Paolo Rossi fece piangere il Brasile, a noi oggi ci fa piangere uno che assomiglia a Brian Ferry

Nella confusione del giorno delle riaperture, creo link con un trip della memoria tra il Brasile di Pablito, l'Inghilterra, Newcastle, Keegan e Brian Ferry che mi ricorda Conte

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Ho Fatto Piangere il Brasile. Era questo il titolo di un libro uscito ormai tanti anni fa a firma Paolo Rossi. Quel Paolo Rossi lì, ovviamente, quello che ha fatto piangere il Brasile e esultare tutti gli italiani, o almeno tutti gli italiani appassionati di calcio, credo nel 1982 buona parte degli italiani.

Lo pubblicò un editore, Limina, che per qualche anno divenne punto di riferimento nazionale per i libri sul calcio, non so neanche se ancora esiste, da tempo scomparsa dal mio sguardo ottico. Un editore, quindi, che ebbe il merito di portare libri sugli scaffali delle librerie di tanti appassionati di sport, qui sto sottintendendo, spocchioso, che chi segue lo sport non legga, fatto assolutamente non vero, ma anche vero, grandi lettori seguono il calcio, ma molti tifosi di calcio non hanno mai letto un libro, e che ebbe anche la colpa, colpa condivisa con la PeQuod, di dare un’aura da autore a Andrea Scanzi, ma questa è faccenda che, avendo anche me come correo, preferisco non affrontare.

In quel libro, che raccontava la storia calcistica e umana di Pablito, così lo chiamavano tutti al tempo del Mundial di Spagna, o meglio, subito dopo, perché diciamocelo, fino a un certo punto di quel Mondiale l’Italia era schifata da tutti, italiani compresa.

Tra gli altri aneddoti, confesso di non ricordare molto di quel che in quel libro era scritto, ce n’era uno che trovavo divertente, e che in effetti era talmente divertente da essere diventato quello che Paolo Rossi usava quando andava ospite in qualche programma tv per presentare il libro. Questa cosa di trovare un aneddoto divertente e spalmarlo ovunque, o una frase a effetto e dirla ovunque, è il vero motivo per il quale evito quasi sempre di entrare nel filotto delle interviste in serie, parlo di quando le interviste in serie si potevano fare, tipo a Sanremo o quando, più in generale, si pubblicavano ancora i dischi e si organizzavano quindi le conferenze stampa, quelle a cui io non partecipavo per prassi e anche un po’ per posa, se non mi interessa partecipare alle interviste in serie figuriamoci se mi interessa partecipare a una conferenza, nella quale tutti ascoltano le stesse risposte e al massimo puoi fare una domanda, che però poi ascoltano tutti, e poi c’erano le round table, le tavole rotonde, con un numero limitato di intervistatori, idem come sopra, e infine le singole, più toste da ottenere, ma non ho mai avuto di questi problemi, anche lì, poco interessanti se fatte in serie, perché spesso gli artisti tendono a dirti qualcosa che hanno già detto agli altri, e se tu gli fai una domanda particolarmente interessante, che gli tira fuori una risposta originale, cui magari non aveva pensato prima, che altri non hanno ancora ottenuto perché è la risposta a una tua domanda, sicuro come l’oro che la otterranno tutti quelli che arriveranno dopo di te, perché l’artista la farà sua, è sua del resto, e la spiattellerà a tutti, omogenea, rendendo tutte le interviste uguali a loro stesse, e già quel che dicono gli artisti è al novantanove percento dei casi, interessante quanto una lezione di fisica su Ra3, di notte, negli anni Novanta.

Sia come sia Paolo Rossi ha raccontato nel libro, e anche in tutte le sue comparsate televisive questo aneddoto, che quindi potreste conoscere, se eravate davanti alla televisione durante quelle comparsate o se avete letto il libro in questione.

Anni dopo aver vinto i Mondiali con la nazionale di Enzo Bearzot, Paolo Rossi è andato in Brasile, non ricordo per fare cosa, non è importante.

