M.I.A. la cattiva ragazza della musica in stile La Casa di Carta

Mi piacerebbe che oggi a dare voce al dissenso ci fosse qualche artista anche pop che gridi a gran voce, proprio come M.I.A.

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Vengo da una città di mare, una città col porto.

Di più, una città col porto praticamente in centro, lì, a due passi dalla piazza centrale, col corso principale che inizia a pochi passi dalla dogana, insomma, una città portuale a tutti gli effetti, e una città col porto in centro, è ovvio, non può non doverci fare i conti tutti i giorni. Questo, immagino, ci ha abituato non tanto al principio di accoglienza, parlo usando impropriamente una prima persona plurale, dal momento che ho poi deciso di non vivere più lì anche per una mentalità comune nella quale fatico a riconoscermi, quanto piuttosto a una sorta di confronto continuo con l’altro che ci ha spinto a stare sempre arroccati sulle nostre posizioni, sulle difensive, spesso anche pronti a menare, metaforicamente, le mani per difendere quelli che ci sembrano i nostri sacrosanti diritti.

Non voglio fare la fenomenologia dell’anconetano, non è di Ancona che voglio parlare, ma indicare alcune caratteristiche proprie della mia città natale e soprattutto dei suoi abitanti mi aiuterà a breve a affrontare le caratteristiche ahimè peculiari della città e soprattutto dei cittadini di Milano, in genere i raffronti necessitano di due entità da contrapporre e confrontare, no?

Gli anconetani, quindi, non sono particolarmente accoglienti, credo che chiunque ci abbia abitato può confermarlo e del resto è quello che, spesso in maniera surreale, mi sono sentito dire dai marchigiani, intendo marchigiani di altra parte delle Marche, che erano ospiti in casa mia, la mia casa di Milano sin da subito una sorta di comune, punto di riferimento di amici da ogni parte d’Italia, anche milanesi che, per contro, casa loro non l’aprivano. Fatto strano, questo, perché a ben vedere essere in casa di qualcuno e dire che la peculiarità dei concittadini di questo qualcuno è non essere accogliente, essere poco ospitale e chiusa, sia da un punto di vista pratico, aprire le porte di casa, sia metaforico, aprire le porte simboliche di casa, leggi alla voce introdurre al giro di amici, suona davvero bizzarro.

Sarà che io e Marina, entrambi di Ancona, siamo mosche bianche?

Può essere, non lo nego. Nei fatti casa mia è sempre stata piuttosto aperta agli altri, in Ancona come a Milano.

Di fronte a quelle accuse, non rivolte a noi, ovviamente, in genere, almeno sulle prime, mi offendevo.

Suppongo funzioni come per la parola nigger. Se sei afroamericano e lo dici nessuno può dirti niente, se sei afroamericano e te le dice un bianco allora è un razzista. Come dire, io posso dire che gli anconetani sono chiusi e poco accoglienti, tu non provarci che mi incazzo.

Ma non è tanto la scarsa capacità di accoglienza o una presunta chiusura di carattere che mi interessa, figuriamoci, potrei aprire eoni di parentesi, citando come all’inizio della mia avventura milanese molti anconetani stigmatizzassero, a distanza, la Lega, erano i periodi della Lega Nord, di Formentini sindaco, di Bossi e Miglio, salvo poi diventare un filo leghisti anche loro, non appena i migranti sono cominciati a arrivare in città, potrei farlo citando il quartiere del Piano, o quello che cresce intorno alla Stazione, ritenuti ormai invivibili anche e soprattutto per la grande quantità di immigrati presenti, ma non lo farò, perché non voglio parlare di questo, non mi interessa.

Vorrei invece concentrarmi su un altro aspetto, che con la presenza in centro del porto e quindi un po’ anche con l’accoglienza immagino ha più che qualcosa a che fare. Con questo e con il fatto che per secoli Ancona, la mia città, appunto, è stata parte dello stato Pontificio. Non fatemi aprire altre parentesi, è un dato di fatto che qualsiasi libro di storia potrebbe confermarvi. Ma l’essere a lungo sotto lo stato pontificio ha sortito alcuni effetti che non posso non evidenziare, specie in un momento in cui andrò, poi, a fare il famoso raffronto coi milanesi, e più in generale coi lombardi, lungi da me il parlare nello specifico di me come lombardo e milanese, seppur io lo sia, almeno al momento, Milano è fatta dai milanesi e quelle stronzate lì.

