In questo scenario Apocalittico attraverserei Milano come i guerrieri della notte dopo l’omicidio di Cyrus

Se proprio tocca uscire vorrei farlo con a fianco Richard Hell e Johnny Thunders

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Esterno giorno.

Fa caldo, non caldissimo, siamo ancora in primavera e in primavera non fa caldissimo, non ancora, ma comunque fa caldo.

Quello che vi si sta per parare davanti oggi lo definiremmo un assembramento, qualcosa cui guardare con terrore, volendo anche con quel pizzico di spirito delatorio che fa tanto sceriffo da pandemia, tac, una foto e via su un gruppo chiuso di Facebook, poi una telefonata anonima ai vigili urbani.

Ci sono una ventina di bambini, ragazzini, come diavolo vogliamo chiamare quella sorta di ibrido che si trova tra la fine delle elementari e l’inizio delle scuole medie.

Sono disposti in semicerchio, con al centro due che chiaramente hanno in mano il polso della situazione, sono quelli che prendono decisioni.

“Capiamo le squadre”, dice uno dei due, guardando l’altro con la faccia di chi la sa lunga.

“Ok, comincio io,” risponde l’altro, indicando subito quello coi capelli spettinati e la maglietta due taglie più grandi del dovuto, “T’ho fregato!”, pensa.

No, non funziona così, bisogna tirare a sorte, lo sanno entrambi.

Capiamo le squadre.

Ecco.

Quando ero piccolo, dalle mie parti, dicevamo così.

Eravamo lì al campetto di sabbia pieno di buche, un campetto piccolo che però a noi sembrava gigantesco, e che nonostante fosse piccolo aveva le porte regolamentari, quelle da vero campo di calcio, ovviamente senza reti, solo pali e traverse, dentro le quali il portiere scompariva, anche alzando le braccia non arrivava a sfiorare la traversa, le partite che finivano tutte con risultati da rugby, il campetto di sabbia del Pincio, non quello famoso, di Roma, parlo del Pincio di Ancona, zona Borgo Rodi, campetto nel quale passavamo le nostre giornate primaverili, parte di quelle estive, quelle nelle quali non andavamo al mare o non eravamo in vacanza coi nostri genitori, e buona parte dei pomeriggi invernali, pronti per una partitella tra bambini, undici contro undici, come nelle vere partite di pallone.

Due, i capitani, in genere non quelli più forti a giocare, semplicemente quelli dotati di maggiore personalità, i leader, quelli che nelle squadre vere, in genere, diventano i capitani, si mettevano uno di fronte all’altro, le mani destre strette in un pugno.

Bim, bum, bam, e ecco che tiravano fuori le dita, andando a comporre un numero.

Pari o dispari, chi vinceva aveva diritto a scegliere il primo dei presenti per comporre la sua squadra. Poi sarebbe toccato all’altro. Uno alla volta. Capiamo le squadre, voce del verbo capare, non del verbo capire. Capare, sbucciare, ripulire, scegliere le parti migliori, scartare quelle andate a male, capare, come si fa con la frutta e le verdure.

Si toglie quello che non piace, che è poco buono, e si tiene il meglio.

Ogni volta, questa la parte triste della storiella che sto raccontando, che non è neanche la prima volta che racconto, esattamente con le medesime parole, quelle che so che funzionano, per dirla a William S. Burroughs, uno che non si faceva scrupolo pure a usare le parole degli altri, se funzionavano, figuriamoci le sue, presente il cut-up?, non è neanche la prima volta che racconto, in realtà, ognuno ha i suoi canoni, i suoi classici, le battute che si sa che fanno colpo, i colpi di teatro provati e riprovati, ogni volta, quindi, qualcuno rimaneva fuori, escluso, torna a casa Lessie, avremmo detto citando un cult di quei tempi.

In genere, ovvio, a restare fuori, a dover tornare a casa o, più presumibilmente, a passare il resto del pomeriggio a guardare gli altri giocare, magari nella speranza che qualcuno si facesse male e lasciasse libero un posto, sorda di avvolti ante litteram, erano i più brocchi, quelli che nessuno dei due capitani avrebbe appunto voluto nella propria squadra, piuttosto meglio giocare con un giocatore in meno.

Vita di merda, quella dei brocchi, lì appesi fino alle ultime scelte dei capitani, aggrappati agli infortuni altrui, ieri come oggi.

Appesi e poi scartati, costretti a guardare noi altri giocare, o, peggio, a tornarsene a casa subito dopo aver salutato la mamma dicendo “ci vediamo per cena”.