È in Brasile, quindi. Sale su un taxi e chiede di essere portato da qualche parte. Il Brasile, è noto, non è esattamente un paese nel quale ci si sposta così, con leggerezza. Ci sono quartieri che vanno evitati come la peste, la favelas, per dire, e non serve che io sottolinei proprio in questi tempi quanto sia da evitare la peste, altri sono a rischio di rapine e stupri, altri, ancora, sono comunque altamente sconsigliati.

In genere ci si muove su certe linee prefissate, quelle dedicate ai turisti, e non ci si sposta di lì. Vi sarà capitato, a me è successo, di sentire di chi si trasferisce lì per svolgere magari lavori manageriali all’interno di multinazionali, i racconti di vite vissute dentro una specie di villaggi fortificati all’interno delle città, scuole private, auto con scorta, quella roba lì. Poi, è chiaro, ci sarà anche un Jovanotti a dirvi che lui ci va in bicicletta, attraversando la favelas per suonare i bonghi con Carlinhos Brown, ma io cercavo di essere un po’ meno poetico e un po’ più pratico. O quantomeno di creare il terreno fertile per portare avanti questo aneddoto, che parte dall’assunto che andare in giro per il Brasile sia faccenda da prendere seriamente, con rischi seri che si possono correre.

Paolo Rossi è quindi su quel taxi, diretto Dio solo sa dove (e anche Paolo Rossi e anche il tassista, ovviamente).

Il tassista, ora è su di lui che si sposta la narrazione, comincia a guardarlo dallo specchietto. Fossimo in un film, per intenderci, la scena si svolgerebbe con l’inquadratura fissa proprio lì, il resto sfocato, a fare da contorno.

Lo fissa, spostando poi lo sguardo sulla strada, il traffico in Brasile non dovrebbe essere esattamente quello di Stoccolma, immagino, eh, perché non ci sono mai stato, neanche quando facevo il reporter per le riviste di viaggi. Così, strada, specchietto, strada, specchietto, specchietto, specchietto, specchietto. Lo sguardo si fa fisso su di lui, racconta Paolo Rossi.

Il tassista accosta, è in periferia, credo a Rio, ma questi sono dettagli ininfluenti. È comunque in un punto disperso, non esattamente rassicurante. Il tassista guarda nello specchietto Paolo Rossi, poi si volta e gli chiede: “Ma tu sei Paolo Rossi?”. Lo fa in brasiliano, quindi non saprei dirvi come, perché non conosco il portoghese, lingua parlata in Brasile, a parte i testi di certe canzoni di Marisa Monte e certe Bossanova dei tropicalisti, niente che comunque mi verrebbe utile se mi dovessi trovare a parlare con un brasiliano, quando anni fa, con Marina, sono riuscito a andare a salutare Marisa Monte nei camerini del Teatro degli Arcimboldi, dopo uno strepitoso concerto dei Tribalistas, la superband che Marisa Monte, che per la cronaca è la mia cantante preferita urbi et orbi, insieme al su menzionato Carlinhos Brown e a Arnaldo Antunes, lì in fila davanti al camerino, ricordo c’era anche la mia amica Chiara Civello, una che invece in Brasile ci vive parte dell’anno, e che ci sta anche passando questi giorni di pandemia, ecco, quando sono riuscito a andare a salutare Marisa Monte, uno dei miei rari idoli, non sono riuscito a dirle neanche una parola, il critico musicale che i polsi fa tremar a fare la figura del fan adolescente, mannaggia a me e al non saper dire un cazzo di parola in portoghese.

 “Ma tu sei Paolo Rossi?”, quindi, queste le parole tradotte del tassista brasiliano.

Ora, non ricordo se Paolo Rossi, Pablito per capirsi, abbia tentennato nel rispondere. Immagino di sì, ma lo immagino solo perché so come sono poi andati i fatti, conosco l’aneddoto. Non credo sia neanche fondamentale ricordarselo, non è questo il cuore di questo aneddoto. Facciamo però finta di sì, mettiamo un po’ di pathos in questo aneddoto.

Paolo Rossi tentenna. Lo sguardo del tassista è torvo, vagamente, neanche tanto vagamente, a dire il vero, minaccioso.

Ripete la domanda: “Ma tu sei Paolo Rossi?”.