Funziona così, taglio con la falce, stai sotto i papi e il papato per molto tempo, maturi dentro di te un senso di intolleranza verso la religione e verso la gerarchia che ti spinge, mica si scherza, verso una forma insurrezionalista di anarchia.

Non a caso la sola rivoluzione anarchica, forse addirittura la sola rivoluzione italiana, è partita da Ancona, parlo della Settimana Rossa guidata da Errico Malatesta.

Non a caso, vado più sul goliardico, l’atto irriverente dello sbattezzo è nato dagli anarchici di Fano, per poi prendere piede nel resto di Italia, più o meno.

Sia come sia lo spirito irriverente e anche un filo eversivo di certi marchigiani, non tutti, è ovvio, parte sicuramente da lì, una reazione al papato che ci governava.

Reazione, questa, che unita all’avere sempre intorno gente forestiera, i greci, gli slavi, una faccia una razza, quei geni che si mischiano a quelli locali, gli anconetani che esibiscono sia capelli biondi e profili tagliati che pelli olivastre e profili greci, come del resto succede in altre parti di Italia, tutto questo ha portato a una attitudine piuttosto brusca, diffidente, ostile, pronta a accendersi, il vaffanculo, nello specifico il “vattafadantelculo”, nostro modo caratteristico per insultare il viandante, sempre sulla bocca.

Siamo un popolo cagnarolo, così si dice dalle nostre parti, chiuso, che se vede quella che ritiene un’ingiustizia, un’ingiustizia per sé, non ne sto affatto facendo una faccenda morale, è pronta a dar fuoco alle micce, la storia di Cannarozzo lì, negli annali.

Anche troppo, per intendersi.

Perché da lì a farsi una forma di giustizia personale è un attimo.

Per dire, i bancarellari, gli ambulanti che da sempre animano il corso principale di Ancona, Corso Mazzini, che si sono praticamente impossessati del centro cittadino, violando le regole basilari, facendone di proprie, assumendo anche atteggiamenti un filo ostili, a volte, sia nei confronti dell’amministrazione che dei cittadini, padroni del mondo, comunque una attitudine geograficamente radicata, se una cosa non mi sta bene protesto, sbraito, alzo la voce. Chiaramente il mix chiusura e strafottenza è difficile da gestire, e anche da farsi andar bene, infatti vivo a Milano.

Non per questo, non solo per questo, ma anche per questo.

Milano, quindi.

Nei miei primi giorni milanesi ho forse apprezzato questo tipo di atteggiamento borghese che sembrava animare i miei vicini di casa, i miei colleghi, sempre che si possano chiamare colleghi quelli coi quali ho avuto di volta in volta a che fare nelle varie situazioni nelle quali mi sono trovato a lavorare, un senso civico che non conoscevo, e che sulle prime mi ha anche spiazzato. Abituato a una forma di regolamento di conti piuttosto immediata, ricorderò sempre il diretto rivolto al naso che il tipo che abitava sotto casa mia, in Piazza Malatesta, in Ancona, un biscazziere che lavorava in un bar del porto, sempre che gestire una bisca sia un lavoro, ha assestato a una signora che voleva fregargli il posto macchina mentre lui, il biscazziere, stava parcheggiando, così, senza premesse o didascalie, abituato a questa attitudine, sentire qualcuno parlare di lettere di sentita protesta da mandare al Corriere della Sera o telefonate da fare indignati a questo o quell’ufficio comunale per questa o quell’ingiustizia mi ha sempre sorpreso, quasi fatto sobbalzare.

Se, per dire, da noi succedeva che un vigile urbano o il controllore dell’Atma, l’azienda di trasporti locale presso la quale ha lavorato anche mio padre, abusasse del proprio potere, nessuno avrebbe mai pensato a mandare una lettera al Corriere della Adriatico, il nostro quotidiano locale, noto ai più come il Bugiardo’, suppongo per la scarsa credibilità delle notizie pubblicate, o a fare una telefonata in Comune, la faccenda andava risolta sul posto, nell’immediato.

Come?

Alzando le mani, immagino, o quantomeno minacciando di arrivare a alzare le mani.

