L’arte del camminare ascoltando i The Walkabouts

La band capitanata dal duo Chris Eckman e Carla Torgerson ha a lungo animato la scena rock alternativa americana

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Photo by Barbara Mürdter

Mi manca camminare.

Mi mancano un sacco di cose, a dire il vero, soprattutto mi mancano un sacco di persone, anche quelle che, con ogni probabilità, non avrei potuto comunque vedere, penso ai miei genitori, ai miei fratelli, ai miei amici di vecchia data, lontani, in Ancona, agli amici lontani, agli amici vicini, toh, mi mancano pure le facce da cazzo di quelli del mio ambiente lavorativo che in genere evito, appunto, come la peste, e poi mi mancano un sacco di cose, un sacco di gesti.

Tra questi, particolarmente, camminare.

Perché se io stessi qui a dire che mi manca la musica dal vivo, e mi manca la musica dal vivo, ovviamente, direi un’ovvietà, è parte della mia vita, anzi, è quella parte della mia vita che ho fatto diventare il mio lavoro, ma nei fatti ho passato in vita mia dei periodi, neanche troppo brevi, nei quali la musica dal vivo non c’è stata, penso a quando sono nati i miei figli, impossibilitati, io e Marina, a uscire, ma neanche troppo desiderosi di farlo, anche se, io e Marina lo ricordiamo sempre, ben due volte è successo, entrambe le volte con Lucia, che provassimo a andare a concerti, in entrambi i casi dei Tiromancino, e in entrambe le occasioni non siamo riusciti a sentire neanche una canzone, perché siamo stati chiamati in grande urgenza a casa da mia suocera, vi ho già raccontato di come fosse un filo apprensiva nel vestire i panni della nonna con la prima nipote, in entrambi i casi, giuro, convocati di grande urgenza, una volta anche in presenza della baby sitter, Angela, dal Salvador, venuta con noi in Ancona per stare qualche giorno con noi, in entrambi i casi, dicevo, convocati di grande urgenza salvo poi scoprire che il motivo del suo piangere, del suo di Lucia, piccolissima, era semplicemente che aveva fatto la cacca e che quindi aveva il pannolino da cambiare, le risate, metaforiche, fatte insieme, perché quando si è neo genitori si ride per stronzate, letteralmente rincoglioniti da questa nuova condizione, diciamolo, ma nei fatti c’era che non è che i concerti ci mancassero molto, di concerti, io e Marina, ne abbiamo visti credo svariate centinaia, anzi, abbiamo sicuramente superato le migliaia, quindi all’idea di stare senza musica dal vivo per un po’ mi ci sono pure abituato, per certi versi, sapete che animale asociale io sia o che animale asociale mi piaccia fingere di essere, ma di camminare, confesso, mi manca proprio, perché negli ultimi tempi soprattutto, diciamo ormai da sedici mesi, mi sono messo a dieta, una dieta dettata più da una questione di salute che estetica, dell’estetica, si sarà intuito, non è che mi interessi molto, e dettata dalla salute non perché io sia stato male, intendiamoci, ma perché alla soglia dei cinquanta, quando ho iniziato non li avevo ancora compiuti, ho iniziato a ragionare che l’essere sovrappeso, e io sono e soprattutto ero sovrappeso, mi metteva in qualche modo a rischio, era già successo alla soglia dei quaranta, quando fatte le solite analisi del sangue che io e Marina facciamo tutti gli anni, di controllo, i miei dati relativi al colesterolo si erano mostrati sballati e la nostra dottoressa, dottoressa molto scrupolosa, mi aveva posto quella domanda lì, “Lei in famiglia ha casi di infarti o ictus”, domanda che aveva poi chiuso con la raccomandazione “non che ci sia qualcosa di cui preoccuparsi”, frase che non aveva sortito grandi effetti, perché se uno ti chiede se hai in famiglia casi di infarti e ictus leggendo dati sballati nelle tue analisi, è ovvio, tu pensi che stai per avere un infarto o un ictus, e fortuna che io sono tutto fuorché