A questo punto, è sempre l’orgoglio che ci fotte a noi italiani, Paolo Rossi ha un moto d’orgoglio, lui che ci ha fatto esultare al Mundial di Spagna, anche per quel suo essere in apparenza uno normale, uno di noi, non particolarmente atletico, non particolarmente dotato coi piedi, un solo talento chiaro, quello di saperla mettere dentro, i sei goal che gli frutteranno il titolo di capocannoniere del medesimo Mundial che vincerà anche come squadra sono lì a riprova di ciò, a questo punto Paolo Rossi si arma di orgoglio e risponde di sì.

Sì. Sono Paolo Rossi”.

Il tassista, questo l’aneddoto, sbrocca. Comincia a piangere, questo l’aneddoto che offrirà il titolo al libro, mi sembra di ricordare, come un bambino cui hanno rubato il giocattolo preferito. Inizia a dire parole incomprensibili, anche Paolo Rossi, come me, non sa il portoghese, chissà se anche lui ama Marisa Monte. Urla, anche, il tassista, sempre in portoghese. Poi, siamo al culmine del racconto, indica la portiera del suo taxi, quella alla destra di Paolo Rossi, con veemenza. Paolo Rossi è incredulo, perché non capirà il portoghese, è vero, ma ha perfettamente capito cosa quel gesto intenda dire. I Brasiliani, come noi italiani, sanno farsi capire bene a gesti, eccome.

Il tassista alza ulteriormente la voce, rotta, le guance solcate da abbondanti lacrime, indicando per l’ultima volta la porta. Paolo Rossi prova a dire che no, non può farlo scendere lì, in mezzo al nulla, che non può, solo per i tre goal fatti al Brasile di Zico e Socrates, di Junior e Eder, quello vero, farlo scendere in una periferia sperduta a rischio che lo rapinino, lo uccidano, gli facciano del male.

Il tassista non sente ragioni, anche lui non parla italiano, è chiaro, ma anche lo parlasse non ne sentirebbe, lui è Pablito, quello che ha eliminato coi suoi tre goal il Brasile del 1982, dato vincitore per tutti, quello che ha fatto piangere una intera nazione, il Brasile.

Fine dell’aneddoto.

Evidentemente nessuno ha ucciso Paolo Rossi, che è ancora vivo e ci ha scritto su un libro. Ma questo, va detto, non cambia il senso del racconto.

Ora potrei, serenamente, passare a parlare dell’Italia di oggi, sono uno scrittore, vi ho abituato, in questi ottantacinque giorni di clausura, in questi ottantacinque capitoli di questo diario del contagio, a giri infiniti di parole, con passaggi repentini da argomenti alti a argomenti bassi, la logica ridotta ai minimi termini, il racconto violentato ripetutamente, manco fossimo in quelle periferie da poco raccontate lì.