Succede a tutti nella vita, prima o poi, di essere tagliati fuori da qualche situazione, di non essere capati da quelli che magari neanche sono migliori di noi, solo più bravi a giocarsela a livello di marketing, anche se ai tempi nessuno di noi sapeva neanche che fosse il marketing, non so neanche se già si usava la parola marketing in Italia nei primi anni Ottanta, gli ultimi anni Settanta, succede a tutti, ovvio, i brocchi hanno semplicemente saputo questa cosa sin da piccoli, ce li abbiamo cresciuti, con quel know how lì, per certi versi ci dovrebbero ringraziare per questo.

Ora, se mi azzardassi a dire che il momento in cui si capavano le squadre fosse ricoperto di una allure particolare, di quel fascino da giocatore di poker, lì con l’adrenalina a mille fino a che tutti al tavolo non girano le carte, se dicessi, cioè, che ogni volta era una scommessa e nessuno aveva la certezza di stare dentro e di non finire dalla parte dei brocchi direi proprio una cazzata. Eviterò quindi di farlo.

Chi era bravo sapeva che avrebbe giocato, come immagino chi era brocco sapeva che sarebbe stato scartato, magari all’ultimo momento, anzi, sicuramente all’ultimo momento, perché in genere eravamo sempre giusto quel paio di candidati in più del numero giusto per le squadre.

Non succedeva quasi mai un errore nel capare la squadra, e parliamo di bambini, non di professionisti, e se succedeva sicuramente era un errore che si sarebbe pagato piuttosto caro, la credibilità di essere quello che capava le squadre, in fondo, era tutta lì, nello scegliere ogni volta i nomi giusti.

Un errore che nessuno avrebbe poi ripetuto, c’era sì da scommetterci.

Quindi nessuna suspance.

Un rito sempre uguale a se stesso, si direbbe oggi.

Una routine, a volerla vedere con un po’ più di cinismo.

Dentro i forti, fuori i deboli.

Tanti saluti alla poesia.

Nessun guizzo, mai, nessuna visionarietà, nessun impeto di fantasia, nessun rischio inutile.

Neanche alcun tentativo di innovazione, e dire che erano gli anni del calcio totale dell’Olanda di Rinus Michels, il calcio di Sacchi sarebbe arrivato di lì a poco, Zeman, beh, Zeman forse non è arrivato ancora oggi.

Niente di tutto questo.

Non a caso, in quei pomeriggi interminabili, a volte con partite che duravano anche quattro, cinque ore, come quelle di cricket o di Football Americano, quando si è bambini sembra non si senta la stanchezza, o meglio, non la si sente proprio, in quei pomeriggi interminabili dedicavamo a questa routine del capare le squadre poco più di un paio di minuti, bim bum bam, io prendo quello, io quell’altro, mi spiace, voi oggi non giocate, voi anche oggi non giocate, a essere pragmatici, e il resto lo si passava a giocare, ventidue bambini, ragazzini, diciamo pure, a correre intorno a un pallone in un campetto di sabbia pieno di buche, un campetto grande poco più di una area di rigore regolamentare ma con le porti a grandezza naturale, ovviamente senza reti, solo pali e traverse, si giocava fino all’ultima azione, quando il sole era ormai sceso da un pezzo in cielo e si riusciva a vedere solo grazie alla luce gialla dei lampioni, non certo a fare strategie o quant’altro.

Ora, torno a quando ero bambino. Toh, diciamo pure ragazzino, perché sto parlando non di quando avevo sei, sette anni, ma in quell’epoca che va di scena tra la fine delle elementari e l’inizio delle medie, quando si è un po’ più autonomi di come si è mai immaginato fino a quel momento ma non abbastanza per lasciare il proprio quartiere, e del resto frequentando le scuole del quartiere e avendo quindi prevalentemente amici di quelle zone, senza neanche la necessità di lasciarlo, il quartiere.

Quando ero ragazzino si passava i pomeriggi a giocare a calcio, l’ho già raccontato, calcio e poi ancora calcio, se pioveva, ma doveva proprio piovere di brutto, allora si giocava a Subbuteo, che del calcio era surrogato. E si giocava a calcio capando le squadre, cioè potendo scegliere tra una rosa piuttosto ampia, all’epoca figli se ne facevano ancora e eravamo sempre di più di quanti saremmo dovuti essere in campo.

Succedeva, molto raramente, a dire il vero, che per un qualche motivo esterno in qualche pomeriggio estivo al campetto non fossimo in tanti.

