Mi sento proprio come il protagonista di Fuzzy dei Grant Lee Buffalo: “Mi hanno mentito/ ora mi sento confuso”

La musica è sempre capace di praticare quella sintesi che noi non ci sappiamo neanche immaginare

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Photo by WMSigEp

Mia figlia Lucia ha un talento. Ne ha più d’uno, ma non voglio fare la parte del padre che si gonfia d’orgoglio per i figli, quando sarà il momento debito, se sarà il momento debito, i talenti ipotetici dei miei figli avranno modo di sbocciare, ogni cosa a suo tempo. Ma il talento di mia figlia di cui voglio parlarvi è attinente a questo mio diario del contagio, giunto oggi al cinquantasettesimo episodio, cinquantasettesima novella decameroniana, per questo ve ne parlo e ve ne parlo proprio oggi.

Mia figlia è molto brava a raccontare, usando per altro con una certa facilità linguaggi diversi, si tratti di scrivere, di fare video, di scrivere testi di canzoni, canzoni che poi cantano o rappano altri. Ripeto, non mi sto pavoneggiando, sono in ciabatte e calzoni corti, i capelli raccolti in una coda più disordinata del solito, non sono in condizioni di pavoneggiarmi anche se voi mi state leggendo, immagino, in condizioni simili alle mie, forse anche peggiori, meno abituati a un look punk, è proprio che quando si tratta di raccontare qualcosa, mia figlia Lucia, ha già una sua cifra piuttosto chiara, precisa, riconoscibile, e per chi racconta, si sa, avere una propria cifra e averla da così giovani, è già un punto di partenza privilegiato, la forma è sostanza.

Quando, ormai anni fa, la sua professoressa di italiano delle medie, durante un colloquio, ha provato a indicare in me l’evidente matrice del talento scrittorio di mia figlia, diceva, la professoressa, mia lettrice, anche lei con quelle frasi lunghe, piene di relative, i continui cambi di corsia, le ho fatto in maniera anche piuttosto infastidita notare che lei, mia figlia, non era una mia lettrice, non ho mai scritto nulla che fosse destinato ai piccoli, non per cattiveria di padre con quattro figli che non si prende cura di loro, ma proprio perché credo che ognuno di noi ha un talento, alcuni anche più di uno, come del resto qualcuno non ha talenti, non siamo mica tutti destinati a averne almeno uno, io non ho quello di scrivere cose sensate per i più piccoli, e che quindi tutto quello che Lucia scriveva e come lo scriveva era frutto della sua mente, del suo cuore, delle sue letture, tante, paragonate a quelle che facevo io alla sua età, molte di più, decisamente, di quello che vede, appassionatissima di serie tv, di quello che ascolta, non certo del padre che è lo Yoda delle relative e dei discorsi contorti, costruiti come un domino. Se poi, lei, la professoressa, oltre che insegnare lettere alle medie era anche una psicoterapeuta, avesse ritenuto che certi passaggi stilistici fossero frutto del DNA, beh, la invitavo, non senza qualche vena polemica, a rendere pubbliche le sue scoperte, perché altrimenti meriti e demeriti di Lucia erano da riconoscere e imputare esclusivamente a lei, con buona pace del cognome che portava e porta.

Quindi, ripeto, ha un talento.