Potrei, cioè, dire che oggi, a far piangere l’Italia è Giuseppe Conte, colui che è stato capace di traghettarci non in una landa sicura, nocchiero esperto durante una tempesta, ma che si è più che altro ritagliato il ruolo di imbonitore televisivo, le sue conferenze stampa inutili, egoriferite, piene di promesse, queste sì da imbonitore, mai mantenute, gli aiuti a pioggia, i soldi che stanno per arrivare e non arrivano, i protocolli inesistenti, tutta la storia che ben conoscete, storia che oggi tocca il suo giorno culminante, la Fase 2 che entra nel vivo, così, di colpo in bianco, i dati che continuavano fino a ieri a essere definiti incerti che di colpo, su pressione delle Regioni e delle associazioni di categoria, Confindustria in testa, diventano abbastanza buoni per un vero e proprio liberi tutti, le distanze, quelle del comitato scientifico che ci ha tenuto chiusi in casa fino a ieri, le mascherine obbligatorie, niente assembramenti, no party tra familiari, le autocertificazioni, niente amici, solo congiunti e affetti stabili, insomma, sapete di cosa sto parlando, quelle che per giorni hanno anche occupato militarmente le pagine dei giornali, con le ipotesi per organizzare i ristoranti, i bar, i parrucchieri, i lidi balneari, due metri tra i tavoli, cinque metri tra ombrelloni, mascherine ovunque, guanti ovunque, puf, di colpo spazzate via, un metro tra i tavoli, due metri e mezzo tra gli ombrelloni, tutto lasciato in mano al buon senso della gente, quella che fino a ieri era irresponsabile e colpevole del contagio, ricordate tutti i runner, i ragazzi della movida, i vecchi incauti, i pisciatori di cani, le mamme cattive coi bambini, bambini che per altro se la prendono come sempre nel culo, le scuole chiuse, anche noi genitori a prendercelo in culo, sapete cosa io pensi della didattica a distanza, in culo sempre e comunque, mentre riapriranno le chiese, è noto, le palestre, settimana prossima, i teatri e i cinema, il 15 giugno, ripartirà anche il campionato, forse, il 13 giugno, riapriranno addirittura le frontiere dell’Unione Europea, senza obbligo di quarantena, dal 3 giugno, liberi tutti, ripeto, anche se poi non si sa se ci si potrà spostare di regione in regione, forse dovremmo passare da un paese straniero per andare in altra parte d’Italia, come chi triangola i dati del GPS per non farsi beccare dalla polizia in certi film polizieschi, liberi tutti perché le Regioni lo chiedono, si prendano le loro responsabilità, liberi tutti perché la salute è il bene primario, Conte lo ha detto anche prima dell’ultima ormai consueta conferenza del sabato sera, manco fosse Pippo Baudo ai tempi di Fantastico, ma l’economia ha il suo peso, mica possiamo morire di fame, sempre lì, produci-consuma e crepa, tutti avete letto quei post sui social, tutti uguali, copia e incolla, magari cambia qualche parola che così li spacciamo per nostri, quelli in cui si tessono le lodi di ristoratori e esercenti che hanno mantenuto la loro dignità nel lock down e che da oggi, lunedì 18 maggio, riprenderanno la loro attività, a fatica, con l’invito, questo il senso di quei post, a non fare con loro gli sceriffi, invito rivolto a un popolo di sceriffi, ricordiamolo, senza star lì a fare foto di assembramenti, di atteggiamenti sbagliati, pericolosi, semmai avvicinarsi e dirglielo, perché possano ravvedersi, figuriamoci, i comuni vogliono cedergli tutti i marciapiedi e le piazze, parlo dei bar e ristoranti, per permettere i distanziamenti che il decreto cancella, che sarà mai se le tolgono a chi vuole passeggiare, siate buoni con ristoratori e negozianti, amateli, atteggiamento questo non tenuto con tutte le categorie di volta in volta attaccate dagli sceriffi, non ricordo atteggiamenti paternalistici verso i runner, per dire, e a me i runner stavano sul cazzo anche in tempo di pace, che cazzo avranno da correre, dico io, ma con ristoratori e negozianti sì, liberi tutti, il nostro destino nelle nostre mani, ché tanto si può sempre tornare a chiudere tutto, come nel peggiore degli incubi.

Potrei dire, quindi, che oggi a far piangere l’Italia è il dilettante allo sbaraglio che abbiamo per premier, uno che prima fa il ducetto, concedendo e consentendo stocazzo, e ora si piega a pecora di fronte a chiunque alzi un dito, ma non mi piace vincere facile, questo è esercizio praticabile da chiunque, di fronte a questi pagliacci.

Io, come la vostra banca, quella a cui Conte ha chiesto per altro un atto d’amore, e che siccome è a favore del sesso anale, ha ben deciso di praticarlo mettendovelo in culo, sono differente.

Passo quindi a parlarvi di quella volta che ero io in un taxi, non in Brasile ma a Newcastle, la prima metà degli anni Zero. C’ero per lavoro, per un reportage per Gente Viaggi, ovviamente, in quel periodo giravo il mondo per loro, soprattutto la Gran Bretagna. Newcastle non la conoscevo ancora, poi ci sarei tornato altre volte, e me ne sono subito innamorato. Una ex città operaia completamente convertita alla cultura e all’arte, so che detto in Italia può suonare come qualcosa di fantascientifico.

Una città la cui rinascita, almeno da un punto di vista estetico, è stata affidata a all’architetto britannico Norman Foster, chiamato a trasformare quelle che erano aree industriali in aree fruibili per la cittadinanza, stiamo parlando di poco meno di venti anni fa, roba da mettersi a piangere come il tassista brasiliano, a pensarci.