In genere la cosa portava a risultati immediati, e se non ne portava, c’era sempre il modo di arrivarci a breve giro, la città è piccola, e se come diceva Battisti è facile incontrarsi anche in una grande città, incontrarsi in una piccola città è facilissimo.

A Milano invece le cose sembravano procedere diversamente.

Si scriveva al Corriere della Sera perché la Milano Ristorazione aveva proposto mozzarelle blu alle mense scolastiche, si chiamava l’assessorato alla viabilità perché qualcuno parcheggiava con costanza la macchina al posto di un portatore di handicap, insomma, ci si comportava da persone civili, stando almeno a un metro per me nuovo di civiltà.

Questo trovarmi a avere a che fare con attitudini diverse da quelle che ho respirato sin da piccolo, vagamente da hooligan, hanno fatto sì, credo e temo, che poi assumessi atteggiamenti vagamente paternalistici, forse addirittura odiosamente radical chic una volta tornato in città, in Ancona, come di chi di colpo si è abituato a vivere in Svezia e fatica a capire perché ci sia gente che lascia il frigo morto in piazza, invece che portarla alla discarica.

Noi, noi a Milano, facevamo la raccolta differenziata, per dire, convivevamo con i migranti, perché nel mentre i migranti erano appunto arrivati anche in Ancona, con conseguente arrivo di pari passo del razzismo, anche quello più infimo, neanche riconosciuto come tale, non picchiavamo vigili e controllori dell’ATM.

Poi, certo, rimanevamo di Ancona, anche se questa attitudine è molto più mia che di Marina, credo non sia necessario sottolinearlo, almeno per chi conosce me e conosce anche lei, rimanevamo di Ancona, per cui a volte continuavo a sorprendermi, stupirmi, rimanerci anche male, altre, specie nel mio lavoro, lasciavo che quell’attitudine trovasse sfogo, non credo serva spiegarmi come. In generale, però, continuavo a stupirmi del senso civico portato agli estremi, quasi sfibrato.

Faccio un esempio.

Ho abitato per circa dodici anni in un appartamento dalle parti di Città Studi. Il nostro primo appartamento, di nostra proprietà. Un appartamento che si trovava in un palazzo piuttosto piccolo, una sorta di micro-comunità nella quale ci siamo trovati anche piuttosto bene, pochi nuclei familiari, un cortile che era un po’ il cuore di detta micro-comunità.

Noi abitavamo al secondo piano, su una scala che aveva solo sette appartamenti. Al piano terra c’era, e c’è ancora, l’appartamento di un single di mezza età, Riccardo, un tipo molto simpatico e estroso, che organizzava e organizza una festa piuttosto camp a ogni solstizio, oltre che una megafesta per il sabato di Carnevale, altra stranezza tutta milanese, il Carnevale ambrosiano. La festa in questione, le feste in questione, sono a base di cibo e di bevande, ogni invitato porta qualcosa e il padrone di casa è un cuoco bravo e anche piuttosto fantasioso, e musica sparata a volumi da stadio San Siro quando ci suona Vasco e si è piazzati esattamente sotto le casse.

I primi tempi, quando arrivava la sera delle feste, era uno shock.

Era sabato, guardavamo un film in tv, quindi non sentivamo particolarmente il casino, poi andavamo a dormire e di colpo ci arrivavano delle vibrazioni da terremoto del sesto grado della scala Richter. Non solo vibrazioni, in realtà, quelle erano relative ai bassi. Anche note e parole, la musica era talmente alta che si potevano sentire distintamente ogni singola parola del testo delle canzoni, volendo avremmo potuto fare il karaoke, spesso brani anni Ottanta e canzoni di Raffaella Carrà, quindi musica piuttosto discutibile.

Io dormo poco, ve l’ho raccontato, ma è una condizione che dipende da me, non dal mondo che mi circonda. Un po’ come per la faccenda del nigger di cui sopra, un conto è non dormire perché l’insonnia mi tiene sveglio, un conto non dormire perché da due piani di sotto mi arrivano vibrazioni e note e parole che mi fanno ballare sul letto.

