In viaggio psichedelico con Bob Weir

Guardate The Other One: The Long Strange Trip of Bob Weir su Netflix, questa ca*zo di pandemia non ci renderà persone migliori ma può renderci persone con un gusto musicale un po’ più evoluto

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Ho commesso un errore.

Non fatale, intendiamoci, ma comunque un errore di quelli che prevedono conseguenze immediate.

Siccome questa clausura, perché seppure in Fase 2, quindi con l’ipotizzata possibilità di uscire, con prudenza e stando alle regole, certo, nei fatti per me vale poco, non fatemi tornare a parlare di quanto io sia ostaggio della didattica a distanza, siccome questa clausura continua esattamente con l’andamento ormai diventato routinario, voglia di fare, assenza di voglia di fare, bisogno di comunicare, rigetto dell’idea di comunicare, entusiasmo, malinconia, rabbia, insomma, quella roba lì, dopo aver passato un paio di giorni in cui non ho avuto voglia neanche di guardare le serie TV, sappiate che in assenza di un mondo reale da visitare e guardare è nelle serie TV che mi sto immergendo fin sopra i capelli per trovare stimoli per la mia scrittura e quindi il mio lavoro, dopo aver passato un paio di giorni in cui non ho avuto voglia neanche di guardare le serie TV ho deciso di passare alla categoria documentari di Netflix, provando a trovare lì qualche input.

E qui arriviamo all’errore di cui sopra, perché invece di andarmi a vedere qualcosa relativo alla trap, volendo anche al rap, invece che finire per scoprire tutto ma proprio tutto sul j-pop, sono finito a guardarmi The Other One- The Long Strange Trip of Bob Weir.

Errore mio, perché, come vedremo da certi viaggi poi si fatica a tornare.

The Other One- The Long Strange Trip of Bob Weir, quindi.