È lì, per dire, che per la prima volta ho sentito parlare di una residenza per artisti internazionali. Sulle sponde del fiume Tyne, che è il fiume che taglia Newcastle quasi in due, infatti, sorgeva, e immagino e spero sorga ancora, un palazzo che il comune di Newcastle ha destinato a diventare una residenza temporanea per artisti di ogni angolo del mondo, artisti che arrivano lì e lì producono le proprie opere, siano essi romanzi, canzoni, quadri o quel che è. Un modo per far crescere il nome di Newcastle nella considerazione della gente, in patria e all’estero, certo, per riempire Newcastle di artisti, anche, ma soprattutto per sostenere in maniera pratica la cultura.

Anche da noi ce ne sono, situazioni analoghe, spesso temporanee. Che so?, vieni in un paese e scrivi qui un racconto che ne parli, ma converrete che è una faccenda un po’ meno di impatto.

A parte questo, lo dico senza paura di essere smentito, Newcastle è una città post-industriale di una bellezza abbacinante, quei toni di grigio che si specchiano sul fiume, le architetture un tempo pensate per ospitare fabbriche ora diventate cool e adatte a ospitare teatri, centri sportivi, appartamenti.

A Cinisello Balsamo, per dire, nella cinta di Milano, c’è un albergo che finge di essere sorto in una ex fabbrica, il Cosmo Hotel. Operazione interessante, seppur frutto della finzione. A Newcastle è tutto così, ma è vero. E è molto bello. Un po’ come è bellissima Manchester, ma questa sarebbe altra storia, e già mi sono dilungato anche troppo.

Sono in un taxi a Newcastle, quindi.

Io non parlo bene inglese. Nel senso, so l’inglese, il mio primo lavoro serio, quello con il quale potevo per intendersi permettermi davvero di pagarmi da vivere nel volgere degli anni novanta, era di traduttore dall’inglese, ve l’ho già raccontato, ma non so parlarlo bene, e non so parlarlo bene per due motivi validi, il mio sapere l’inglese è frutto esclusivo del mio aver letto centinaia e centinaia di libri, studiato centinaia e centinaia di libri, non certo dello studio scolastico o accademico. Ho fatto il classico, e all’epoca al classico inglese si studiava solo nei primi due anni, al ginnasio, e all’università l’unico esame che non ho dato, quello che ha sancito la fine del mio percorso accademico, ventuno esami dati su ventidue, è proprio inglese, per altro proprio mentre cominciavo a campare traducendo libri dall’inglese. So leggere e capire bene l’inglese, quindi, se sento qualcuno che parla inglese lo capisco, ma non sono bravo a parlarlo, perché non ho studiato inglese parlandolo, e quando devo parlare, a differenza di quando devo leggerlo, il mio non averlo studiato, il mio non aver passato le vacanze adolescenziali in una qualche scuola a studiare, si fa sentire, mi blocco, mi vergogno per la mia pronuncia, regredisco allo stadio neonatale. Però ho molto viaggiato, moltissimo, parlando sempre inglese o spagnolo, altra lingua che non ho studiato ma che ho appreso dai libri.

Quindi mi so far capire.

La parlata di Newcastle, per chi non lo sapesse, è bella tosta, quasi fosse scozzese. Non è lontano dalla Scozia, Newcastle, città al confine settentrionale dell’Inghilterra, solo il Northumberland tra se stessa e il Vallo di Adriano, e hanno un accento piuttosto del cazzo. Per cui parlare con gli abitanti di Newcastle è cosa tosta. Non di meno, mentre ero a Newcastle, ho parlato con un sacco di gente, ero lì anche per quello, volevo capire, conoscere.

Anche col tassista, che mi sta portando fuori città, per vedere un monumento che si chiama  l’Angelo del Nord, opera dello scultore Antony Gormley. Un enorme angelo, in nomen omen, rivolto a nord, le ali spiegate, il caratteristico colore della ruggine a dominare su tutto.