ipocondriaco, e per altro anche in quel caso, con un paio di mesi di dieta i dati sono rientrati alla grande, fatto che però ha sortito l’effetto opposto, perché se sai che due mesi di dieta possono rimetterti i dati a posto poi tendi a fare per i rimanenti dieci mesi all’anno il cazzo che ti pare, anche perché lei aveva suggerito di eliminare pizza, fritto, alcolici, dolci, e quando io le avevo chiesto candido “per quanto?”, lei, la dottoressa, dottoressa che mi adora, aveva risposto “per sempre”, facendo immediatamente scattare in me una totale assenza di fiducia nelle sue parole, mentre stavolta la dieta me la sono autoimposta, mica me lo ha proposto lei, dalla dottoressa ci vado raramente, fortunatamente, non ci vado da anni, per cui ho iniziato a eliminare parecchi cibi che sicuramente non mi facevano bene, soprattutto i dolci, i tanti dolci che ho sempre mangiato, e soprattutto la pasta tutti i giorni o quasi, e non un po’ di pasta, intendiamoci, perché come Cassini, il comico, ritengo che sessanta grammi di pasta sia la quantità che consumo per sapere se è al dente, proprio piatti di pasta seri, sui centoventi grammi, e quindi via la pasta, una volta la settimana, per di più quella integrale, che essendo equiparabile al gusto del cartone delle custodie della pizza da asporto, ovviamente, non ne mangio tanta, mi fa davvero cagare, e via anche il pane, pochissimo e anche quello integrale, idem, e lì sta il trucco, mangiare roba sana ma che mi fa cagare, per cui mi passa l’appetito e il non mangiare non mi pesa affatto, e semmai mangio un frutto fuori dai pasti e mi riempio così, con buona pace di mia suocera, che per buona parte dell’anno, in inverno soprattutto, vive con noi a Milano, e i primi tempi mi guardava con la faccia di chi è convinta che cadrai presto, fallirai, e ancora oggi non si capacita che io mangi a pranzo un po’ di bresaola, o un po’ di Philadelphia o, peggio, un hamburger vegetale, roba che in passato avrei lanciato dalla finestra imprecando come un oste toscano, ma sono un tipo determinato, parecchio, straight edge come Henry Rollins, e infatti ho perso dodici chili, di più credo non riuscirò, anche in virtù del fatto che faccio almeno diecimila passi al giorno, circa otto chilometri, ma spesso ne faccio anche il doppio, quasi sempre, e che spesso questi passi li faccio in parte dentro casa, parlando al telefono, ma molto più spesso li faccio andando in giro per la città, Milano, la città nella quale ho deciso di abitare, di vivere, di comprare casa con Marina, di lavorare, di crescere i nostri figli, di farci nascere due dei nostri figli, i gemelli, la nostra Milano, città oggi ferita, ferita due volte, forse anche tre, per il contagio che ogni giorno si porta via un po’ di gente, Milano è attualmente la città più contagiata d’Italia, ferita per la malagestione di chi governa la regione, criminoso nel gestire la nostra sanità, un po’ anche di chi inizialmente avrebbe dovuto invitare alla chiusura e provava a parlare di Milano che non si ferma, certo, e ferita anche dalla mancanza di empatia e di solidarietà da parte del resto degli italiani, lì a incolpare una città solitamente arrogante, certo, di essere ora la colpa di una chiusura generale, ingrati e infami, ce ne ricorderemo sicuramente a pandemia finita, città che attraverso, dovrei dire attraversavo, a lunghe falcate, quasi mai sopra i mezzi pubblici, semmai sulla mia auto se dovevo andare troppo lontano, e che mi piaceva osservare non perché io ritenga che abbia il suo fascino nascosto, abito a Milano ma ho gli occhi, ma perché quando passeggio per le città, anche se sto camminando per andare a qualche impegno, mi piace osservare, vi ho già raccontato del mio essere un involontario psicogeografo, ma uno psicogeografo convinto, quindi in sostanza uno psicogeografo al cubo.