Ora, se non sapete chi sia Bob Weir, che dire?, avete davanti due strade, come era solito dire Enrico Ruggeri quando Enrico Ruggeri conduceva il programma Il bivio, o smettete di leggere, vi rasate a zero alla bene e meglio, vi spogliate dei vostri abiti mortali e dopo esservi flagellati con una corda sulla quale avete fatto dei nodi, come quella con la quale i frati reggono il loro saio, lì ce ne sono tre, voi fatene anche una decina, passate del sale grosso sulle ferite, riprendete a flagellarvi, poi passate i prossimi giorni a recuperare tutta la discografia dei Grateful Dead, bootleg compresi, e quindi per prossimi giorni intendo un numero di giorni pari, immagino, a quelli che ci condurranno verso la Fase 3, intorno al 2022, ascoltate anche tutti i suoi lavori solisti, vi guardate video su Youtube, cercate rarità su Discogs, insomma, provate a mettere una pezza a una falla nella vostra cultura, musicale e non, difficilmente colmabile, a meno che non siate bambini, ma se siete bambini e i vostri genitori vi fanno leggere le mie parole, sappiatelo, avete buone possibilità che i vostri genitori presto non saranno più tali, almeno legalmente, perché arriveranno gli assistenti sociali a separarvi da loro, oppure smettete di leggere e basta, perché è vero che il rapporto scrittore-lettore è un rapporto atipico, che prevede innanzitutto un gap temporale, per il quale io scrivo in un determinato momento e chi legge legge in un momento che potrebbe essere collocato in un futuro anche remoto, per altro non tenuto, chi legge, a leggere seguendo le indicazioni che io, scrivendo, ho messo lì, usando una determinata sequenza di parole, non fatemi tirare in ballo Pico della Mirandola, non serve, potete saltare pezzi, leggere al contrario, fare una lettura veloce e in diagonale, manco foste il professor Reed di Criminal Minds, potete leggere solo le prime parole di ogni frase, ne scrivo poche di frasi, uso un sacco di relative, provando a vedere se c’è un sottotesto nascosto, come nei messaggi in codice dell’intelligence, vedere Homeland vi ha fottuto il cervello, è vero che il rapporto scrittore-lettore, dicevo, è un rapporto atipico, mentre voi potete scegliere chi leggere, anche io, quando vesto i panni del lettore, mentre io che scrivo non posso scegliere chi mi leggerà, se non praticando una insana forma di selezione poco naturale, cioè infarcendo i miei scritti di relative, fatto che suppongo terrà a debita distanza gli analfabeti funzionali, già in difficoltà nel leggere frasi semplici, soggetto-predicato verbale-complemento oggetto, oppure specificando riga dopo riga cosa sto facendo, come adesso, fatto che farà saltare i nervi, immagino, a quanti sanno di non essere affatto analfabeti funzionali, e quindi poco apprezzano chi sta qui a spiegargli riga dopo riga cosa sta facendo, con un tono da professorino, fossero analfabeti funzionali direbbero professorone, poco cambia, sappiatelo, siete fatti della loro stessa pasta che è poi la stessa pasta di cui sono fatti i sogni, e chiaramente, se infarcisco troppo i miei passi di trappole per far scappare a gambe levate i lettori di qualsiasi foggia, il rischio reale è che poi non rimanga nessuno, manco fossi un poeta, affermazione, quest’ultima, che avrà fatto incazzare i poeti, che tanto sono quattro gatti, chi se ne frega, e quanti ritengono che io, un semplice giornalista, perché è chiaro che se forzo troppo la mano e arrivo a starvi così pesantemente sul cazzo poi voi, di conseguenza, tendiate a trattarmi di merda, e sapendo quanto io ci tenga a sottolineare come io non sia e non sia per mia scelta un giornalista, semmai uno scrittore e critico musicale, finiate per chiamarmi giornalista, non giornalaio, non siete analfabeti funzionali, siete anche di sinistra, sapete che dare del giornalaio a qualcuno per offenderlo sarebbe politicamente scorretto, perché il giornalaio è una professione e il lavoro rende liberi, è qualcosa di sacro, anche se la scritta il lavoro rende liberi vi agghiaccia, perché anche voi, come me, siete andati a Auschwitz, seppur non ci siete andati nel giorno del diciottesimo compleanno della vostra figlia primogenita, sucate forte, ecco che un’altra parte dei lettori se ne sono andati, ne resterà solo uno come il Conor McLeod interpretato da Christopher Lambert, Highlander, e adesso potrei passare velocemente a parlare di Alba Parietti, che con Lambert ha avuto notoriamente una storia, e voi che siete radical chic di merda, no, dai, non esageriamo, mi sono dichiarato a ragione seguace della lezione scrittoria di Tom Wolfe, non potrei mai usare seriamente il binomio radical chic, andrebbe contro la mia religione, ma voi che siete lì con la puzza sotto il naso fingereste di non ricordarlo, non rammentate chi sia Lambert, attore troppo cheap, e forse neanche chi sia la Parietti, e a quel punto io potrei tirare fuori il filosofo Bonaga, che per un po’ se l’è giocata con Cacciari in fatto di accreditamento, ma è anche vero che se è un filosofo Fusaro, beh, allora vale davvero tutto, anche il Mago do Nascimiento, credo, potrebbe ambire a quel ruolo, e magari aver tirato in ballo Fusaro potrebbe essere l’occasione per citare dopo tanto tempo Valentina Nappi e il suo “squirtare su Diego Fusaro”, e lo dico senza paura di turbare i più sensibili, più sensibili che a questo punto immagino saranno morti e seppelliti dalle mie tante, troppe parole, lo squirting mi sembra una pratica decisamente sopravvalutata, e