All’epoca dei fatti l’Angelo del Nord ha pochi anni, pochissimi, essendo stato fatto nel finire degli anni Novanta. Durante il passaggio dei millennio, Iain Sinclair in questo ha detto cose molto più interessanti di quante io possa mai dirne, l’Inghilterra si è trasformata, anche con il contributo, che Sinclair dubito apprezzi, di Norman Foster, per capirsi quello del ponte dondolante noto come Millennium Bridge, a Londra, oltre che del restyling di Newcastle.

È una statua alta circa venti metri, con le ali che ne misurano quasi sessanta, l’Angelo del Nord, e fa una certa impressione vederlo, lì nella campagna inglese.

Non ci sono ancora arrivato, quando si svolge l’aneddoto che vi sto raccontando, e, spoilero da solo, ho corso il rischio di non arrivarci.

Sempre per ragioni inerenti al calcio, maledizione.

Una piccola ennesima deviazione sul percorso principale.

Quando viaggiavo per Gente Viaggi, principalmente, ma più in generale per le riviste turistiche, ero solito passare tutte le giornate in giro, prevalentemente a piedi. La psicogeografia, già ve ne ho parlato. Poi la sera, se non ero in compagnia di qualche collega, tendevo a mangiare e ritirarmi in albergo, per riposarmi. Rara eccezione quando andavo in qualche locale dove c’era un concerto, ma capitava abbastanza raramente, perché spesso ero in provincia. In albergo, essendo lontano da casa e non essendoci ancora internet come c’è adesso, mi ritrovavo quasi sempre a guardare partite in tv. Adoro il calcio inglese, alla follia, quindi mi sono ritrovato a seguire anche partite di calcetto tra vecchie glorie, con la stessa passione con la quale potrei assistere a una qualsiasi altra partita di prestigio. Il calcio e il calcio inglese in modo particolare è sempre stata una mia grandissima passione, al punto che ho molto apprezzato il gesto eversivo del tizio che ha scritto la mia pagina Wikipedia, quella delirante che dice che io sono un “giornalista, scrittore e direttore artistico”, un solo mestiere azzeccato su tre e che mette date e notizie sbagliate una dietro l’altra, in maniera pure piuttosto confusa, è Wikipedia, chi se ne frega, dove però c’è questa notizia sbagliata che mi è parsa geniale, c’è scritto che io sono un grande tifoso del Millwall, che per un grande tifoso del West Ham quale io sono è come un dito infilato in culo, o meglio, come un dito infilato in culo per uno che non ami farsi infilare i diti in culo.

Sono comunque in taxi, diretto verso fuori Newcastle, meta prevista tra una ventina di minuti, dice il tassista, l’Angelo del Nord. Non volendo fare quello che sta seduto dietro in taxi e sta muto, inizio a parlare di Newcastle con lui, tessendone le lodi. Il tassista apprezza. A un certo punto, esauriti i complimenti, la butto sul calcio, a partire proprio da una partita vista la sera prima in tv, dove giocava l’ex calciatore Chris Waddle, uno che proprio nel Newcastle aveva esordito. Anche il tassista ha visto la partita, una cosa triste, di gente con la pancia gonfia di birra.

A questo punto mi viene di fare una domanda da coglione, tutti abbiamo il nostro momento del coglione, è noto. Chiedo al tassista chi sia il suo attaccante preferito tra King Kevin Keegan e Alan Shearer. Glielo chiedo proprio così, apponendo il termine King prima del nome Kevin Keegan, ala destra bassa e piuttosto talentuosa dell’Inghilterra anni Settanta e primi anni Ottanta. Ricordo perfettamente che Keegan, divenuto famoso per il suo giocare col Liverpool, ha chiuso la carriera a Newcastle e a Newcastle ha iniziato anni dopo la sua carriera da allenatore, poi arrivata fino al ruolo di commissario tecnico della nazionale.

Faccio la mia domanda.

Il tassista inchioda.

Si gira verso di me, perché nonostante io non ami fare quello che sta dietro muto in taxi è sempre dietro che sto, solo che parlo.

Mi guarda con gli occhi fuori dalle orbite, iniettati di sangue.

Keegan?” mi chiede. “Keegan?” urla.