Mi manca camminare, quindi, parecchio.

Per farvi capire, in questi giorni di pandemia, tutti chiusi in casa, noi da cinquantotto giorni, con una sola uscita, ormai ogni otto giorni, roba da guinness dei primati, se pensate che siamo in sette in casa, tutti in ciabatte, sul divano, gli occhi fissi su Netflix, confesso che La Casa di Carta sta cominciando a prenderci, a me e Marina, dopo la noia delle prime due puntate, in questi giorni di pandemia, cinquantotto giorni, ho mantenuto una media di almeno tre chilometri al giorno, dentro casa, intorno al tavolo, dalla sala alla cucina, circa quattromilacinquecento passi, a volte ne ho fatti addirittura otto, novemila. E, per la cronaca, non ho messo su neanche un etto, non perché io sia un eroe, solo che stando a casa e senza le mie camminate in giro, ma forse anche per quello che so esserci fuori, l’appetito non è che sia esattamente presentissimo in me, e fortuna che Marina e mia suocera non hanno mai messo in tavola qualcosa di sciatto, come vi ho più volte detto abbiamo deciso scientemente di mantenere le vecchie abitudini, parlo ovviamente dei pasti del fine settimana, per quel che riguarda me, perché a pranzo io continuo a mangiare di merda come negli ultimi sedici mesi.

Devio. Di poco. Avrei potuto dire, tanto per fare storytelling, che quando cammino mi piace ascoltare musica dal mio smartphone, emulando il Baricco che, ormai una vita fa, raccontava di essere andato a vedere la Cappella Sistina con Tom Waits sull’iPod, ma sono il cantore dell’apocalisse del sistema musica, la Cassandra del sistema musica, il Plinio il giovane del sistema musica, ho ripetuto talmente tante volte che mi fa orrore lo streaming, Spotify in testa, e più in generale il digitale, avessi detto una cosa del genere mi sarei fatto schifo da solo, anche perché cammino senza cuffiette, sfido chiunque a provare il contrario, quindi no, non mi manca il camminare ascoltando musica. La musica la ascolto lo stesso, e la ascolto seguendo delle mie regole, che non prevedono sicuramente io ascolti musica in streaming.

Ora, mettiamo il caso che voi siate tra quanti hanno iniziato a leggermi solo dall’inizio della pandemia, quindi cinquantotto giorni fa, e che quindi mi abbiate già letto per qualcosa come un milione e centoventinovemila battute, direi abbastanza per dire di conoscermi bene, anche se mi avete, cito il già più volte menzionato Tyler Durden di Fight Club, mi avete conosciuto in un momento molto strano della mia vita, mentre Frank Black intona Where is My Mind in sottofondo, figuriamoci se mi leggete anche da prima, dovrei essere per voi, letteralmente, un libro aperto, seppur un libro pieno di parole, non fatemi spiegare di nuovo come la parola scritta sia per sua natura un pensiero mediato, per certi versi al tempo stesso vero e volutamente finto, ecco, mettiamo, quindi, che sappiate già abbastanza di me per potervi parlare con una certa confidenza, confidenza che comunque mi prenderò agio di usare per quel diritto divino che chi scrive ha nei confronti di quello che scrive, come ti ho fatto di disfo, insomma, sia che siate miei fedelissimi, sia che siate capitati qui per caso, magari anche per sbaglio, ma siate giunti fino a questo punto, millecinquecento parole dopo l’inizio di questo che, ormai lo avrete capito, non è un articolo, vi dovrebbe essere abbastanza chiaro che tendo a prendere la logica narrativa, quello che comunemente viene identificato con il “filo del discorso” e forzarlo come un manipolatore fa con la materia che manipola, un dominatore fa con un succube, vi sto sostanzialmente camminando addosso con tacchi a stiletto di venti centimetri, mentre avete una pallina da ping pong infilata in bocca e un filo di perle nel culo, non fate tanto i sofisticati, come uno scrittore dovrebbe fare appunto con le parole, non dovreste quindi sorprendervi, o forse sì, dette forzature servono anche per creare meraviglia, lo ammetto, non dovreste metaforicamente sorprendere se ora, proprio ora, passerò dal parlare del fatto che mi manca il camminare, tutto vero, sia chiaro, al fatto che in questi giorni, giorni nei quali, se siete tra quanti mi leggono dall’inizio della pandemia lo sapete già, se no ne prenderete atto ora, sono passato a ascoltare quasi esclusivamente quella musica che amo e della quale, per ragioni legate proprio al fatto che la amo, non ho mai parlato nei miei scritti di critica musicale.