Anzi, fossimo giusto quelli che servivano per fare una partita.

Chiaramente, scelti per primi i più forti, via via si sceglievano tutti gli altri, e anche per i brocchi, sempre che i brocchi fossero presenti, arrivava l’agognato momento di giocare.

In quel caso il compito dei capitani era sempre quello di fare la squadra migliore, ma senza la necessità di escludere nessuno, di colpo i brocchi diventavano i meno brocchi o i più brocchi, si giocava di sfumature, e in tutti i casi vinceva sempre chi era più bravo a motivarli meglio, a convincere un brocco che almeno in porta, perché i brocchi sempre in porta finivano, avrebbero potuto fare qualcosa di buono.

In quei pomeriggi, in genere, le partite duravano meno del solito, perché chi era bravo presto si stancava di giocare coi brocchi.

Anche questa è una lezione di vita che il calcio ci ha donato sin da piccoli.

Le favole non esistono, ma se mai dovessero esistere durano comunque pochissimo.

Se oggi, sessantasettesimo giorno di quarantena, clausura e quella roba lì, mi ritrovo a parlare di calcio e di calcio giocato da bambini e ragazzini, non certo quella merda che si vede ultimamente in tv e che proprio in queste ore sta dando il peggio di se in certi discorsi che ci tocca sentire dalla televisione, è per due motivi specifici.