Capisco di aver detto una cazzata. Come chiedere a un bambino se preferisce la mamma o il bambino che attacca sempre le caccole sotto il suo banco. Ho detto una cazzata parlando di calcio. E subito mi viene in mente il libro di Paolo Rossi, quello da cui questo aneddoto è partito.

Non sono in Brasile, nessuno mi deruberà dei miei pochi averi e abuserà del mio giovane corpo, lo so, ma sono pur sempre a qualche decina di chilometri da Newcastle, e fa pure freddo.

Quella merda di Keegan ora allena il Manchester,” dice il tassista, sputando fuori dal finestrino del suo taxi.

Il mio finestrino è chiuso, lui è inglese e non soffre come me sto cazzo di freddo inglese, del resto le ragazze vanno tutte in giro senza calze, in Inghilterra, anche a gennaio, se ci siete mai capitati in questi periodo ben lo sapete, e chissà quando succederà di nuovo di poterci capitare.

Keegan merda”, azzardo, sperando che non mi faccia in effetti scendere.

Alan Shearer non ci ha mai tradito,” chiosa, voltandosi e ripartendo.

Alan Shearer non li ha mai traditi, in effetti.

Fine del secondo aneddotto.

Perché ve l’ho raccontato?

Non saprei dirlo con precisione.

Oggi è un giorno strano, di riaperture un po’ a cazzo di cane, anzi, molto a cazzo di cane, direi che ci sta che io sia confuso. Magari anche un po’ preoccupato, ovvio, e che me ne vada a cercare qualcosa nei cassetti dei ricordi.

In realtà c’è un nesso tra questi giorni e quei giorni lì, ovvio che c’è un nesso.

Questo.

Finita la visita all’Angelo del Nord, bello e tutto, ma sicuramente meno bello di quanto ho visto a Newcastle, il tassista mi ha portato dall’altra sponda del Tyne, il nome completo di Newcastle è Newcastle Upon Tyne, rispetto a dove si trova il centro cittadino di Newcastle, quella che si arrampica su una collina dove sorge Gateshead, cittadina gemella, dove c’è anche il bellissimo Sage Gateshead Culture Centre e il Baltic. Mi ha portato dove gli ho chiesto di portarmi, in un nuovo studio di registrazione sorto in zona.

Newcastle non ha una grande tradizione musicale, come Liverpool o Manchester, per intendersi, ma da queste parti ci è nato Sting, quindi qualcosa di buono ci sarà sicuramente. Siamo in Inghilterra, del resto, mica in Uzbekistan.

Arrivo, saluto il tassista che mi ha graziato e entro nello studio, ho appuntamento con i due ragazzi, pochi più anni di me, all’epoca, che lo gestiscono.

Ho organizzato una visita guidata, perché è proprio l’aspetto culturale che mi interessa, di Newcastle e della zona limitrofa.

Mi fanno vedere la sala comune, dove ci sono le foto di chi ha inciso lì, lo studio è aperto da poco, mi accompagnano in due delle non ricordo più quante sale, mi raccontano come Newcastle e la contea di Tyne and Wear stiano ben vivendo questa fase di rinascita. Poi passano davanti a quello che, mi dicono, è lo studio principale.

Qui sta incidendo il nostro profeta in patria,” mi dicono. Usano esattamente queste parole, fidatevi di uno scrittore che non si ricorda manco come era vestito ieri e che vi sta raccontando un fatto accaduto almeno diciotto anni fa.

Mi affaccio dalla finestrella che trova spazio nella pesante porta insonorizzata e vedo che lì dentro c’è l’altro artista famoso di quelle parti, anche lui, come Sting, nato in un paesino nei pressi di Newcastle, Brian Ferry.

Sta cantando davanti a un microfono di quelli coi filtri, il ciuffo ordinato, vestito da dandy come fosse dentro uno dei suoi video.

Vorrei poter dire che lì ha inciso un brano che poi tutti abbiamo ascoltato, ma Brian Ferry non è più Brian Ferry da assai prima che io lo vedessi attraverso la finestrella di quella porta insonorizzata, dentro uno studio dall’altra parte del fiume che separa Newcastle da Gateshead.

Ecco, Paolo Rossi ha fatto piangere il Brasile, a noi ci sta facendo piangere uno che somiglia a Brian Ferry.

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