A ogni festa, quindi, succedeva che iniziavo a lamentarmene, con Marina al mio fianco a cercare di farmi ragionare. Mi alzavo, anche, minacciando di scendere a fare giustizia sommaria. Un paio di volte ho anche aperto la porta, in pigiama, pronto a menare le mani. Ma tutte le volte Marina mi ha fatto notare che nessuno dei miei vicini stava facendo altrettanto, neanche quelli del piano sotto di noi, tecnicamente molto più devastati dai bassi e dalle canzoni, visto che si trovavano esattamente sopra la casa degli orrori, tra noi e la festa, a fare da filtro.

Non sono quindi mai sceso, ma ho sempre pensato che, fosse successo in Ancona, la faccenda sarebbe andata suppergiù così.

Parte la prima canzone.

Sono a letto.

Il letto comincia a ballare per le vibrazioni.

Capisco che è Rumore di Raffaella Carrà.

Mi alzo.

Scendo.

Scardino la porta.

Mi faccio largo tra la gente.

Raggiungo il padrone di casa.

Lo stendo con un pugno secco, al volto.

Stacco la spina dello stereo.

Lo scaravento dalla finestra.

Caccio gli ospiti, come Gesù coi tipi che avevano bancarelle nel tempio.

Salgo.

Dormo.

Anzi no, soffro di insonnia.

Ma almeno non sento quella musica di merda.

A Milano niente.

Neanche un lamento scritto nella bacheca sul portone, quello dove finivano le comunicazioni dell’amministratore. Neanche una lettera indignata al Corriere della Sera.

A un certo punto, poi, ma questi sono dettagli cronachistichi che poco c’entrano con la storia che vi sto raccontando, il tipo, Riccardo, ha invitato anche noi alle feste, azzerando ogni possibilità di attriti. Anzi, accendendo un’amicizia che dura ancora, nonostante noi ci siamo trasferiti altrove.

Ci siamo andati e ci siamo anche divertiti parecchio.

Per contro, quando ai tempi del Giubileo Nanni Moretti scelse Ancona per girare La stanza del figlio, in città ci fu grande entusiasmo. Una città altrimenti anonima agli occhi della nazione di colpo diventava location di un film di un regista importante. Certo, avevamo avuto Ossessione di Luchino Visconti, per altro col marchigiano Massimo Girotti, una vera celebrità locale insieme a Ave Ninchi, Ossessione girato durante la guerra, le vie intorno al porto immortalate dal padre del neorealimso, poi più niente.

A meno che non si voglia citare Un’anima divisa in due, film di Soldini nel quale Ancona appare però solo attraverso i cantieri lasciati andare a male da Longarini, le famose incompiute che per anni sono state la cicatrice più evidente di una città all’epoca morente.

La stanza del figlio, pensavano tutti, sarebbe stata il riscatto di Ancona.

Moretti si è trasferito in città, e ha scelto un appartamento sopra Piazza Cavour, la piazza principale a due passi dal Comune, come base del suo film. Poi, certo, ha girato al viale, chiamato incautamente nel film “il viale della Vittoria”, come nessun anconetano farebbe mai, il Passetto, è lì che muore il figlio che origina il titolo, ma l’appartamento è lì, a due passi da Piazza Cavour.

Di colpo la circolazione in città cambia. Per rendere più agevoli il lavoro al regista. L’allora assessore alla Cultura, Lucarini, un ex insegnante di filosofia del liceo che amava andare in giro vestito di nero in inverno e di bianco in estate, un filo preda del proprio ego, ha messo a disposizione di Moretti qualsiasi cosa chiedesse, Ancona über alles.

Poi sono passate le settimane, i mesi, di colpo Moretti è cominciato a diventare familiare, anche troppo.

In una intervista gli è scappato che aveva scelto Ancona perché cercava una città anonima, fatto che non è sfuggito ai più.

Di colpo ha rotto il cazzo, e con lui ha rotto il cazzo il fatto che per la cittadinanza ci fossero delle oggettive scomodità, i suoi camion a intralciare il traffico e, soprattutto, a rubare spazio ai bancarellari di cui vi ho parlato sopra. Così un giorno, una mattina, quando il camion della produzione è arrivato davanti al portone dell’appartamento nel quale Moretti stava girando, ha trovato il furgone di un bancarellaro al suo posto, col bancarellaro dentro. Il camionista è sceso, spavaldo, dicendo che si doveva togliere, perché il posto era per lui. Il bancarellaro ha quindi deciso di risolvere la faccenda all’anconetana, è a sua volta sceso, ha tirato un cazzotto in faccia al camionista, stendendolo, si è voltato, ha chiuso il suo furgone dicendo “Oggi è l’ultimo giorno di riprese”, poi se n’è andato. Il giorno dopo le riprese sono in effetti finite. Non so se questo racconto sia esattamente fedele ai fatti, mi piace crederlo e non fatico a crederlo.

