tanto che non parli da solo, che non esca nudo per strada, chiedendo ai vigili di togliermi il microchip che ho infilato sotto la pelle, da qualche parte, essere coerente è l’ultimo dei miei problemi.

O quantomeno, a voler essere precisi, ho detto che quando tutto questo sarà finito smetterò di scrivere di musica per come ho fatto negli ultimi tempi, e tutto questo, è evidente, non è ancora finito, sono ancora qui a scrivere il mio diario del contagio, oggi è il novantesimo capitolo, scritto nel novantesimo giorno di clausura, appena stemperata dall’uscita settimanale che io e Marina, mia moglie, ci stiamo concedendo in compagnia dei nostri figli, tre su quattro, Tommaso continua a volersene rimanere prudentemente in casa, noi cinque un paio d’ore al parco, per il resto tutto come prima, lo smart working, la didattica a distanza, Azzolina tu sia maledetta e con te le prossime sette generazioni di ministri dell’Istruzione, la spesa una volta alla settimana, ancora le code, ancora le mascherine, ancora i guanti monouso, la gente che nel mentre fa un po’ il cazzo che gli pare, gli assembramenti, la voglia di riconquistare la vita per come era prima, il rischio paventato e minacciato di un nuovo lock down, tutto questo non è finito proprio per un cazzo, anche se il giorno del mio compleanno, il 2 giugno, centesimo giorno di clausura, centesimo capitolo di questo diario del contagio, credo proprio che vi saluterò, perché ormai le parole scritte sono tante, due milioni a portata di mano, non vorrete mica che io spenda tutte le parole che avevo in dotazione in questa vita durante questa emergenza pandemica?, ho quindi detto che quando tutto questo sarà finito smetterò di scrivere di musica per come ho fatto negli ultimi tempi, e tutto questo, è evidente, non è ancora finito, per cui eccomi qui a parlarvi di musica, come del resto ho sempre fatto in queste pagine di diario, solo che ho approfittato della libertà che un diario porta con sé per dedicarmi a parlare di quella musica di cui non ho mai scritto prima, almeno nel mio svolgere il ruolo di critico musicale, quella che ascolto per il mio piacere personale, assecondando quindi i miei gusti più che adeguando le mie parole al mio lavoro, ho in effetti parlato molto di hardcore, di punk, di no wave, di artisti che solitamente non trovano spazio in pagine, le mie, dedicate alla musica italiana e al sistema musica italiano, ma oggi, novantesimo capitolo del mio diario del contagio che scrivo nel novantesimo giorno di clausura o semiclausura, voglio parlarvi di due artiste internazionali anche piuttosto mainstream, che se ne escono con due lavori figli della pandemia, o quantomeno dell’isolamento, uno in maniera diretta, scritto e composto e prodotto durante il lock down, l’altro figlio di un isolamento non emergenziale, o meglio, emergenziale perché chi lo ha scritto, composto e prodotto vive isolata da sempre, o da molto tempo, per scelta, e immagino che se una artista ha deciso di vivere da sempre  o da molto tempo in isolamento una qualche emergenza da qualche parte deve pur esserci, parlo di How I’M Feeling Now di Charli XCX e di Fetch the Bolt Cutters di Fiona Apple, artiste decisamente diverse sia sul fronte musicale che poetico, però nello specifico accomunate sotto più di un punto.

Parto da Charli XCX, anche se tecnicamente il suo lavoro è uscito qualche settimana dopo quello di Fiona Apple. Il fatto è che Charli XCX, artista inglese piuttosto famosa anche negli USA, ha inciso un lavoro realmente legato al Coronavirus, dichiarando sin da subito che avrebbe prodotto un lavoro fatto in casa, con quindi tutte le caratteristiche che un lavoro casalingo potesse comportare, lei divenuta famosissima per produzioni iperpop, dal suo successo di Boom Clap in poi, passando anche per le collaborazioni con le Icona Pop di I Love It o con Iggy Azalea in Fancy, lei che ha anche sempre accompagnato le sue canzoni con video sensuali e sessualizzati, non a caso Charli XCX ha collaborato anche con la sensuale e sessualizzata Tove Lo, titoli dei rispettivi brani Bitches e Out of My Head, ultrapop, appunto, lei ha deciso di lavorare contingentandosi, rinunciando, cioè, a quei trucchi del mestiere che il mestiere le ha sempre concesso, rimanendo ultrapop, perché questa è la sua attitudine, citazionista e colta quanto originale e popolare, ma rimanendo filologicamente fedele alle sue intenzioni dichiarate, casalinghitudine 2.0.