comunque, tornando a Highlander e quindi a Alba Parietti, è un attimo che si finisca a parlare dei Gatti di Vicoli Miracoli e quella volta che, mentre ero a pranzo con Brando, mio amico fraterno, seduto dietro di noi, quando si poteva pranzare in un ristorante senza l’ipotesi agghiacciante dei divisori in plexiglas, col cazzo che andrei a mangiare in un ristorante con un divisore in plexiglas, c’era Umberto Smaila, sfatto come un copertone tirato su da un naviglio nei giorni in cui ripuliscono i navigli, e lungi da me parlare dei navigli, degli Spritz e dei tanti che affollavano via Casoretto quando è tornata Silvia Romano, spero avrete apprezzato il fatto che io abbia lasciato quella benedetta ragazza finalmente tornata a casa dopo 18 mesi di prigionia da questo mio scritto, sfatto come un copertone tirato su da un naviglio, la pancia enorme, un bastone con tanto di pomello appariscente, manco fosse Dr John a New Orleans invece che Umberto Smaila in zona Sempione, accompagnato da una ragazza, sulle prime ho creduto fosse una ragazza, il viso tirato come succede a chiunque d’estate, dopo essere usciti da un bagno al mare in un mare particolarmente salato, in realtà, credo, la voce non mente, una signora di una certa età che si è lasciata tentare forse troppo dal botox o dalla chirurgia estetica, e lo so che sto per scivolare nel vischioso terreno del body shaming, ma almeno mi auguro che, al pari di non aver parlato di Silvia Romano e dei tanti, troppi insulti ingiusti che le sono piovuti addosso spero che apprezzerete che io mi sia tenuto a debita distanza anche dalla querelle i capelli spettinati e i maglioncini sciatti di Giovanna Botteri vs il culo nei manifesti Roberta di venti e passa anni fa di Michelle Hunziker, che comunque sappiate che col cazzo che la Botteri veste così perché non le interessa come appare in televisione, parola di quello che contrappone le sue t-shirt dei Faith No More ai maglioncini acquerello e i calzini con topolino dei Pool Guys, e il mio parlare di Umberto Smaila e quindi dei Gatti di Vicoli Miracoli, Dio mi salvi dallo scivolare sul piano inclinato dell’improbabile accoppiata Tommaso Paradiso-Jerry Calà, ho già detto che nulla voglio più avere a che fare con la musica demmerda, il mio  parlare di Umberto Smaila e quindi dei Gatti di Vicoli Miracoli è dovuto al fatto che Alba Parietti, è di lei che si stava parlando qualche centinaio di parole fa, è stata la compagna di Franco Oppini, che dei Gatti era decisamente quello più insignificante, quello allampanato col naso a becco, insieme hanno anche avuto un figlio, figlio che credo, qui mi gioco io la carta del radical chic, professorino o intellettualone che dir si voglia, figlio che credo sia poi finito dentro un qualche reality, probabilmente fidanzato con una qualche starlette di cui, è un vanto, ignoro il nome e le fattezze, e qui forse sto di nuovo praticando body shaming, non ho mai capito se il body shaming è solo quello che si pratica verso chi si ritiene, ha torto o ha ragione, frase che affonda le radici proprio nello spirito del body shaming, suppongo, un cesso, lo so, sto correndo su un filo sospeso nel vuoto, posso farmi molto male, o se vale anche per quelli/e che si considerano belli/e ma, in quanto belli/e, assai poco dotati di cervello, e nel caso si dovrebbe parlare, immagino, ma non ne sono sicuro, brain shaming, forma di bullismo indirizzato verso chi è intellettualmente poco attrezzato al confronto, nel caso, confesso, sono un bullo certificato, non credo fosse neanche di star qui a specificarlo, comunque Franco Oppini è anche stato fidanzato con una ragazza che viveva dietro casa di Marina, in Ancona, Simona si chiamava e si chiama, anche se non è più ragazza, e non dico il cognome fingendo di praticare una forma di adesione alla faccenda della privacy, ben sapendo che basterà un veloce passaggio su Google per sapere di chi si tratti, non è difficile, ci potrebbe riuscire anche un analfabeta funzionale, se solo un analfabeta funzionale fosse potuto arrivare fin qui senza che gli fossero sanguinate le orecchie e anche il naso, Simona che è passata dal vincere il premio come Miss Ancona, sì, anche Ancona ha avuto e forse ancora ha la sua Miss, roba da non credere, Dio vi scampi da un mio pippone sui concorsi di bellezza, a fare l’attrice per certi film e certi telefilm soprattutto, sì, quel certi è dotato di sovrastrutture pregiudizievoli, più che altro nota per essere appunto la compagna di Franco Oppini, ricordo che ha fatto la serie Tv con Claudia Kohl Linda e il brigadiere, per dire, anche se, confesso, citare Claudia Kohl è troppo anche per chi ha, qualche decine di frasi sopra citato la querelle Valentina Nappi vs Diego Fusaro, e ora, facendo una specie di testa-coda, potrei serenamente passare a un qualche tipo di bullismo nei confronti dei miei amici ciellini, vi ho raccontato che ho amici dentro Comunione e Liberazione, che è frequentando da giovane Comunione e Liberazione che ho conosciuto Marina, mia moglie, perché ricordo perfettamente che all’epoca in cui io frequentavo Comunione e Liberazione, parliamo di una vita e mezzo fa, negli anni Ottanta, un gran vanto per la parte di Comunione e Liberazione che si occupava di cultura, il livello culturale di chi animava gli incontri di Comunione e Liberazione è sempre stato piuttosto alto, era la vicinanza a don Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, non credo serva specificarlo,  un gran vanto per la