Il primo è che mio figlio Francesco, colui cioè che in casa è in assoluto il più appassionato di calcio, uno che non solo sa a memoria tutte le formazioni delle squadre di serie A, ma che sa anche dove hanno giocato tutti i giocatori che giocano in serie A in precedenza, certo dicendo i nomi per come sono scritti, non per come vanno pronunciati, perché questo suo sapere deriva dal leggere e rileggere e poi rileggere ancora i giornali sportivi che mio padre, suo nonno, gli regala ogni volta che andiamo in Ancona, il Guerino Sportivo in primis, unico tra i suoi sette nipoti, parlo dei sette nipoti di mio padre, i miei quattro figli, la figlia di mio fratello, e il figlio e la figlia di mia sorella, unico tra i suoi sette nipoti a amare come lui il calcio, la Juve nello specifico, e se Francesco tifa Junventus non è solo perché ha otto anni e negli otto anni della sua vita lo scudetto l’ha vinto sempre la Juventus, ma perché mio padre, tifosissimo della Juventus, lo ha corrotto uno di quei giorni d’estate che Francesco e i suoi fratelli è andato dai miei in mia assenza, io tifo Genoa, per scelta, proprio per affrancarmi dal dover essere juventino, e mai avrei voluto avere un figlio Juventino, o meglio, due figli juventini, perché anche Tommaso tifa Juventus, ma molto più blandamente, sempre per i medesimi motivi, e l’unica volta che ha avuto un’impennata da ultras è stato quando la Juve è andata in finale di Champions contro il Barcellona, nel 2015, lo ricordo benissimo, era il giorno in cui è nata la nipotina di mia sorella Caterina il 6 giugno, Aurora, e io avrei dovuto accompagnare i miei gemelli e mia suocera giù al mare, con mia suocera, mentre Lucia e Tommaso sarebbero rimasti con me e Marina a Milano, per prendere parte all’Oratorio Estivo, ma siccome la Champions si vedeva solo su Canale 5 e noi non avevamo solo la televisione attraverso Sky, per una faccenda complicata di digitale terrestre che non si prendeva nella nostra vecchia casa, e Canale 5 e le reti Mediaset erano oscurate su Sky, per la querelle Berlusconi vs Murdoch, Tommaso ha deciso di venire in Ancona con noi, così da poterselo vedere a casa della nonna, salvo poi tornare il giorno dopo con me a Milano, ottocento e passa chilometri bruciati sull’altare del Dio calcio, solo che, appena partiti, la macchina è iniziata a andare in surriscaldamento, problemi con l’acqua, e allora io faccio per fermarmi all’autogrill e aprire il cofano davanti, pronto a rimboccarla, l’acqua, ma mi resta in mano la leva per aprire il cofano, giusto in tempo per scoprire che nelle aree con autogrill da anni non ci sono più i meccanici, solo i benzinai, e il benzinaio che si propone di darci una mano, un ragazzo di colore, chiaramente, non sa un cazzo di Seat Alhambra, vai a capire dove si mette l’acca, quindi non riesce a aggiustare la leva né a aprire il cofano, col solo consiglio che riesce a darmi, suggerimento che mi viene confermato al telefono da mio cognato Mauro, il marito di mia sorella Caterina che è quello che in famiglia sa fare di tutto con le mani, nonché il sosia, almeno quando si è sposato, di Lionel Richie, l’unico consiglio che mi viene dato è, inspiegabilmente, di tenere al massimo il riscaldamento, così, dice il tipo di colore dell’autogrill e mi conferma Mauro, l’acqua calda del motore non va in ebollizione, è il 6 giugno, è vero, quindi tecnicamente è ancora primavera, ma una primavera calda come non succedeva da sei milioni di anni, e noi siamo in macchina col riscaldamento a palla e con un’andatura di crociera di massimo settanta chilometri all’ora, anche questo ha detto il tipo di colore e Mauro ha confermato, bisogna andare piano, settanta chilometri all’ora in autostrada non è piano, è pianissimo, quindi nonostante siamo partiti di mattina arriviamo in Ancona per le sette e tre quarti di sera, sudati come maiali, io personalmente devastato come se avessi da solo dovuto svuotare una miniera di carbone nel Sulcis, le sette e tre quarti, quindi tre quarti d’ora prima dell’inizio della partita, giusto il tempo di scaricare la macchina, i gemelli sarebbero rimasti giù tutta l’estate, presto raggiunti da Lucia e Tommaso e in seguito anche da me e Marina, farsi una doccia, pensate a cosa significhi guidare col riscaldamento acceso a soli settanta all’ora per tutte quelle ore, e potersi godere questa benedetta partita, Tommaso è lì, sudato e devastato, solo per questo, peccato che mentre finiamo di scaricare la macchina arrivi Antonio, il dirimpettaio di mia suocera, che dopo averci salutato dice incazzato nero, lui tifa Milan, mi sembra, ma una finale di Champions è una finale di Champions, che si è rotta l’antenna, quindi non si vede Canale 5, e chiaramente noi pensiamo si sia rotta la sua antenna, salvo scoprire che l’antenna del palazzo è una sola, e che quindi neanche a casa di mia suocera si vede Canale 5, fatto che vanificherebbe quelle dieci ore di inferno fatte in un auto col riscaldamento a palla che attraversa a settanta all’ora il vettore Milano-Ancona, e a quel punto fortunatamente ho chiamato mio padre, e io e Tommaso siamo andati da lui a vedere la finale, ci siamo persi giusto i primi quindici minuti, tanto poi la Juventus ha perso 3 a 1 e Tommaso, credo, ha abbandonato per sempre l’idea che il calcio sia un sport da seguire, non ci gioca neanche a calcio, a differenza di Francesco, è palese che non gli interessi per nulla, mentre a Francesco sì, molto, moltissimo, e per altro se siamo riusciti a tornare, io e Tommaso, l’indomani, è proprio perché Mauro ha in qualche modo aggiustato la faccenda, aprendo il cofano con non so che attrezzo e aggiustando il guasto, fine della cronaca di una giornata di ordinaria follia, la mia, e se quindi oggi, sessantasettesimo giorno di quarantena, clausura e quella roba lì, nel sessantasettesimo capitolo di questo diario del contagio, mi ritrovo a parlare di calcio e di calcio giocato da bambini e ragazzini il primo motivo è mio figlio Francesco, colui cioè che in casa è in assoluto il più appassionato di calcio, da oltre due mesi non riesce a giocare a calcio, credo sia questo il fatto che gli manca di più del dover stare in casa, oltre che il non poter vedere i suoi amici, e in qualche modo volevo omaggiarlo, almeno a parole, non potendo portarlo fuori a fare due tiri al pallone, il secondo motivo è perché quella faccenda del capare, dello scegliere cioè chi avere in squadra con sé, mi ha sempre affascinato, e per sempre intendo da dopo essere stato per qualche anno uno di quelli che venivano scelti per primi, mai proprio per primo, c’era sempre qualcuno più fenomeno di me, ma comunque mai tra gli ultimi, ero ambidestro, un outsider in un mondo di destri, un po’ come oggi, uno scrittore ma anche un critico musicale, un ambidestro della parola, mi ha affascinato perché, crescendo, ho capito che le squadre migliori, quelle che possono vincere e che soprattutto possono vincere in contesti sulla carta difficili se non addirittura impossibili, non sono necessariamente le squadre che mettano uno di fianco all’altro i giocatori sulla carta migliori, ma quelle che sappiano ben dosare le caratteristiche dei componenti, non troppi galli a cantare, quindi, qualcuno che porti l’acqua, qualcuno che sappia far male, non fatemi star qui a spiegarvi nel calcio quali siano le caratteristiche necessarie per coprire tutte le parti del campo e tutti i ruoli.

