La Hollywood di Ryan Murphy è una sequenza da sogno che riscrive la storia (recensione in anteprima)

La nostra recensione in anteprima della nuova miniserie di Ryan Murphy e Ian Brennan, disponibile su Netflix dal primo maggio

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Andrà tutto bene. È il mantra ossessivo al quale ci aggrappiamo da settimane, e che allo stesso modo sembra voler esorcizzare il dolore dei reietti nella Hollywood di Ryan Murphy. Perché quella che lo stesso Murphy ha definito fin dal principio una lettera d’amore all’epoca d’oro di Tinseltown è in realtà una dolce storia della buonanotte, una parentesi dorata che scaccia via i cattivi pensieri e premia i buoni sentimenti.

La miniserie Hollywood, in arrivo su Netflix il primo maggio, gioca dunque con i se e i ma della storia per descrivere una sequenza da sogno nella quale indugiare con un senso di gioiosa condiscendenza. Gli emarginati, gli ultimi ai quali Murphy ha sempre rivolto la propria attenzione, diventano qui inevitabili protagonisti e vincitori, artefici di un successo raggiunto sulla base del merito e in barba alle reali e dilanianti disuguaglianze della feroce Hollywood del dopoguerra.

I sette episodi di Hollywood sono una corsa a perdifiato nelle vite di un gruppo di giovani destinati a incontrarsi e cambiare la storia – propria e altrui. Jack Castello (David Corenswet), bello e carismatico, è disposto a tutto pur di diventare qualcuno, e più precisamente una star del grande schermo. Sulla sua strada incontra Raymond Ainsley (Darren Criss), un regista di origini filippine con idee chiarissime e grandi ambizioni. Al suo fianco la fidanzata Camille Washington (Laura Herrier), talentuosa interprete afroamericana intrappolata in ruoli secondari e osteggiata dalle colleghe bianche, fra le quali Claire Wood (Samara Weaving).

E afroamericano è anche Archie (Jeremy Pope), sceneggiatore omosessuale sensibile e determinato, grazie al quale l’ensemble prende forma e la storia si mette in moto. A determinare i loro destini, più che la società, sono gli esordi poco convenzionali favoriti da Ernie (Dylan McDermott) e le mosse degli addetti ai lavori di Hollywood, dall’agente Henry Willson (Jim Parsons) ai veterani degli Ace Studios: Avis Amberg (Patti LuPone), Dick Samuels (Joe Mantello), Ellen Kincaid (Holland Taylor).

Nel loro viaggio imperterrito verso la Hollywood dei giusti-e-meritevoli, Ryan Murphy, Ian Brennan e Janet Mock incappano in un’ingenuità ottimista che è per certi versi un limite, per altri un gradevole tratto distintivo. Da un lato l’idea che a garantire la riuscita di un progetto non serva altro che la buona volontà, la determinazione e il talento di chi vi si applica è a dir poco idealistica. Dall’altro, però, rifiutarsi di infierire su degli individui già pesantemente discriminati dalla storia e dalle sue stesse rappresentazioni sullo schermo è un atto di fiducia e coraggio.

Dunque non si può non ammettere che sia pura utopia veder prosperare con relativa semplicità le donne afroamericane e di mezza età, gli uomini gay e di colore, o veder redimersi esseri spregevoli in virtù del principio per cui non è mai troppo tardi per essere migliori. Ma è altrettanto vero che la sofferenza, l’esclusione, la negazione dei diritti e persino la morte di queste stesse persone nelle storie per il cinema e la tv siano ormai sviluppi triti, se non addirittura stereotipici.

Dalla Hollywood di Ryan Murphy, in sostanza, non bisogna aspettarsi una storia alternativa, come invece aveva lasciato intendere Janet Mock nel presentare la miniserie. È ben più gradevole, persino soddisfacente abbandonarsi all’idea che questo sia il passion project dello stesso Murphy, una celebrazione gioiosa di minoranze e diversità, una pillola della felicità che per magia smussa gli angoli del passato più oscuro. E lo fa crogiolandosi nell’opulenza di costumi e scenografie eccezionali, queste sì espressione di precise tendenze storiche.

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Si sorvolano quindi difficoltà, ostacoli e sofferenze per soffermarsi invece sul potere della volontà, delle opportunità, del prodigarsi per svelare al mondo le versioni migliori di sé. E così la scarsa evoluzione dei personaggi passa in secondo piano e lascia splendere il talento degli interpreti. Se a David Corenswet, Darren Criss e Laura Harrier toccano ruoli poco incisivi, il contrario vale per Jeremy Pope, già sfolgorante star di Broadway e in Hollywood sorprendentemente dinamico ed efficace.

Del tutto convincenti anche le performance della vecchia guardia. Come già in Pose, anche in Hollywood Patti LuPone è un perfetto esempio di donna avvezza ai privilegi della ricchezza. La si vede ingessata nei propri limitati poteri di moglie e madre, ma sciolta abbastanza da eccellere in quelli di donna d’affari. Brillano anche Holland Taylor e Joe Mantello, dignitosi e compiti, e Dylan McDermott, che ridisegna con carisma i tratti macchiettistici del suo Ernie.

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Accattivante poi l’Henry Willson di Jim Parsons, una serpe logorata da oscenità e limiti perbenisti, crudeltà e omofobia interiorizzata. Sono questi gli interpreti che più avrebbero assicurato spessore alla serie, se questa si fosse configurata come un drama tradizionale, sfruttando diversamente fatti storici e personaggi realmente esistiti, come il Rock Hudson qui interpretato da Jake Picking.

Ma non è di rievocazioni storiche che si parla, e dunque questa sorta di revisionismo non può togliere sostanza e validità alla Hollywood di Ryan Murphy. La sua Tinseltown resta così un luogo dell’anima, la realizzazione di un sogno che si anima di speranze incrollabili, toccanti rivelazioni e sentimenti genuini. Non sarà quanto di più significativo Ryan Murphy abbia mai concepito, ma resta un piacevole intermezzo di ottimismo in una fase che di roseo ha ben poco.

La miniserie Hollywood debutta su Netflix il primo maggio.

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