Per la cronaca io e Marina il film in questione, che parte dalla morte di un figlio, lo abbiamo visto a Milano, mentre Marina era incinta di Lucia, la nostra primogenita. A salvarci dalla disperazione e dal terrore solo il fatto che in alcune scene topiche, come quando Laura Morante, la moglie di Nanni Moretti nel film, nonché madre del figlio che muore, intuisce che è successa una tragedia, mentre è al mercato, o quando un operaio delle pompe funebri zinca la cassa da morto, a fare da comparsa c’erano nostri amici e parenti, fatto che ha ovviamente distratto noi dalla tragedia in atto. Ultimo film di Moretti che abbiamo visto, questo, vattafadantelculo, Nanni, un film su un figlio morto.

Allora, faccio un piccolo pit stop.

Sono di Ancona, una città col porto al centro. Gente quindi diffidente e ostile, pronta a reclamare per i propri diritti anche in maniera animata, poco accogliente, e comunque un filo anarchica.

Vivo a Milano, una città in cui di fronte a qualcosa che in Ancona verrebbe risolto in quattro e quattr’otto, alzando le mani e urlando, si preferisce scrivere una bella lettera indignata al Corriere della Sera, in cui si pratica il senso civico, abbiamo il sindaco coi calzini arcobaleno.

Sempre per dire, sentiamo tutti parlare ormai di scene nelle quali i genitori incazzati per un brutto voto vanno a scuola e picchiano i professori o gli insegnanti. Brutta scena, lo dico senza se e senza ma. Qui, e per qui intendo qui a Milano, funziona così. Succede qualcosa a scuola, si usano toni da Robespierre che sta per tagliare la testa al re sulle chat dei genitori, o davanti a scuola, parlo di quando ancora si portavano i figli a scuola, fisicamente, salvo poi stare zitti come quaglie di fronte agli insegnanti, al massimo si dice qualcosa alla dirigente, pacatamente.

Senso civico. Buona educazione borghese. Assenza di porto.

Chi, come me, prova a far notare che protestare tra noi non serve a nulla, in genere, viene marginalizzato, disinnescato, meglio non creare frizioni, fratture, creare crisi.

Non fatemi aprire la questione didattica a distanza, non è di questo che voglio parlarvi oggi, maledetta Azzolina.

Riparto.

Io e Marina stiamo guardando la terza stagione della Casa di carta.

Non siamo convinti ci piaccia, ma la stiamo guardando. Come vi dicevo prima, io e Marina abbiamo attitudini diverse, a lei, per dire, stanno sul cazzo i rapinatori, che io ritengo, credo a ragione, siano quelli dalla cui parte si deve stare, almeno stando allo storytelling. Metteteci che mi stanno sul cazzo le forze dell’ordine, che odio le banche, che ambivo a fare la rivoluzione e per il momento faccio movimento per il movimento, quel che vi pare, ma mi sembra evidente che quella è la narrazione.

La Casa di carta è un film spagnolo.

Non americano.

È molto ben fatto, tecnicamente, seppur con falle nelle trama.

Se anche non lo avete visto non vi sarà sfuggito, se ne è parlato parecchio, che ha come tema ricorrente della colonna sonora la nostra Bella ciao, canzone usata, suppongo, per la sua valenza epica, oltre che perché la storia è una storia di antagonismo al sistema, al potere ritenuto malefico (lo so, sto cercando di dimostrare che tra me e Marina ho ragione io, lo so bene).

Nei fatti, in quella serie, la storia di un gruppo di rapinatori che prima assalta la zecca di stato stampando un numero incredibile di milioni di euro, regalandone parte al popolo, e poi assaltando il Banco di Spagna, per rubare l’oro di stato, è la storia di una forma anarchica e antagonista di resistenza al sistema.

Il popolo contro lo stato, la povera gente a supportare una banda di rapinatori, le maschere di Dalì, le tute rosse assurte a simbolo di questa resistenza.

Voi direte, che cazzo c’entra la Casa di carta con Ancona e Milano e i modi diversi di anconetani e milanesi di raffrontarsi con la quotidianità?