Mi fermo un attimo.

Credo che a questo punto potrebbe essere necessario un inciso, non nel senso di  una cosiddetta relativa, di quelle vi ho già riempito a secchiate, sono lo Yoda delle relative, ma nel senso di una deviazione sul discorso principale che approfondisca qualcosa cui si è fatto un breve cenno (lo so, anche di questi vi ho riempito a secchiate). Dovrei, cioè, spiegare perché, a fronte di un mio ripetervi da anni che sono stato punk prima di voi, frase estratta a forza dal repertorio del mio amico Enrico Ruggeri, a sua volta, qui gioca l’anagrafe, punk prima di me, a fronte di un aspetto decisamente rock’n’roll, a fronte di t-shirt di Dead Kennedys, Misfits, Faith No More esibite in contesti assolutamente mainstream, quindi fuori contesto, io passi la stragrande maggioranza del mio tempo che dedico al parlare con voi, nello specifico a scrivere pezzi destinati a una lettura di massa, parlo di numeri, fortunatamente, ma anche di approccio al mainstream, appunto, io passi la stragrande maggioranza del tempo che dedico a scrivere pezzi incentrati sulla musica occupandomi esclusivamente di musica italiana e di musica italiana ascrivibile al pop, al cantautorato, ma quasi mai al rock, al punk, o alla musica alternativa (parlo della musica davvero alternativa al mainstream, ovviamente, non del rap o dell’itpop, sia chiaro).

Dovrei, perché magari qualcuno pensa che il mio definirmi punk prima di voi, il mio aspetto lungocrinuto, barbuto e di cuoio ricoperto, le mie t-shirt, le mie felpe, le mie sciarpe da hooligan, siano tutte parte di un gioco delle parti, di un tentativo, riuscito o meno, di mimesi con una qualche maschera, quella del punk o del rockettaro impenitente, comunque una posa, un voler fare l’outsider a tutti i costi, anche mentre parlo a RTL 102,5, o mentre scrivo per magazine decisamente pop, una posa, ripeto, del tutto identica, immagino, se la pensate così, a quella che mi vuole cattivo, politicamente scorretto, polemico di una polemica fine a se stessa, lo Sgarbi della musica italiana, il Cruciani della musica italiana, un atteggiato, dovrei, quindi, giustificare il mio essere me stesso perché, questo il succo, qualcuno potrebbe non credermi, non fidarsi di me, pensare che io stia mistificando.

Ecco, esattamente per questo motivo non aprirò questo inciso, non per lasciarvi col dubbio, siamo in casa da cinquantotto giorni senza sapere esattamente quando ne usciremo e se ne usciremo, siamo in casa da cinquantotto giorni senza capire la reale incidenza di questo virus sulla nostra vita presente e soprattutto futura, non sappiamo se ritroveremo un lavoro, se riprenderemo la vita per come la conoscevamo, se dovremo andare al mare dentro cubi di plexiglas, se potremo tornare a stringerci la mano e abbracciarci, se potremo tornare a ammassarci in metropolitana o in autobus, figuriamoci negli stadi per partite e soprattutto concerti, dico soprattutto perché scrivo di musica, intendiamoci, potrete ben sopportare il non sapere se vi sto bellamente prendendo per il culo, se, cioè, io sia nei fatti un grande fan di Emma Marrone che però preferisce passare per uno dedito anima e corpo al mito di Mike Patton e di Perry Farrell.