Ha raccontato sui social i progressi dei suoi lavori, mettendo le sue riunioni coi collaboratori in streaming, idem per le sessioni di studio, studio casalingo, aprendo addirittura un filo diretto coi fan, concedendo loro la possibilità di entrare in contatto con lei, suggerire, indicare ipotetiche strade, distanti ma vicini, si sarebbe detto fossimo dentro uno di quegli stucchevoli spot che ci hanno assillato durante il lock down. Un vero e proprio work in progress, quindi, raccontato in presa diretta, come in precedenza era già capitato a altre colleghe, penso a PJ Harvey che ha inciso davanti al pubblico accorso Somerset House di Londra il suo album The Hope Six Demolition Project, nel quale il dover usare solo le possibilità che stare a casa fornivano è stato sempre tenuto in conto, forzando quindi la mano all’idea stessa di produzione, come certe poesie della neoavanguardia che partivano dal decidere quali parole si sarebbero potute usare, quelle e quelle soltanto.

Un lavoro, quindi, marchiato dal Covid19, seppur a tutti gli effetti un album di Charli XCX, parte integrante della sua discografia da qui in avanti, con le peculiarità che la sua scrittura hanno sempre manifestato nel corso degli anni. Non un singolo in cui si parla di come si viva reclusi o impauriti, non un brano di speranza, un Andrà tutto bene, quindi, ma un vero e proprio lavoro che ha nel vivere reclusi, nelle speranze e nelle paure il proprio motore, lì sottotraccia. Vorrei, ma non lo farò, dire che Charli XCX è voluta come me ricorrere al cassetto dei ricordi per affrontare questa pandemia, gli anni Novanta, il pop degli anni Novanta, il rap degli anni Novanta ben presente nei suoni e nella struttura delle canzoni, ma Charli XCX è nata nel 1992, negli anni Novanta era una bambina, dubito sia quello il motivo di questo orientamento artistico.

Nei fatti How I’m Feeling Now è una delle rare fotografie in musica degne di nota uscite in queste settimane così anomale, per quanto si possa definire anomalo qualcosa che ormai si protrae da tre mesi e passa.

Diverso il discorso del nuovo album di Fiona Apple, album che l’artista americana ci ha fatto sospirare per otto anni, tanti ne sono passati dal suo precedente lavoro, The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do, titolo bello lungo, penserà qualcuno, qualcuno che evidentemente non conosce l’altro suo album, secondo della sua discografia,  When the Pawn Hits the Conflicts He Thinks like a King What He Knows Throws the Blows When He Goes to the Fight And He’ll Win the Whole Thing ‘Fore He Enters the Ring There’s No Body to Batter When Your Mind Is Your Might So When You Go Solo, You Hold Your Own Hand And Remember That Depth Is the Greatest of Heights And If You Know Where You Stand, Then You Know Where to Land And If You Fall It Won’t Matter, Cuz You’ll Know That You’re Right, credo il titolo più lungo della storia della discografia tutta.

Fiona Apple è personaggio strano, anomalo, non sta certo a me sottolinearlo, quei titoli possono in qualche modo già far intuire qualcosa. Una che si è sempre tenuta a debita distanza dal sistema musica, dal mondo dello spettacolo, nel tempo anche dal resto del mondo, quello nel quale si muovono gli esseri umani. Un’artista, quindi, che ha fatto dell’autoreclusione un proprio status fisso, la propria routine, la propria familiare condizione. Come dire, un album che descrive una quarantena benché concepito e registrato in quarantena prima che una quarantena fosse imposta da un virus.

