Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple è il teatro impazzito dell’imperfezione (recensione)

Fiona Apple ci racconta un mondo distorto con brani destrutturati che attingono dal jazz, tesi come corde di un violino troppo accordato

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Photo by Sachyn Mital via Wikipedia

Terminato l’ascolto di Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple ti sembra di aver appena concluso una sessione in sala prove, una jam in cui ogni pezzo è stato l’embrione di se stesso. Personalmente mi tornano in mente le parole di un amico che aveva da poco scoperto i Tomahawk di Mike Patton (sì, il caposquadra dei Faith No More): “Inizi un pezzo e due secondi dopo è un insieme di taka-taka-bem-bem-shtratata-ta-ta”, ma che significa?

I 13 pezzi contenuti in Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple sono piccole suite in cui tutta la libertà creativa della cantautrice newyorkese viene fuori come un rigurgito: il tema, la melodia, insomma le intenzioni iniziali di ogni canzone vengono stravolte con il risultato di brani che si auto-boicottano, ma in senso positivo.

Fiona Apple cambia ritmica e crea il dolce inganno, l’illusione di ascoltare un disco qualunque che qualunque non è. Sono passati 8 anni da The Idler Wheel…(2012) e abbiamo sentito, acquisito e visto tanta musica passare sotto i ponti come una flotta di cadaveri inconsapevoli. Nel frattempo Fiona è rimasta Fiona: nessun social, se non quella pagina Facebook che non viene aggiornata dal 2014. Una donna classe 1977 che vive nel suo microcosmo, la sua casa a Venice Beach dalla quale, appunto, ha registrato il disco.

Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple

Rumori, dissonanze, improvvisazioni e deliri pianistici adornano Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple, ma dobbiamo metterci in testa che non stiamo ascoltando un disco di puro ca**eggio solo perché non siamo anglosassoni. Fiona racconta il bullismo, la violenza, le relazioni passate e le sue interiora con tutto il tormento che la sua musica può comunicare, e lo fa con liriche al limite dello Sturm Un Drang, dello Stream Of Consciousness più acido e viscerale.

Sinusoidi emozionali, le sue, che viaggiano anche con le modulazioni nel canto: ora è dolce, ora sussurra, ora fraseggia ossessivamente con lo scat e ora sbraita per spaccarti la testa. I rumori e le modulazioni, infine, trovano spazio in composizioni che scimmiottano il jazz, il soul, il rock acustico d’autore e ogni registro aulico di stile.

Se virtuosismi ed essenzialità convivono in Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple possiamo dire che l’istinto genera mostri di bellezza, e qui il vocabolo merita una vivisezione: bellezza dell’imperfezione, bellezza della sincerità e bellezza della scoperta. Non ci sono convenzioni: il disco funziona perché è lineare soltanto nel sound, il resto è un’emesi libera e liberatoria, disintossicante.

Gorgheggiano i 6/8 di I Want You To Love Me, traccia che ci apre le porte alla sala prove caleidoscopica di Fiona. Uno schiaffo all’assenza di autostima, ma con il lubrificante della spirale perfetta delle scale eseguite al pianoforte. Una rampa di lancio, la prima traccia, che ci spinge nel tritacarne di Shameika e nel vivo del disco: batteria, piano e basso creano quel labirinto claustrofobico dal quale ci salva la stessa Fiona quando tutto si interrompe per cedere il posto alla frase: “Shameika said I had potential”.

Se la title-track si colloca come cuore rivelatore del disco non è un caso: siamo proprio dentro la stanza di Fiona e in nostra compagnia troviamo Cara Delevingne, modella e amica della cantautrice che sembra passare di lì per caso per fare un check degli strumenti.

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Il demone della violenza è ora in cattività

Okay, ora siamo seri e cerchiamo di contestualizzare il concetto di “ca**eggio” di cui ci siamo serviti nelle righe precedenti: il ca**eggio di Fiona Apple non è fine a se stesso, perché anche dall’impasto più incasinato e informe si può modellare la più deliziosa delle torte: Under The Table e Ladies sono bandiere, slogan dissonanti che se nel primo caso fanno male, nel secondo regalano un sorriso di speranza. Il tema è quello della violenza, un orrore che la stessa Apple ha raccontato di aver subito a 12 anni e dal quale non può riprendersi. Lo fa suo, quindi, lo riduce a un demone imbecille prigioniero della sua musica, incapace di liberarsi e di infestare altre vite innocenti.

Sono tanti gli episodi in cui Fiona non miagola, non fa gargarismi né ci fa sentire il suo cane. Heavy Balloon redarguisce chi si è illuso di questo: la cantautrice sbraita e la sua voce si muove come un’anima soul inquieta che si fa ancora più evanescente nella mistica Cosmonauts.

Tutto il resto è rumore, libertà e genio: Relay ha tutti i numeri della filastrocca popolare, Rack Of His è un trip vintage che subisce il fascino di Björk nell’atmosfera, Newspaper è quel delirio ordinato che diventa l’interludio rumoroso e disturbante per quei cori degni di un Tim Burton strafatto di mescalina.

For Her è la messa alla prova delle capacità corali di Fiona, Drumset è il degno apripista verso il finale e On I Go, beh, è il caos sotto l’egida della coerenza del disco, il rumore mai cacofonico che somiglia tanto a quel sobbalzo che ti sveglia in piena notte.

Crash buttati apparentemente a caso, un cane che abbaia, percussioni senza BPM e voci sovraincise: questo è, in sostanza, Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple, tutt’altro che scontato e perfetto nel suo disordine, un’isola inquieta che empatizza con la nostra empatia.

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