Valeria di Netflix scimmiotta Sex and the City, si allontana dai romanzi di Elísabet Benavent ma senza personalità

Non convince Valeria di Netflix, una copia sbiadita di Sex and the City ambientata a Madrid

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Una scrittrice in crisi alla vigilia dei trent’anni, in gruppo di amiche che si confidano avventure sessuali e problemi sentimentali, una città colorata e piena di stimoli che fa da sfondo. Suona tutto come già visto in Valeria di Netflix, la serie spagnola tratta dai romanzi di Elísabet Benavent. Una commedia romantica/melodramma giovanile che ha riferimenti molto evidenti ma sviluppati senza originalità: il principale è certamente Sex and the City, con la differenza che la scintillante New York è diventata la vivace Madrid e che le sue protagoniste sembrano la copia sbiadita delle iconiche Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte.

Sin dal primo episodio le protagoniste appaiono come la personificazione di uno stereotipo: Valeria (Diana Gómez, la Tatiana de La Casa di Carta), che dovrebbe essere l’anima della serie, è un’insoddisfatta trentenne che si aspettava di arrivare a quell’età con chissà quali certezze ma si ritrova senza un lavoro e con un libro da scrivere di cui non ha buttato giù mezza idea, le sue amiche sono una omosessuale non dichiarata ai genitori, una libertina attratta da relazioni con uomini sposati e una ragazza timida che non osa dichiararsi ad un suo collega, etichette che più obsolete non si può.

La trama scorre senza particolare slancio e in modo piuttosto prevedibile tra la crisi d’ispirazione di Valeria, la sua inconcludente ricerca di stimoli e l’incontro con un uomo che la fa riflettere sul grigiore del suo matrimonio con un uomo noioso e senza ambizioni, preoccupato perlopiù di riuscire a pagare l’affitto. L’emotività della protagonista, anziché suscitare empatia, finisce per stancare lo spettatore sin dal primo episodio in cui sommerge le amiche di vocali di dieci minuti, per citare Paradiso, e il vero problema è che manca un intreccio solido a fare da supporto all’aspetto meramente emozionale della storia: sostanzialmente non c’è una concatenazione di eventi tale da accompagnare la crescita dei personaggi, ma solo una serie di episodi ed aneddoti che dovrebbero in qualche modo scuotere la protagonista e le sue amiche.

Quel che la serie riesce a comunicare in modo evidente è soltanto la discrasia tra la vita esibita e quella reale, tra l’apparente felicità che si cerca di sfoggiare nelle relazioni sociali e la profonda insoddisfazione che logora una generazione costretta a scegliere costantemente tra i suoi sogni e i suoi bisogni. L’intenzione è quella di realizzare un classico ritratto generazionale calato nella contemporaneità, tra social media, Uber, iperconnessione, ansia da prestazione, precariato lavorativo e sentimentale.

Il risultato è però piuttosto convenzionale, perfino temi importanti come i diritti della comunità LGBTQ o la difficoltà dei trentenni di oggi a rendersi economicamente indipendenti sono trattati superficialmente alla stregua di slogan e luoghi comuni, sinonimo di una scrittura piuttosto debole e poco incisiva, cui si aggiunge un cast non particolarmente brillante. Perfino il sesso finisce per diventare un’attrazione per movimentare la messinscena e nulla più, a differenza dell’organicità alla trama che aveva in Sex and The City. Nel complesso, si può dire che Valeria manchi di un elemento di originalità, uno stile caratterizzante che faccia appassionare alla serie e la renda qualcosa di più dell’ennesima dramedy urbana al femminile. Così come la protagonista sembra difettare di personalità, anche la serie finisce per dare la stessa impressione.

La sensazione è che Valeria cerchi di rendersi autonoma dal materiale originale, i romanzi di Elísabet Benavent, attingendovi trama e personaggi ma cambiandone alcuni aspetti per conformarsi allo stile di Sex and The City o di Girls, ma senza trovare una sua chiave unica e dunque senza riuscire ad aggiungere qualcosa sia al riferimento letterario sia ai precedenti televisivi di cui risulta un pallido tentativo di imitazione in salsa spagnola. Un esperimento poco riuscito che non ha convinto nemmeno la critica spagnola e che potrebbe dunque restare un unicum anziché avere più stagioni, nonostante il gran numero di romanzi della Benavent potenzialmente adattabili.

A proposito dei romanzi, i lettori hanno sottolineato la delusione di un adattamento poco fedele e l’autrice (che ha fatto anche da consulente agli sceneggiatori) si è affrettata a sottolineare che “i libri sono libri e la serie è la serie, un adattamento libero in cui ci sono molti cambiamenti“. Una presa di distanza dopo aver fiutato il flop?

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