Che la quarantena, l’isolamento, la claustrofobia, sia parte fondamentale della poetica e del modo di scrivere di Fiona Apple, quindi, è un assunto che non possiamo non tenere a mente nell’affrontare quest’opera, in realtà, giunta nei negozi di dischi, Dio quanto mi fa impressione parlare di negozi di dischi ora che, con buona probabilità, i pochi negozi di dischi rimasti non riusciranno neanche a riaprire, quasi casualmente in piena quarantena, uno di quei strani casi del destino di cui la vita è piena zeppa.

Un lavoro, Fetch the Bolt Cutters, il titolo, letteralmente traducibile come “passami le tronchesi”, frase pronunciata da Gillian Anderson nella serie tv The Fall nel momento in cui si apprestava a liberare una ragazza murata viva dopo aver subito violenze, l’ombra del #MeToo lì, neanche troppo nascosta, tutti hanno citato questo passaggio tra quanti hanno scritto di questo album, potere della comunicazione di massa, comunicazione di massa alla quale, evidentemente non mi sono sottratto, che presenta con precisione quasi chirurgica un immaginario, quello della Apple, fatto di strutture sghembe, con aperture oniriche, assolutamente non canoniche, strumenti essenziali, su tutti il piano, che si accompagnano a oggetti trovati in casa usati come fossero strumenti e usando a loro volta la casa come strumento, perché se sbatti un mestolo su una parete il mestolo suona anche grazie alla stessa parete, converrete, una sorta di interpretazione rivista e aggiornata della lezione brianeniana, la sua musica per ambienti qui si eleva all’ennesima potenza, la casa, la casa di Venice Beach nella quale Fiona Apple vive da anni reclusa, ripeto, che diventa parte integrante dell’opera, le parole, assolutamente non familiari, non casalinghe, una ricchezza di linguaggio assolutamente anomalia nell’anomalia, quando si parla di mainstream e, volendo, di pop, sempre che Fiona Apple sia pop o che sia pop la Fiona Apple di Fetch te Bolt Cutters, che si poggia su composizioni solo in apparenza semplici, e se ne vada subito affanculo chiunque abbia pensato nel leggere le mie parole che la semplicità a volte è più difficile da raggiungere della complessità, o, peggio, che togliere è più difficile di aggiungere, più difficile una sega, provateci voi a costruire periodi complessi e articolati e ditemi se è più facile che scrivere frasi scarne, soggetto, predicato, complemento oggetto, su, via, non diciamo cazzate, ma Fiona Apple è mostruosamente brava nel mettere insieme i suoi testi pregni di parole e concetti sulle sue musiche complesse ma di facile fruizione, suonate da se medesima e i suoi musicisti facendo suonare la casa e i suoi oggetti.

Quindi un album che è stato concepito durante la quarantena imposta dal Coronavirus, messo in piazza, la piazza virtuale dei social, e con la regola autoimposta, complice l’aver messo in piazza il tutto, non si può barare mentre si è sotto gli occhi di tutti, a meno che non si sia dei grandi bari, e realizzato con un rigore filologico d’altri tempi, senza per questo far venire meno l’ispirazione, credo che l’essere grandi artisti conceda anche questi lussi, e Charli XCX è una grande artista pop, sia messo agli atti, e un album che è stato concepito durante un altro tipo di quarantena, più lunga, la quarantena dentro la quale Fiona Apple ha più o meno deciso di vivere costantemente a prescindere da quel che il mondo intorno stava vivendo, o forse a causa di quel che il mondo intorno stava vivendo, o, ancora meglio, forse per quel che il mondo intorno non stava vivendo, vallo a sapere, anch’esso filologicamente rigoroso, seppur giocato su altri canoni, anzi, senza nessun canone che non sia la propria idea di scrittura, un’idea alta, originale, difficile da inquadrare e che ha fatto della difficoltà di messa a fuoco da parte degli altri una propria peculiarità, l’essere definita strana, anomala, stramba deriva anche da lì, due album importanti, sicuramente, che resteranno a futura memoria in queste pagine, e non intendo solo queste pagine qui, che state leggendo, ma anche le pagine metaforiche che racconteranno alle generazioni future questo periodo a sua volta anomalo, strano, strambo.

