Ryan Murphy difende la sua Hollywood utopica: “Non volevo scrivere una pagina di Wikipedia”

"Non mi interessava fare un biopic", sostiene il creatore della miniserie nel difendere le scelte creative con cui ha disegnato una Hollywood rivoluzionaria e inclusiva

[NETFLIX]

L’arrivo della miniserie Hollywood su Netflix ha riportato l’attenzione su Ryan Murphy e sulle sue scelte creative, dimostrando ancora una volta come qualsiasi sua produzione riesca a polarizzare le opinioni di critica e pubblico. Nella nostra recensione in anteprima abbiamo descritto Hollywood come una dolce storia della buonanotte e una parentesi dorata che scaccia via i cattivi pensieri e premia i buoni sentimenti.

Quel che si osserva nei sette episodi della serie – e che i creatori Murphy e Brennan avevano prospettato – è infatti una sorta di revisionismo per cui la storia si riscrive alla luce di certi se e ma. Cosa sarebbe successo se al talento fosse stata data la possibilità di esprimersi, di splendere, incurante delle categorizzazioni, dei pregiudizi e di un ostracismo così profondamente sedimentato nella società? Cosa sarebbe cambiato se agli individui più emarginati fosse stato garantito un certo potere decisionale?

Sono queste le domande che Ryan Murphy, Ian Brennan, Janet Mock e gli altri produttori e autori della serie si sono posti nell’elaborare la Hollywood svelata su Netflix il primo maggio. Ed è questa la Hollywood che lo stesso Murphy difende dalle critiche di eccessivo ottimismo, sentimentalismo o pura e semplice irrealtà:

Non mi interessava fare un biopic. Non volevo scrivere una pagina di Wikipedia su Rock Hudson e su chi conosceva o su come lo conosceva. Conosceva Vivian Leigh? Sapeva chi era? Sapeva chi era Tallulah Bankhead? Piuttosto mi interessava osservare quel mondo come se fosse un universo alternativo.

Nel mio universo il guardare queste persone evidenzia come alcune cose siano uguali e altre totalmente diverse. Voglio chiarire che non ho assunto un approccio da biopic alla vita delle persone. Alcune cose sono molto fedeli alla realtà, ovviamente, altre le abbiamo cambiate.

Nei progetti di Ryan Murphy si colgono spesso riferimenti autobiografici più o meno evidenti. Nel caso di Hollywood il motore è la passione trasmessa dalla nonna per i vecchi film:

[La serie tv Hollywood] è un progetto al quale lavoro da anni, ma ho iniziato perché sono stato cresciuto da mia nonna e lei era appassionata di vecchi film. L’epoca d’oro del cinema era la sua ossessione, perché era nata nel 1913, e quindi essendo cresciuto con lei ho potuto guardare molti film, e soprattutto leggere molti libri sui film.

Quand’ero ragazzo ero ossessionato da tre persone: Rock Hudson, Anna May Wong e Hattie McDaniel. Non ho mai capito perché, finché non sono cresciuto un po’. Penso di aver visto molta tristezza in loro. Non avevano la possibilità di essere chi davvero volevano essere ed esprimere ciò che davvero volevano esprimere.

[…] Dopo Versace, una volta, ero a cena con Darren Criss e parlavamo di quella stazione di servizio a Hollywood, di quanto fosse interessante. E non tanto dal punto di vista sessuale o di quanto fosse sordida. Piuttosto mi interessava la tristezza che vi si coglieva, mi sconvolgeva che le persone dovessero andare lì per avere la libertà di essere sé stesse ed esprimere chi erano.

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Sono state quindi queste riflessioni a far accendere la scintilla creativa dalla quale poi è nata Hollywood. Un progetto del cuore che, proprio in considerazione della sofferenza cui si è ispirato, non ha potuto che assumere toni vivaci e prospettive ariose e ottimiste.

Ed è per questo che le critiche più frequenti mosse alla serie – relative alla sottigliezza dei personaggi e alla facilità con cui sono riusciti a superare pregiudizi e disuguaglianze – non sembrano scalfire la fiducia di Ryan Murphy nella sua Hollywood.

Il punto, ha chiarito ancora una volta nel difendere il suo passion project, era rendere omaggio a star sofferenti strapazzate dalla storia, dando loro l’ideale possibilità di rettificarne il corso e prendersi delle rivincite. E così nella Hollywood di Netflix Anna May Wong conquista l’Oscar, Hattie McDaniel ottiene un giusto riconoscimento e Rock Hudson riesce a tener testa a Henry Willson, il quale a sua volta si ravvede scendendo a patti con la propria omosessualità.

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Per comprendere e apprezzare Hollywood su Netflix, insomma, non si può prescindere dal cosa sarebbe successo se:

Cosa sarebbe successo se qualcuno fosse stato abbastanza coraggioso da fare un film del genere [Meg] negli anni ’40, e avesse vinto tutti quegli Oscar, e se tutte quelle persone emarginate avessero potuto diventare finalmente gli eroi e le eroine delle loro storie? Sarebbe cambiata la mia vita, crescendo, e la vita di chinuque altro?

E mi sono convinto che probabilmente lo avrebbe fatto, perché ci saremmo trovati cinquant’anni più avanti nel tempo in termini di diritti delle donne e degli omosessuali, e della possibilità di una donna di colore di vincere un Oscar. Penso che avrebbe avuto un impatto profondo [sulla società].

Ottimismo e positività non sono affatto il frutto dell’ingenuità di Murphy e dei suoi collaboratori, insomma, quanto piuttosto una precisa presa di posizione che fa di Hollywood qualcosa di ben diverso da una pagina di Wikipedia. Ed è sempre così, con Ryan Murphy. Prendere o lasciare.

I sette episodi di Hollywood sono disponibili su Netflix dal primo maggio.

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