Siamo tutti africani

Victor Grauer, nel suo saggio “Musica dal Profondo", sostiene che tutta la nostra cultura musicale abbia realmente un’origine africana

Sappiamo che alcuni generi musicali hanno forti influenze africane. Il blues si diffonde nell’ottocento tra gli schiavi costretti a lavorare nelle piantagioni di cotone e tabacco, ed è una musica che nasce dal dolore ma anche dalla formidabile energia di uomini e donne direttamente deportati dall’Africa, o figli o nipoti di schiavi africani. Molto dello spirito e della musicalità africana sono all’origine degli “spirituals”, i canti religiosi che già alla fine del Settecento e nel secolo successivo animavano le cerimonie cristiane, mettendo in musica quei temi della Bibbia che parlavano dell’oppressione di un popolo, dell’infelicità  della condizione umana, e di una speranza di redenzione. La matrice africana è presente nel genere “soul”, la musica dell’anima che prende corpo tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta e che avrà in Ray Charles, Aretha Franklin e James Brown i suoi grandi interpreti; mentre negli anni Ottanta lo stile e la tradizione musicale africana torneranno alla ribalta con la World Music, quel movimento culturale e discografico, del quale Paul Simon, Peter Gabriel e tanti altri saranno validi rappresentanti. E’ questo un progetto culturale che cerca di fondere  le diverse tradizioni, ad esempio il genere pop  con i canti popolari del continente nero, l’uso degli strumenti moderni e tradizionali.  La musica africana entra dunque  con forza nella cultura occidentale e lascia tracce profonde, al punto che non c’è artista del pop, del rock, del folk, del gospel e anche del genere cantautorale che non senta di avere in se’ una certa venatura “black”. In verità c’è molto di più da sapere su quanto incide la componente africana sulla nostra cultura musicale. Nel suo saggio dal titolo “Musica dal profondo – Viaggio all’origine della storia e della cultura” il compositore e musicologo Victor Grauer sostiene che TUTTA la nostra cultura musicale abbia realmente un’origine africana. Esponente di prestigio della scuola etnologica e antropologica denominata “Out of Africa”, e collaboratore di Alan Lomax, cui spetta il merito di aver sviluppato la “cantometria”, vale a dire il più completo sistema di classificazione degli stili del canto popolare, Grauer colloca l’origine della nostra musica nella preistoria, e nella cultura dei Pigmei e dei Boscimani. Tra gli 80 mila e i 60 mila anni fa – secondo questi studi etnologici che hanno trovato supporto anche nelle ricerche genetiche – popolazioni locali si sarebbero mosse dalla terra d’origine (quella valle del fiume Omo, nel sudovest dell’Etiopia, che viene considerata la culla dell’Homo Sapiens) e avrebbero attraversato il Mar Rosso alla ricerca di nuovi territori nei quali abitare. Un insieme di elementi originali sembra caratterizzare questo ceppo distinguendolo da qualsiasi altro, vedi l’uso dell’arco e frecce, le pitture corporali, lo sciamanesimo, il metodo di guarigione per suzione, ma soprattutto l’uso di strumenti musicali e l’uso della voce. Flauti di canne, fischietti e corni erano il corredo di questi popoli, e soprattutto lo stile del canto, che sembra essere particolarmente complesso per il suo carattere corale e polifonico nel quale si intrecciano voci e temi musicali differenti. Elementi di questa cultura si sarebbero diffusi nei millenni lasciando un’impronta africana presso gruppi indigeni incredibilmente lontani come quelli dell’Asia sudorientale, della Cina Meridionale, delle Filippine, dell’Indonesia, della Siberia, presso gruppi amerindiani e presso molte comunità contadine diffuse in Europa. Nell’idea di Grauer e degli altri studiosi della sua stessa corrente esisterebbe una linea evolutiva che lega le “polifonie africane arcaiche” alle “polifonie europee popolari” e che approda alle “polifonie europee colte”. Insomma, tutti i manuali e tutta la letteratura musicale che indicano precisamente nel medioevo europeo l’origine della musica polifonica non considerano due cose, che sembrano invece sempre più evidenti: siamo figli della preistoria e siamo tutti “africani”.