Ci arrivo.

Vivo a Milano.

Ci vivo da ventitré anni.

Ci vivo adesso, in piena pandemia.

La Lombardia, è noto, ha da solo la metà dei morti dell’Italia, per Coronavirus, e la metà dei contagi del resto di Italia. Ha il tasso di contagi e morti pro capite più alto al mondo. I tre focolai da cui tutto è partito, è storia, sono qui in Lombardia, Codogno, prima, Alzano Lombardo e Nembro, poi, quindi c’è della sfiga, ma siamo anche la regione che meno ha fatto per contrastare il tutto. Il Governatore Fontana, quello giustamente mostrato come l’Enigmista di Saw da Zerocalcare nel suo pregevole Rebibbia Quarantine, e l’assessore Gallera hanno sempre negato le proprie indubbie responsabilità, figlie, per altro, dei tanti tagli praticati negli anni dai loro predecessori, da Formigoni alla Lega.

Non hanno messo in piedi uno straccio di protocollo sanitario.

Hanno gettato soldi nel cesso dando a Bertolaso il compito di allestire l’inutilissimo ospedale alla Fiera di Rho, gesto poi emulato dalle Marche, sempre con Bertolaso a gestire soldi di privati a Civitanova.

Hanno negato test sierologici e tamponi, negando a monte un problema immenso, tragico.

Giorni fa è apparso su un muro la scritta Fontana Assassino, che ha indignato alcuni.

Non credo che Fontana sia un assassino. È troppo poco assassino. Credo che, insieme a Gallera, sia responsabile di una strage, un genocidio, e che siano entrambi responsabili di una crisi economica figlia di quel genocidio, che diventerà a sua volta causa di una nuova strage.

Parole pesanti?

Le sto scrivendo da milanese, quelle da anconetano le sto solo pensando, fidatevi, sono molto più pesanti.

Siccome però non sono miope, metto al loro fianco Conte, che non li ha commissariati e non li commissaria. Conte che non ha chiuso quei due focolai, Conte che si è fatto in qualche modo loro complice.

Ora.

Si avvicina l’estate.

Si avvicina la Fase 3, forse.

Nei fatti ci sono state altre aperture, si parla di vacanze e di bonus vacanze. Si parla, cautamente, della ripresa degli spostamenti interregionali, addirittura con l’estero. Si parla, certo, di spostamenti tra regioni con lo stesso tasso di contagi, escludendo quindi la Lombardia e il Piemonte, ma si prova a ipotizzare un futuro un po’ meno cupo.

Ipotizziamo che io voglia uscire dalla Lombardia per andare a trovare i miei genitori nelle Marche, stando a quel che è previsto ora, o che si ipotizza per il futuro prossimo.

Ipotizziamo che io voglia uscire dalla Lombardia senza dover fare la quarantena, perché due settimane di vacanze, magari, non le ho da passare chiuso in casa, tanto più che in casa ci ho già passato tre mesi.

La soluzione, questo dicono, è fare test sierologico in partenza, come una sorta di certificazione di salute. Nulla di ufficiale, sia chiaro, ma quantomeno un buon punto di partenza. Alcune regioni le stanno facendo a tappeto, unendole ai tamponi nei casi che risultano positivi.

La Lombardia no.

Non solo non li sta facendo fare, ma li ha appaltati ai privati, lasciando che i cittadini che vogliano farli ci si rivolgano privatamente.

Traduco, vuoi fare un test sierologico?

Vai da un privato pagando. Il test, del resto, in Lombardia non ha valenza ufficiale, anzi, hanno fatto di tutto per impedirlo.

C’è un problema, però.

Se lo fai e risulti positivo, vieni segnalato all’azienda regionale della sanità, e devi metterti in quarantena, prenotando, sempre a tue spese il tampone. Tampone che magari, si spera, risulterà negativo, col che si dimostrerebbe che hai avuto il Covid19 e che ne sei guarito, puoi girare tranquillamente senza infettare nessuno e senza rischi di essere infettato.

Faccio una botta di conti.

In famiglia siamo in sei.

