Snowpiercer, dal 15 maggio su Netflix il film di Bong Joon-ho, la lotta di classe su un treno a folle velocità

Ora che sta per esordire la serie tv Snowpiercer, la piattaforma digitale rende disponibile anche il film cui s’ispira. Un racconto distopico, in cui Bong Joon-ho mostra il suo talento nel mescolare i generi. Un film spettacolare, intelligente, amaro

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Adesso che Snowpiercer è diventata una serie attesissima, disponibile su Netflix dal 25 maggio, la piattaforma inserisce nella sua programmazione, a partire dal 15, il film omonimo del 2013 di di Bong Joon-ho a cui s’ispira, a sua volta tratto da una graphic novel francese degli anni Ottanta, Le Transperceneige, un racconto fantascientifico e distopico di Jean-Marc Rochette e Benjamin Legrand. Il film è presente anche, per il noleggio o l’acquisto, su Chili, Rakuten tv, TimVision, Google Play, iTunes.

Per chi ha visto Snowpiercer non deve essere stato una sorpresa il successivo, celebrato Parasite. Entrambi i film ruotano intorno allo stesso tema: la lotta di classe, con la gerarchia sociale definita attraverso la collocazione dei diversi gruppi nello spazio. In Parasite secondo una linea verticale: i ricchi in alto, che abitano in un elegante e spazioso appartamento; i poveri, che s’affannano per modificare il proprio status, sopravvivono in uno squallido seminterrato; e addirittura più giù, in un loculo catacombale, ci sono i reietti, al gradino più infimo della scala sociale.

In Snowpiercer, invece, il conflitto di classe si sviluppa secondo una geometria rigorosamente orizzontale. Siamo nel 2031: da quasi vent’anni il mondo è entrato in una nuova era glaciale causata dai dissennati tentativi di controllo del riscaldamento globale. La specie umana è stata decimata, i pochi sopravvissuti abitano su un treno, ideato da un fantomatico magnate di nome Wilford, che ruota intorno al mondo a folle velocità. Il sistema-treno è completamente autosufficiente, regolato da un ordine ferreo e dittatoriale. In coda al treno vivono gli scarti della società, che sopravvivono mangiando disgustose barrette proteiche di misteriosa origine. Oltre la soglia del loro vagone, controllata da soldati armati, c’è il resto del mondo, occupato dalle classi superiori, andando avanti sino al vagone macchina in cui abita il favoloso Wilford (non riveliamo chi lo interpreta).

In realtà queste cose i reietti le presumono soltanto, perché di ciò che è oltre la porta blindata non sanno nulla di preciso. E perciò, quando guidati da Curtis (Chris Evans) e il vecchio Gilliam (John Hurt), decidono di scatenare una rivolta, non sanno esattamente cosa, un vagone dopo l’altro, si svelerà ai loro occhi. Nella stessa posizione è lo spettatore, che osserva quel microcosmo attraverso gli occhi dei ribelli, all’oscuro di tutto e posto di fronte a una continua scoperta, anche per questo portato a identificarsi con la battaglia sferrata all’enigmatico “sistema”.

Snowpiercer
Chris Evans e Tilda Swinton attraversano una delle stazioni del viaggio di Snowpiercer

Quindi il viaggio dentro Snowpiercer è allo stesso tempo un percorso di liberazione e di conoscenza. Una delle linee direttive del film di Bong Jooh-ho consiste nella progressiva presa di consapevolezza del protagonista, e dei suoi sodali, della complessità del mondo, che possiede più sfumature della semplice linearità orizzontale di una realtà binaria divisa in ricchi e poveri, testa e coda treno.

Snowpiercer è anche, grazie alla sua geometria rigorosa, un piccolo gioiello narrativo di commistione dei generi. Ogni vagone offre scenari sorprendenti e inattesi, atmosfere che cambiano repentinamente. A ogni stadio corrisponde un tono del racconto che, all’interno della cornice fantascientifica, assume sfumature da commedia, thriller, satira, melodramma. Anche i personaggi che via via i ribelli incrociano incarnano ognuno lo stile narrativo più consono: da Mason, una Tilda Swinton melliflua, divertente e svampita che pare uscita fuori dal distopico grottesco alla Terry Gilliam, al villain indistruttibile interpretato da Vlad Ivanov, che arriva dagli action metallici e oltreumani del cinema americano degli anni Ottanta.

Snowpiercer mantiene una dizione multipla da cinema globalizzato: produzione sudcoreana-cèca (cui ha partecipato Park Chan-wook), parlato all’85% in lingua inglese, con regista coreano, cosceneggiatore statunitense (Kelly Masterson, che aveva scritto un film durissimo come Onora Il Padre E La Madre), soggetto francese, teatri di posa nella Repubblica ceca, cast anglo-statunitense-coreano (più il rumeno Ivanov).

Snowpiercer segue il viaggio dell’eroe: è un percorso esistenziale e morale di trasformazione quello di Curtis in questo microcosmo orbitante, nel quale, secondo il meccanismo della favola, ci sono aiutanti, traditori e strumenti magici (il potere di chiaroveggenza di una delle rivoltose). Insieme, il film si muove dentro una cornice ecologica. Perché è un ecosistema autosufficiente il treno – Mason e Wilford ribadiscono che la cosa più importante è il mantenimento dell’equilibrio dei livelli di popolazione, delle relazioni tra classi, dei rapporti di produzione. E perché la ribellione ha come suo sfondo un possibile ripensamento del modo in cui interagiscono esseri umani e mondo. Quel mondo esterno congelato dalla dissennatezza autodistruttiva del genere umano, che si vede appena, talvolta, dalle rarissime finestre del treno.

In Snowpiercer Bong Joon-ho mostra le sue doti di abilissimo narratore, a suo agio con i diversi registri del racconto, che amalgama in una storia che sa strizzare l’occhio allo spettacolo di genere – con una tensione che non cala praticamente mai, come il moto perpetuo del treno –, non riducendolo però a un giocattolo action fine a sé stesso. Come dimostra un finale interrogativo, tutt’altro che consolatorio.