Ma non è solo e tanto questo, non scherziamo.

È che quando si scrive, e di conseguenza, poi, quando si legge, si deve stringere un patto tra scrittore e lettore, e in quel patto c’è sottinteso che chi scrive è Dio e chi legge un fedele che segue acriticamente i dogmi, almeno riguardo la veridicità dei suoi pensieri.

Si può, cioè, e forse si deve, mettere in dubbio, se si ravvisino incongruenze, falle, crepe, quello che uno racconta se fa cronaca, ma non si può mettere in dubbio il pensiero, parlo di pensiero, badate bene, non di pensiero applicato in analisi. Quanto alle analisi, questo l’ho già ripetuto allo sfinimento, e anche qui immagino possa entrare in scena il voler essere a tutti i costi polemico, iconoclasta, cattivo maestro, o magari solo stronzo, quanto alle analisi ribadisco un concetto semplicissimo, uno non vale uno, come nel resto della vita, ci sono le competenze, le specializzazioni, e come io non vado da un virologo a spiegargli come si propaga un virus, no, scherzo, esempio sbagliatissimo di questi giorni, come non vado da un elettricista a spiegargli come si deve fare un impianto elettrico, come non vado da un meccanico a spiegargli come si monta uno spinterogeno, come non vado da un ingegnere a dirgli come si costruisce un palazzo, uno, uno qualsiasi, non viene da un critico musicale a spiegargli come si analizza un brano musicale, e se qualcuno, poi passo oltre, pensa di dirmi qualcosa come “e allora scrivila tu una canzone”, pensando con questo di mettermi in un angolo, perché un artista ha diritto sacrosanto di esprimere la sua arte, passo velocemente spiegargli che il critico critica, non fa arte, è l’abc, salvo poi passare a indossare i panni dello scrittore, a mia volta artista, e a dirgli, in quattro lettere, tutto quel che c’è da dire: suca.

Niente inciso, quindi, anche se faticherete a credermi.

Riparto.

Da cinquantotto giorni a questa parte, quindi, da che cioè ci siamo autoreclusi in casa, pensando inizialmente fosse faccenda di qualche giorno, al massimo un paio di settimane, finendo poi per assumere l’atteggiamento rassegnato di chi non sa e non saprà a breve di che morte morirà, sono passato a ascoltare quasi esclusivamente quella musica che amo e della quale, per ragioni legate proprio al fatto che la amo, non ho mai parlato nei miei scritti di critica musicale.

Siccome sono una persona che affida alle parole un significato particolarmente alto, seppur massimalista, quindi più portato alla bulimia che alla cura certosina, al colpo di mitra più che al colpo preciso del cecchino, anche se, magari non lo vedete, ma i colpi di mitra sono tutti precisi come quelli di un cecchino, per questo pensando a quanto mi mancasse camminare, passando poi a ragionare di psicogeografia, come già qualche giorno, forse qualche settimana fa, non ricordo neanche più, arrivo quindi a ripensare a un film che ho visto anni fa, del regista del film L’Uomo che Cadde sulla Terra, Nicolas Roeg, film questo, L’Uomo che Cadde sulla Terra, tratto dal romanzo, non eccelso, di Walter Trevis, ma con un gigantesco David Bowie, da poco dismessi i panni di Ziggy Stardust ma di nuovo a fare i conti con la fantascienza, ma il film di Nicolas Roeg cui ho pensato non era quello, bensì, L’Inizio del Cammino, film ambientato in Australia, e che narra le tragiche avventure di una coppia di fratelli, una ragazzina e un bambino, sopravvissuti al suicidio del padre nell’outback australiano e costretti a camminare come i nativi locali, gli aborigeni, in una metaforica ricerca del raggiungimento dell’età adulta, della civiltà, forse, il film tende a dirci che non è certo la nostra occidentale la civiltà che andrebbe inseguita, il tutto raccontato con una cura alla fotografia incredibile, Roeg aveva già lavorato con Truffaut e in questo film è al suo esordio alla regia.