Facciamo tutti i test sierologici, andando dal centro medico che li mette a meno, 35 euro a testa. Siccome a febbraio tre dei miei figli hanno avuto per oltre una settimana la febbre alta, subito dopo Sanremo, prima che scattasse il lock down, potremmo tutti aver avuto il Covid 19, quindi potremmo tutti risultare positivi al test sierologico, fatto che spingerebbe il centro medico a segnalarci, noi a entrare tutti in quarantena e a prenotare il tampone.

Ora, a parte i tempi lunghissimi che i centri medici prevedono, sono privati, non hanno la potenza del pubblico, c’è che i tamponi, nel medesimo centro, il più economico, viene 70 euro a tampone.

Risultato.

Facciamo tutti i tamponi. Siamo tutti negativi. Abbiamo pagato 650 euro secchi secchi, tondi tondi.

Giusto 50 più del bonus Partite Iva che non ho ancora ricevuto.

Questo perché Gallera e Fontana hanno deciso di appaltare il tutto ai privati e soprattutto hanno deciso di non prevederli di default per i lombardi, la Lombardia il popolo più contagiato e con più morti al mondo.

Ora. In queste ore, in questi giorni, girano petizioni, proposte di flash mob, proteste sui social. Qualcuno scrive Fontana Assassino, e subito c’è la presa di distanza da parte di tutti i politici, compreso quel Sala che nel mentre propone ai milanesi di passare parte dell’estate all’Idroscalo, paventando quindi un nuovo lock down.

Vivo a Milano, ma sono di Ancona.

La mia attitudine mi porterebbe non a uscire con una bomboletta spray per scrivere frasi legittime sulle facciate di palazzi, comunque di merda, ma a scendere in piazza con la mia mazza da baseball, diretto verso il palazzo della Regione, per farmi da solo giustizia. Per andare in Regione, per altro, devo passare da Piazzale Loreto, dove potrei anche trarre ispirazione. So, so benissimo, che scrivendo queste cose passo per un cattivo maestro, un irresponsabile, un cretino, forse, ma credo che porre la propria firma digitale in fondo a una petizione su Charge.org valga tanto quanto scrivere una lettera di proteste al Corriere della Sera, o fare una telefonata di protesta in Comune.

Sono, lo sono sempre stato, dalla parte dei banditi con la tuta rossa e la faccia di Dalì, con quelli che rovesciano le piazze, che protestano facendosi sentire, non solo a parole. Dalla parte di chi ruba nei supermercati più che da quella di chi li ha costruiti rubando, per dirla col poeta.

Lo ero quando ho iniziato a scrivere, ai tempi in cui cercavo di emulare Balestrini, lo sono stato anche prima, lo sono sicuramente adesso.

Credo che protestare civilmente non serva a nulla, Martin Luther King decisamente meno efficace di Malcolm X. Credo che per farsi sentire non bastino le parole, e detto da uno che usa le parole per vivere è una dichiarazione di resa, certo, ma anche una dichiarazione di intenti.

Giorni fa ho visto un documentario su Sky Arte, si intitolava M.I.A., la cattiva ragazza della musica. Racconta le vicende della rapper inglese di origini tamil, direttamente per sua voce. Racconta di come abbia iniziato a fare musica, partendo dalle arti visive, di come abbia trovato il successo mainstream, di come abbia sempre usato la sua musica e il suo successo per parlare della situazione del suo Sri Lanka, lasciando spazio alla storia delle Tigri Tamil, delle quali il padre è stato uno dei fondatori. Racconta anche dei problemi avuti con l’opinione pubblica americana, dubbiosa sulla sua buonafede, e poi decisamente schierata contro di lei quando, ospite di Madonna con Nicki Minaj al Superbowl del 2012, ha mostrato il dito medio in mondovisione in primo piano davanti alle telecamere. Una artista pop, M.I.A., ma decisamente schierata, politicizzata.

Ecco, mi piacerebbe che oggi, a dare voce al dissenso, ci fosse un qualche artista, anche pop. Ce ne sono tanti che abitano in Lombardia, tanti anche qui a Milano, mi piacerebbe sentirli gridare a gran voce, una voce decisamente più ascoltata della mia. Altrimenti toccherà tornare a mettere in pratica l’attitudine anconetana, rimboccarsi le maniche, e al grido di “vattafadantelculo” assaltare quei palazzi la mazza da baseball in mano. Niente di traducibile nel linguaggio dei segni, stavolta, direttamente segni lasciati dal linguaggio delle mani.

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