parte di Comunione e Liberazione che si occupava di cultura era a vicinanza tra don Giussani e Giovanni Testori, autore di romanzi e opere teatrali che, confesso, mi hanno sempre lasciato piuttosto indifferente, seppur io abbia letto con diligenza La Gilda del Mac Mahon, Il ponte della Ghisolfa e Nebbia al Giambellino, per dire, come la trilogia teatrale L’Ambleto, Macbetto e Edipus, letture che mi hanno consentito di sapere che dalle parti di via Mac Mahon, appunto, c’era il solo ponte presente dentro Milano, quello della Ghisolfa, e se cito Testori, da non confondere con Sartori, lo storico che poi si è fidanzato con Giulia Fossà, divenuta famosa più che altro per aver interpretato la protagonista del discutibile film Volevo i pantaloni, tratto dall’altrettanto discutibile libro Volevo i pantaloni, di Lara Cardella, autrice di quel libro divenuto un best seller e poi finita a parlare di calcio da Biscardi, e se cito Testori parlando di Simona, l’ex Miss Ancona poi divenuta per qualche tempo fidanzata di Franco Oppini, è perché Claudia Kohl, la Linda di Linda e il brigadiere, Nino Manfredi interpretava suo padre, il brigadiere, sia detto en passant, nel quale recitava Simona, aveva recitato, so che è un passato che ha abbondantemente disconosciuto e dal quale ha preso le distanze, con Franco Branciaroli nel noto film di Tinto Brass Così fan tutte, omaggio sia a Mozart che al culo, il culo in generale e quello della Kohl nello specifico, suo feticcio, suo di Brass, e in quel film Branciaroli non era esattamente quanto di più vicino allo spirito cristiano di don Giussani, immagino, dico immagino perché il film non l’ho visto, confesso, per pur snobismo, all’epoca, credo uno dei pochi a non aver visto manco Paprika, vero blockbuster brassiano con Debora Caprioglio, perché mi ritenevo più di un film che aveva nel mostrare culi e fighe il suo punto di forza, e non ho recuperato poi perché, ho letto, appunto, che la Kohl ne ha preso le distanze e mi sembrava poco carino guardare qualcosa che in qualche modo avrebbe potuto mettere in difficoltà chi ne era protagonista, come se Claudia Kohl potesse sapere che io lo avrei guardato, figuriamoci, c’è gente che anche oggi si fa le seghe sui film con Moana Pozzi, e comunque Franco Branciaroli, attore feticcio di Giovanni Testori, era considerato all’epoca qualcosa di molto vicino a Comunione e Liberazione, pensa te a volte come è ironico il destino, lì a giocare dentro il film di Tinto Brass con Claudia Kohl che di lì a breve sarebbe sì diventata fervente cattolica, quasi una suora vuole la vulgata, del resto a Comunione e Liberazione andava molto di moda far propri personaggi della cultura e dello spettacolo solo per aver detto, fatto, cantato qualcosa che fosse intellettualmente ricollocabile nel loro immaginario, ricordo perfettamente che anche Enrico Ruggeri, oggi mio amico fraterno, all’epoca solo il mio idolo, veniva annesso a quel galassia per aver cantato una canzone come La canzone della verità, lato B di Si può dare di più, brano cantato con Gianni Morandi e Umberto Tozzi, sorta di riscatto ruggeriano a quella che è sì stata una hit incredibile, ma che sicuramente non rientra nel suo immaginario poetico, a nulla serviva quella fisarmonica che entrava con lui, come a dare al tutto un tocco di cantautorialità, e comunque Simona, l’ex Miss Ancona divenuta per un po’ fidanzata di Franco Oppini, poi è assurta a fama nazionale perché Enrico Papi la piazzava tutte le sere nella Top Topless di un suo qualche programma su Mediaset, un subconscio amorevole mi ha fatto dimenticare di che programma si tratta, sono abbastanza intellettualone da poter praticare una sorta di censura nei confronti di Papi e anche dell’Uomo Gatto, programma che comunque metteva ogni sera Simona nella classifica delle più belle tette esibite in topless di Italia, e il passaggio da Miss Ancona a Miglior Topless magari potrà anche suonare naturale, ma a me, che fondamentalmente resto il solito vecchio moralista di sempre, uno che a provare ci prova, ma per quanto l’utero è delle donne e lo gestiscono loro, ci mancherebbe altro, alla fin fine rimane sempre una oggettificazione che, per quanto controllata in prima persona dalla titolare delle tette in questione, rimane oggettificazione atta al ludibrio dei soli uomini, atto di sessismo al quale ci si sottopone anche volontariamente, ma senza poi tutto questo autodeterminismo, Simona, quindi, è assurta a fama nazionale perché Enrico Papi la piazzava tutte le sere nella Top Topless di un suo qualche programma su Mediaset sia messo agli atti, e poi, molto più recentemente, suppongo le tette ormai troppo cadenti per finire in una qualche classifica di Top Topless, seppur tette non esattamente dotate della forza di gravità delle tette naturali, sto praticando body shaming protetto, infilato così in un tourbillon di parole, molto più recentemente per essere divenuta la fidanzata di Rosalinda Celentano, la figlia pelata e scorbutica di Celentano e Claudia Mori, lungi da me praticare una qualsiasi forma di omofobia, ma su certe storie sbandierate a uso di certi magazine avrei parecchie cose da dire, solo ne avessi voglia e tempo e se solo non fossero quindicimilaerotti i caratteri di questa singola frase, credo candidata a entrare in un qualche Guinness dei primati come frase più lunga della storia, frase che credo sia il caso di chiudere qui, se non sapete chi sia Bob Weir smettete di leggere e andate a fare in culo.