Dico questo, e come al solito lo dico partendo da lontano, lontanissimo, un campo di sabbia pieno di buche, piccolo come un’area di rigore regolamentare ma con le porte esattamente uguali a quelle nei campi di calcio, senza reti, solo pali e traverse, partendo, quindi, parlandovi di pomeriggi interminabili passati a correre dietro un pallone, un Tango, nello specifico, perché il Supertele lo lasciavamo ai brocchi, lì a bordo campo, pronto a volare via al primo refolo di vento, i palloni di cuoio non ce li potevamo permettere nessuno di noi, anche perché se invece che al Pincio giocavamo alla Lunetta, che era il campo attiguo a quello del Pincio, stesse porte gigantesche, un po’ più lungo e rettangolare come forma, meno sabbia e più erba incolta, stesso numero impressionante di buche, comunque, ora al suo posto, nannimorettianamente, sorge un parcheggio per le auto dei residenti, se invece che al Pincio giocavamo alla Lunetta, e noi di via Veneto in genere preferivamo il Pincio, più raccolto e con il diversivo di poterci infilare dentro una delle tante gallerie che conducevano ai percorsi usati dai carbonari ai tempi in cui i carbonari dovevano attraversare la città senza farsi beccare, dicono che Ancona sia tutta attraversata da gallerie di quel tipo, una sorta di città sotterranea come quella di New York, ma senza coccodrilli albini, immagino,  se invece che al Pincio giocavamo alla Lunetta avevamo il rischio di perderlo, il pallone, perché il campo era delimitato da una parte dalla discesa che portava verso la strada sottostante, dall’altra dalla fossa che corrispondeva alla proprietà di un contadino cattivissimo che non ci ridava mai il pallone, se finiva lì sotto, anzi, spesso lo bucava in maniera spettacolare sotto i nostri occhi imploranti, al punto che, per evitare di perdere palloni che in tutti i casi costavano soldi che in genere noi bambini non avevamo, appena il pallone finiva lì sotto uno di noi, non necessariamente chi ce lo aveva buttato, ma il più agile e coraggioso, si calava di corsa in quella fossa, cercando di recuperarlo prima che il contadino se ne accorgesse, e più di una volta, questo diceva la leggenda, perché nè io né nessuno dei miei amici avevamo mai assistito a quell’esperienza, si dice che il contadino avesse sparato al malcapitato di turno col fucile caricato a sale o a pallini, dico quindi questo, e come al solito lo dico partendo da lontano, lontanissimo, perché si avvicina sempre di più il giorno in cui, in parte di Italia, qui a Milano la conta dei morti e dei contagi è ancora abbastanza alta da tenerci in clausura, se non forzata quantomeno autoindotta, lo scenario che ci si para davanti, quindi, è ancora più apocalittico di quanto uno come me, che dell’Apocalisse, seppur dell’Apocalisse del sistema musica, è sempre stato l’indiscusso nonché unico cantore, ripeto, passato da essere Cassandra a essere Plinio il Giovane, si sarebbe mai potuto immaginare, io che di immaginazione ne ho pure parecchia, e dovendo quindi pensare a come affrontare questo scenario qui, fatto di diffidenza che, temo, giorno dopo giorno andrà aumentando, perché è evidente che uscire solo per entrare nella catena produci-consuma-crepa non piace a nessuno, specie se di quella catena si è anello e non padrone, e perché, temo, presto i numeri dei contagiati e di conseguenza delle vittime torneranno a alzarsi, perché non basta essere ottimisti per affrontare una crisi, e non è certo parlando di aumentare le piste ciclabili, per dire, parlo di Milano, che si può risolvere quel delirio che sarà il trasporto pubblico, con la gente costretta a usare i mezzi, perché le macchine, ci fa sapere l’uomo del #Milanononsiferma, lì coi calzini arcobaleno, devono sparire da Milano, trasporto pubblico che però dovrà essere usato tenendo le distanze di sicurezza, molta meno gente per carrozza di metrò o autobus, senza però poter aumentare di conseguenza le corse, e questo è solo uno dei tanti casini che dovremo affrontare, dovendo quindi pensare a come affrontare questo scenario apocalittico non posso che lasciarmi andare a pensieri quali: ma io chi vorrei a fianco dovessi attraversare Milano come i Guerrieri della notte dopo l’omicidio di Cyrus?