Due album tirati fuori da artiste mainstream, per quanto Charli XCX e Fiona Apple siano davvero piuttosto distanti tra loro per genere praticato, poetica espressa, estetica espressa.

Entrambe, sicuramente, a loro modo femministe, ma non è di femminismo che voglio parlare oggi, non ho le forze per farlo, baciate dal successo.

Due album ai quali io, personalmente, sono legato per ragioni che forse non vi saranno sfuggite, ragioni prettamente intellettuali che, è ovvio, sono massimalista, non mancherò proprio ora di esporvi.

Questo mio diario del contagio, oggi giunto alla novantesima puntata, oggi che è il novantesimo giorno della clausura che mi sono in qualche modo autoimposto, almeno in questa Fase 2 così poco chiara nei confini e nei margini, sicuramente nel finale, ha visto la luce sotto gli occhi di tutti, pubblicato online giorno dopo giorno, e sotto gli occhi di tutti è stata da me resa manifesta la poetica di queste parole, con specifiche e didascalie che, in genere, i diari non riportano in calce.

Ho, in pratica, scritto giorno per giorno usando quel che il convento passava, e per convento intendo la mia casa, coloro che dentro questa casa abitavano, mia moglie Marina, i nostri quattro figli Lucia, Tommaso, Francesco e Chiara, mia suocera Franca, col mondo là fuori, con le sue paure e incertezze, a volte anche con le speranze.

Ho, filologicamente, lasciato che questa mia condizione anomala, la quarantena, la clausura, influisse sul mio stile, certo non riuscendo a cambiarne del tutto il DNA, ma sicuramente influenzandolo, modificandolo un po’, alterandolo, ecco il verbo giusto.

Risultato è un diario che non sarebbe potuto esistere senza Coronavirus, perché cazzo avrei dovuto scrivere un diario non ci fosse una ragione esterna a spingermi a farlo?, e che non sarebbe stato questo diario non avessi passato questa quarantena in questa casa con queste persone, con tutto quel che il mondo intorno, comprese Charli XCX e Fiona Apple, hanno gentilmente offerto al mio immaginario.

Se ci mettete che anche io sono a mio modo femminista, che come Charli XCX ho provato a inventarmi una pop band al femminile, io le Bikinirama, lei le Nasty Cherry raccontate nella serie Tv in onda su Netflix, Io sto con la band, vedetevelo, è interessante, poi fate voi le debite differenze, che anche io sono per mia natura un filo asociale, questo ve l’ho specificato in più passi di questo diario, ben prima che l’asocialità fosse un bene primario per la salvaguardia del pianeta, se ci mettete tutto questo verrebbe quasi da parlare di anime divise alla nascita, la mia con quelle di Charli XCX e Fiona Apple, ma per quanto io sia megalomane e egoriferito, narciso che si specchia senza annegare, narciso che per altro ha come suo quadro preferito l’Ofelia di Millais, cioè il quadro che rappresenta una donna annegata, vedi un po’ tu, per quanto, cioè, io mi adori, so bene che azzardare un paragone tra me e le due artiste in questione verrebbe letto come atto di arroganza estrema, e di passare per arrogante, ora come ora, non ho alcuna intenzione, men che meno interesse.

Così è come mi sento al momento.

Passatemi piuttosto le tronchesi, mi sono proprio rotto il cazzo di vivere chiuso qui dentro queste pagine.

Lascia un commento

NB La redazione si riserva la facoltà di moderare i commenti che possano turbare la sensibilità degli utenti.