The Other One- The Long Strange Trip of Bob Weir, stavo dicendo.

Bob Weir, e con lui anche il suo compagno di non so quante avventure Jerry Garcia, è il protagonista di questo documentario che, lo dico adesso che avrò sicuramente sfoltito l’uditorio, o che quantomeno l’avrò temprato come si fa quando si prende a mazzate un metallo che si è tenuto a lungo sul fuoco, prima di passarlo sotto un getto di acqua fredda, lì tra incudine e martello come nella vecchia moneta da 50 lire, moneta che, so di non essere mai stato molto normale, a un certo punto della mia esistenza, immagino quando sono entrato nell’adolescenza, fase della vita nella quale, in genere, il flusso del sangue converge tutto sul cazzo lasciandone privo il cervello, motivo per il quale si ragiona un filo meno che in precedenza e che in seguito, per alcuni, va detto, l’adolescenza non finisce mai, moneta che, quella delle 50 lire, col tipo nudo di spalle che brandisce un martello mentre è davanti a un’incudine, pensavo rappresentasse uno che si prende a martellate il proprio medesimo cazzo, come a farne la famosa spada di fuoco di cui parla Carlo Verdone in una mitica scena di Bianco Rosso e Verdone, quando cioè racconta di lui, per lui intendo il personaggio interpretato da Carlo Verdone stesso, uno dei tre personaggi interpretato da Carlo Verdone, Bianco Rosso e Verdone è un film con più storie che si intrecciano, sempre con Verdone come protagonista, e in uno di questo Verdone interpreta un fricchettone figlio di un gigantesco Mario Brega, chi non conosce il passaggio in cui la fidanzata di Verdone, nel film, accusa Mario Brega di essere un fascio, il tutto perché lui prova a convincerlo a ravvedersi e lasciare la comune fricchettona nella quale è finito, anche con l’aiuto, che si rivelerà inutile, di un sacerdote, sempre interpretato da Verdone stesso,  il passaggio in cui la fidanzata di Verdone, nel film, accusa Mario Brega di essere un fascio e lui risponde, “Fascio a me? Fascio a me? Io non so comunista così, so’ comunista così!!!”, mostrando prima un pugno alzato e poi tutte e due i pugni alzati, con la voce sempre più rotta dalla rabbia, sua caratteristica peculiare, chi non conosce quel passaggio non credo sia degno di essere annoverato nel genere umano, e la spada di fuoco è appunto il modo in cui il Verdone fricchettone racconta a suo padre Mario Brega di come nella comune tutti facciano il bagno nudi in piscina, è una comune, appunto, mentre il guru brandisce una spada di fuoco, un po’ come nel mio immaginario il cazzo del tizio con il martello in mano nella moneta da 50 lire, e il fatto che io sia riuscito in un capitolo del mio diario del contagio, l’ottantatreesimo, giunto dopo ottantatré giorni di clausura, clausura giusto un filo smorzato dall’uscita di sabato scorso e, immagino e spero, da quella di questo sabato, il fatto che io sia riuscito in un capitolo del mio diario del contagio, l’ottantatreesimo, a passare dalla visione del documentario The Other One- The Long Strange Trip of Bob Weir, documentario nel quale si parla, tra le altre tante e bellissime cose, del progetto Acid Test di Ken Kesey, di cui in queste pagine si è parlato settimane fa, quello poi finito in un libro di Tom Wolfe, esperienza a base di LSD che vedeva coinvolti i Grateful Dead quando si chiamavano ancora Warlocks e lo stesso Ken Kesey, oltre che Neal Cassady, il Moriarty di On the road di Jack Kerouac, a lungo coinquilino proprio di Bob Weir, tutti e due nella stessa stanza di quella mitologica comune che sorgeva al 710 di Ashbury Street, a San Francisco, casa che abbiamo visitato, da fuori, io, Cristina Donà e Marina, nel viaggio sulle orme di Springsteen che è poi finito dentro il libro God Less America, a sua volta già citato settimane fa, una comune, quella di Verdone, e una comune, quella dei Grateful Dead, il fatto che  io sia riuscito in un capitolo del mio diario del contagio, l’ottantatreesimo, a passare dalla visione del documentario The Other One- The Long Strange Trip of Bob Weir a parlare del passaggio della spada di fuoco del film Bianco Rosso e Verdone, dopo aver scritto una frase di oltre sedicimila battute in cui parlo di quel che mi passa per la testa, anche se poi mica è vero che io parlo di quel che mi passa per la testa, sarebbe vero io scrivessi davvero seguendo un flusso di coscienza, ma un flusso di coscienza è poi difficilmente rende bene sulla pagina, sarebbe incomprensibile, e magari anche quello che scrivo io è incomprensibile, ma ha una sua struttura, sta lì, basta prestarci attenzione, quando dico quel che mi passa per la testa sto mentendo, come un musicista che dica che, mentre improvvisa, improvvisa davvero, allo sbaraglio e senza sapere nulla di cosa accadrà e perché accadrà, senza tener conto di quello che sa e che sa perché tanto ha studiato, tanto si è esercitato, improvvisazione un cazzo, flusso di coscienza un cazzo,  il fatto che  io sia riuscito in un capitolo del mio diario del contagio, l’ottantatreesimo, a passare dalla visione del documentario The Other One- The Long Strange Trip of Bob Weir a parlare del passaggio della spada di fuoco del film Bianco Rosso e Verdone, dopo aver scritto una frase di oltre sedicimila battute in cui parlo di quel che mi passa per la testa attesta che, pur non facendo uso di sostanze psicotrope, sono assolutamente figlio della psichedelia, il caleidoscopio di parole dentro il quale vi siete trovati, la parola caleidoscopio è una di quelle parole in realtà obsolete che finalmente sono riuscito a utilizzare, sono anni che ci provo senza riuscirci, perché quando cazzo la si può utilizzare se non per parlare di un documentario su Bob Weir?, una lunga jam come quella che Bob Weir era solito fare dal vivo con Jerry Garcia, Phil Lesh, Mike Hart e Ron PigPen McKernan qui a riprova nero su bianco.