Ecco, non so se e quando tutto questo finirà, non so neanche come finirà, ma una cosa la so per certo, dovessi io capare le squadre, scegliere cioè che facce avere di fianco per affrontare vis a vis l’Apocalisse, non ho dubbio alcuno, non è certo gente come un politico che sceglierei, brocchi che hanno solo trovato il modo di farcela pagare, loro li vedrei bene dalle parti di Piazzale Loreto, senza bisogno di assembramenti, né uno dei tanti virologi che in questi due mesi hanno dato prova di ambire a un ruolo di guida spirituale andando a pontificare, così si dice, mica a caso, in televisione, la scienza equiparata alla religione, priva di prove scientifiche, solo affidata alla cieca fede, penso ai Burioni come ai Ricciardi, per non dire di tutti gli altri, a cascata, non vorrei certo uno dei tanti tutori della legge che in questi giorni hanno dato prova di come non aspettassero altro per vessare i poveri cittadini, né un medico o un operatore sanitario, perché loro, ahinoi, devono ancora stare in prima linea a provare a salvarci davvero il culo, no, io vorrei gente come Richard Hell e il compianto, mai abbastanza compianto, Johnny Thunders.

Del resto, uno che ha scritto Blank Generation coi suoi Voidoids, giusto dopo aver fondato con Tom Verlaine i Television, salvo poi mollarli subito prima dell’esordio con quel pezzo di storia del rock che si intitola Marquee Moon, perché mai non dovrebbe essere il primo nome a finire nella squadra che stiamo capando?

E che dire di quello che è passato come niente fosse dai dal suonare la chitarra nei New York Dolls, per poi dar vita, proprio con Richard Hell e l’altra dolls Jerry Nolan, agli Heartbreakers, sorta di Keith Richards in salsa punk, quindi molto più Keith Richards dello stesso Keith Richards, incarnazione dell’idea stessa di punk rock in chiave newyorkese, città nella quale il punk nacque e dalla quale Malcolm McLaren prese spunto, lui che aveva lavorato proprio con le New York Dolls, per andare poi a fondare i Sex Pistols, insieme a Richard Hell prototipo di tutto quanto il punk avrebbe esteticamente prodotto, per bocca di Malcolm e per mano di Vivienne Westwood, e mettere il cappello e il portafogli sulla Grande Truffa del Rock’n’Roll?

Non ho dubbi, per affrontare tutto questo sono le loro facce da delinquenti che vorrei al mio fianco, Richard Meyers, in arte Hell, e John Anthony Genzale, le radici affondate a Avellino, il culo piantato al CBGB, in arte Johnny Thunders, gente che ha animato la più incredibile rivoluzione musicale e culturale dell’ultima parte del Novecento, i piedi affondati dentro la Factory di Warhol a sentire i Velvet Underground, a contorcersi nel palco come Iggy, a muoversi come un dandy come Bowie, a racchiudere in pochi anni di carriera tutto quel che sarebbe arrivato dopo come Marc Bolan, gli occhi puntati verso un futuro ancora lontano nel quale tutto questo sarebbe stato shakerato e, indossate camice a scacchi da boscaioli e cappelli da surfer, avrebbe dato vita al grunge, il genere che ha definitivamente fatto da requiem al rock.

Qualcuno, in questi giorni, ha scritto che è proprio questo che loro, senza specificare meglio di che loro si tratta, immagino chi ci guida, si parli del governo o dei presunti padroni del mondo, vogliono, intendendo con questo dire che l’averci martellato per due mesi a suon di notizie terrorizzanti e di incertezze avrebbe portato noi a voler rimanere chiusi in casa, impauriti all’idea di mettere il naso là fuori, in una sorta di lock down perenne e autoindotto. Può essere vero, non sono esperto di clausure né di terrorismo mediatico. Nei fatti io non credo che nelle prossime settimane la situazione cambierà così tanto, molti continueranno a lavorare in smart working, molti continueranno a non lavorare, disperati e magari anche costretti a sostituirsi alle istituzioni nella didattica a distanza. Quando però finalmente capiremo che è arrivato lo scampato pericolo, signori miei, beh, allora Richard Hell e Johnny Thunders o non Richard Hell e Johnny Thunders, ve lo giuro, non ce ne sarà per nessuno, torneremo a occupare le piazze e a far sentire forti le nostre voci. Citando altri punk di quella New York anni Settanta sarà una guerra lampo, e stavolta, c’è da scommetterci, non faremo prigionieri.

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