Il cammino, quindi, come rito di conoscenza di sé, come ricerca del proprio posto nel mondo, niente di particolarmente strutturato, ci potrebbe arrivare anche un Di Maio.

Non a caso il film, del 1971, badate bene, si intitola nella versione originaria Walkabout, richiamando proprio i viaggi rituali degli aborigeni australiani.

Ecco, siamo al momento in cui io, autore di questo scritto, forzo la logica, prendo cioè il filo del discorso e ne faccio un uso personalistico, per alcuni incomprensibile, per altri prova di talento, spero, sono lo scrittore, Dio, non sento le vostre ipotetiche rimostranze.

In questo caso, il mio forzare il filo del discorso è esplicitato in questo mio raccontarvelo, omaggio a John Barth, o a Donald Barthelme, certo, ma anche figlio di una certa stanchezza che mi impedisce di farlo e basta, sbattendomene dei vostri diritti di lettori di capire cosa state leggendo.

Perché il mio pensare a Walkabout, il film di Roeg, mi porta a andare nel gigantesco armadio dentro i quali tengo in casa i CD, lo so che odio il digitale, ma ho circa diecimila CD, non rompete il cazzo, e andare a cercare la discografia dei The Walkabouts, band capitanata dal duo Chris Eckman e Carla Torgerson che ha a lungo animato la scena rock alternativa americana. Band che prese il nome dal film di Roeg, non dalla pratica rituale australiana, ma questi sono dettagli. Una band che si iscrive perfettamente sulla scia di quell’hardcore che in queste settimane mi sono ritrovato spesso a citare, seppur, anno dopo anno, con forti infiltrazioni folk. Non a caso Chris Eckman, più recentemente, si è unito musicalmente a Hugo Race, già a fianco di Nick Cave nei Bad Seeds, e a Chris Brokaw, già coi Codeine, per dar vita ai Dirtmusic, band nella quale la matrice etnico-folk ha decisamente un peso specifico più alto, e dove le influenze hardcore e punk sono decisamente più labili. Eckman, per altro, ha sempre affiancato alla sua carriera da artista quella da produttore, sempre che le due cose siano scindibili, sempre che, cioè, i produttori non siano a loro volta artisti, vallo a sapere, lavorando al fianco della band maliana, tuareg nello specifico, Tamirkest, dedita a una versione molto originale del cosiddetto rock psichedelico.