Il documentario su Bob Weir, lo trovate su Netflix, è grandioso, perché grandiosi sono stati i Gratful Dead, una storia incredibile di una band che è riuscita nell’impresa sulla carta impossibile, e sulla carta impossibile perché nessuno avrebbe mai potuto ipotizzare una situazione del genere prima che questa situazione si verificasse, come la mela di Newton o una qualsiasi altra scoperta, una storia incredibile di una band che è riuscita nell’impresa sulla carta impossibile di creare una comunità che si è dimostrata valida alternativa alla società convenzionale americana, almeno per un lasso di tempo neanche troppo breve.

Una comune, per certi versi, ma una comune che non fosse identificabile in un luogo fisico, ma in uno spirito comune, in un sentire comune, la musica dei Grateful a fare da colonna sonora.

Una storia incredibile perché, da America Beauty a Aoxamoxoa, passando per Workinman’s Dead, la musica di Bob Weir, prima coi Dead e poi da solista, è incredibilmente fuori dal tempo, così splendidamente blues e folk, così profondamente rock, è da riconoscere come patrimonio dell’umanità, al pari della Muraglia Cinese o del Tai Mahal. Guardatelo,  The Other One- The Long Strange Trip of Bob Weir, questa cazzo di pandemia non ci renderà persone migliori, è evidente, facciamo almeno che tutto questo tempo chiusi in casa ci renda persone con un gusto musicale un po’ più evoluto

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