E visto che parlo di psichedelia, e soprattutto visto che me ne sto qui davanti alla mia personale discoteca, a una delle mie personali discoteche, perché i vinili li ho altrove, in sala e in buona parte in Ancona, dopo essermi ascoltato un po’ i The Walkabouts, nello specifico il doppio Travels and Dustland, passo a coloro che, nella mia discoteca, trovano spazio a fianco a loro, non chiedetemi dell’ordine che ho arbitrariamente dato ai miei dischi, come per i libri solo io sono in grado di capirlo, gli And You Will Know Us By The Trail Of Dead, band texana capitanata dal duo Conrad Keely e Jason Reece, ricordo perfettamente quando, una vita fa, li ho intervistati al Transilvania di Milano, tra teste di Freddy Kruger e pitoni sotto teca, loro scazzatissimi, avevano da poco pubblicato Madonna, mi sembra di ricordare, loro secondo album, o forse il loro masterpiece Source Tags & Codes, io non da meno, ero nella fase in cui mi stavo convincendo che il solo modo per praticare il ruolo di critico musicale fosse quello di mettersi non al pari degli artisti, quello l’ho fatto sin dalle mie prime interviste, il culo ha voluto che iniziassi con la tripletta Trent Reznor, Beck e John Frusciante, quanto un gradino sopra, perché se vuoi poter cavare qualcosa di interessante fuori da un artista devi partire dal presupposto che lui non stia semplicemente facendo promozione, ripetendo a te tutto quel che gli è stato detto di ripetere dall’ufficio stampa, quanto che abbia realmente qualcosa di interessante da dire a te che sei a sua volta un artista, e che quindi hai a tua volta qualcosa di interessante da dire a lui, so che farò inorridire i tanti colleghi o sedicenti tali, ma io la vedo esattamente così, non a caso di interviste ne faccio poche, pochissime, quasi nessuna, più che altro parlo con gli artisti e poi scrivo le mie analisi, che di quelle chiacchierate riportano poco o nulla. Madonna degli And You Will Know Us By The Trail Of Dead, questo album, pregiato, mi fa venire in mente il The White(y) Album dei Ciccone Youth, non fatemi spiegare perché, uno non vale uno ma in fondo vi stimo, mi state leggendo da almeno tremilacinquecento parole nonostante stiate a casa da cinquantotto giorni, o forse proprio per quello, band nata intorno ai Sonic Youth, Kim Gordon e Thurson Moore gli artefici, con la collaborazione di Greg Ginn dei Black Flag, J Mascis dei Dinosaur Jr e Mike Watt dei Firehose. Sono in pieno trip psicogeografico, mettetevi comodi, anche se siamo quasi alla fine, ma come sulle montagne russe, montagne russe che odio, gli ultimi secondi sono quelli più movimentati.

Ho citato i Ciccone Youth, e quindi Kim Gordon, come non citare quindi le Harry Crews?, band nata proprio intorno alla bionda bassista dei Sonic Youth, ascoltatevi Daydream Nation e ditemi se non è la perfetta colonna sonora di questa apocalisse?, superband che la vedeva al fianco di quell’altro genio assoluto di Lydia Lunch, uno di questi giorni parlerò di lei, è ovvio, e di Sadie Mae, il loro Naked In Garden Hills risuona ancora aggressivo e vivido ancora oggi, a distanza di trentadue anni dall’uscita, perfetta incarnazione di quello spirito hardcore e no wave che le protagoniste hanno da sempre portato avanti. E già che passiamo di link in link, metaforici, questo passa la mia discoteca, ecco le Free Kitten, altra superband con Kim Gordon, stavolta a fianco di Julie Cafritz, già coi Pussy Galore, Dio mio, se passo a Jon Spencer e quindi a Christina Martinez e alle sue Boss Hog non ne usciamo vivi, delle Free Kitten suggerirei la trilogia Unboxed, Nice Ass e Sentimenal Education, l’ultimo Inherit mi è sempre parso meno potente. Harry Crews, per altro, il nome della band con Kim e Lydia, è un tributo a uno scrittore americano gigantesco, già che siete in casa, che espressione di merda questa, leggetevi i suoi Celebration, La fiera dei serpenti e Lucidi corpi, e già che ci siete leggetevi anche Cuori sgozzati di Katherine Dunn, da non confondersi con Catherine Dunne, mi raccomando, già il mondo là fuori è abbastanza difficile, oggi come oggi, non rendiamoci la vita ancora peggiore. Insomma, potrei andare avanti all’infinito, spostarmi veloce, a zig zag, forzando il filo del discorso, vomitando parole, trovando associazioni che sulla carta non ci sarebbero, forse, comunque portandovi a spasso con me, con la musica, con i libri, con le parole, così funziona la mia testa in genere, figuriamoci adesso che posso muovermi solo attraverso di essa.

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