Nello specifico, il suo talento nel raccontare, da un suo personalissimo punto di vista, fatto di ironia iconoclasta, malinconia adolescenziale che a volte sfocia in struggimento, lo scrivo perché anche ora che ha quasi diciannove anni continua a non leggermi, altrimenti sai quante me ne direbbe, scoprisse che sto parlando di lei, vena polemica non fine a se stessa, capace, cioè, di approfondimenti imprevisti, o almeno imprevisti per me, che ho un’altra formazione e un’altra età, il suo talento nel raccontare, si esplicita in un infinito diario, ha i cassetti del comodino pieni di quadernetti colorati pieni di parole, scrive sempre e ovunque, e se lo so è perché ogni tanto, quando non c’è, vado a controllare cosa si trovi lì dentro, punk anarchico ma anche padre sbirro, ha i comodini pieni di diari, anche se poi raramente ti fa leggere cosa scrive, al limite te lo legge lei, a voce alta, interpretando quelle sue parole che evidentemente a volte hanno bisogno di uscire, altre volte sono destinate a rimanere lì, sulla carta, mai sul computer, per altro, in questa assai più antica di me, ma in questi giorni di pandemia, sta finendo, il suo talento nel raccontare, in una sorta di documentario, lei e la sua macchina fotografica sempre in giro per casa e dal balcone, pronta a fermare momenti salienti, per lei, dal suo personale punto di vista, stilisticamente impeccabile, si tratti di un momento della nostra nuova vita quotidiana, da una festa di compleanno fatta tra amici su Zoom a uno dei tanti lavoretti che ci ritroviamo a fare coi gemelli, come agli esercizi di ginnastica che Tommaso sempre più spesso improvvisa in camera sua, l’altro giorno è stato fermato da Marina mentre provava a buttare in terra il materasso dell’ultimo piano del triplo letto a castello che hanno nella camera dei maschi, ricordo di casa vecchia e oggi ancora lì più per eventuali pigiama party con amici e per gli ospiti che per una reale necessità, gesto, quello di prendere il materasso del terzo piano del triplo letto a castello, triplo letto a castello in legno massiccio che abbiamo a suo tempo ordinato via web, direttamente dalla Svizzera, perché quelli che si trovavano da noi in Italia, tipo da Ikea, erano troppo esili, in metallo, dall’aspetto troppo poco saldo, ma che poi abbiamo scoperto dalla Svizzera ci hanno mandato via TNT Traco, col fattorino che ce lo ha scaricato in strada, davanti all’allora nostro portone di casa, costringendomi da solo a scarrozzarmi su per le scale oltre duecento chili di assi di legno massiccio, assi di legno massiccio che poi ho montato da solo, un triplo letto a castello, perché sono un  uomo di lettere e di parole, ma quando serve so anche come muovere le mani su cacciaviti e martello, provateci voi, anche mentalmente, a costruire un triplo letto a castello e a montarlo da soli, già siete lì tutti sudati, sudo anche io solo a pensarci, il tutto per fare una sorpresa a Marina, andata al lavoro e con un triplo letto a castello montato in camera al suo ritorno, stiamo insieme da trentadue anni, meno all’epoca dei fatti narrati, qualche anno fa, non ho voglia di fare i conti e essere più preciso, ma abbiamo ancora questo tipo di attenzioni, io e lei, perché l’amore è anche dedizione, oltre che passione e fortuna, soprattutto fortuna, culo a dirla come si deve, perché se non ti incontri non puoi poi mettere in pratica la passione e la dedizione, ma anche dedizione e passione, e per costruire un triplo letto a castello, e costruirlo da soli, lo dico a chi volesse provarci, poveri pazzi furiosi, tocca costruirne uno alla volta, partendo dal più basso, stando ben attenti a non sbagliare l’ordine dei pezzi, come sempre succede coi mobili dell’Ikea, perché se il mobile non è dell’Ikea, e non è quindi montato con le brugole, potrebbe essere complicato poi smontarlo, i chiodi sono meno pratici delle brugole, almeno quando avete capito come funzionano le brugole, e prima devi montare il letto più in basso, poi di lato, quindi occorre una stanza bella grande, e noi all’epoca avevamo una stanza bella grande, anche ora, ma è altra faccenda, poi devi montare il secondo letto e una volta che lo hai finito devi sollevarlo, e il legno massiccio pesa tanto, fate voi i conti, tre letti uno sull’altro fanno duecento chili, facendo leva su un fianco, il grande livido che ho esibito per mesi, poi, ne era prova provata, stando anche attento a non far saltare i tasselli sui quali si deve appoggiare il letto medesimo, letto che poi si reggerà appunto su tasselli e viti a incastro, non troppo diverse da quelle tipiche dell’Ikea, oltre che su chiodi belli lunghi e spessi, infine, e questa è la parte più complicata, devi costruire il terzo letto, ormai come si costruisce lo sai, è il terzo, quindi in apparenza il più è fatto, non fosse che poi il terzo letto lo devi a sua volta sollevare, ma molto più in alto del secondo, e non puoi fare leva sul fianco, perché lo devi mettere a circa un metro e mezzo da terra, facciamo anche un metro e sessanta, e per farlo, immaginatemi mentre lo faccio, in una giornata di luglio di qualche anno fa, un caldo pazzesco, i figli al mare, chissà quando potranno tornarci?, con la nonna, io e Marina a dormire in terra mentre ristrutturiamo parzialmente casa, quella che ora non è più la nostra casa, e che proprio per questo averla ristrutturata abbiamo venduto velocemente, una volta identificata la nuova casa che volevamo comprare, quella dove viviamo ora, in questi giorni di clausura, e per farlo, per mettere il terzo letto sopra gli altri due, devi salire su una sedia, posta esattamente a metà del lato lungo del letto, sollevarlo facendo leva con braccia e gambe e poi alzandolo sopra la testa, sapendo che non hai un secondo tentativo, perché se non azzecchi in contemporanea tutti i tasselli si spezzeranno, sono di legno, e se ne azzecchi anche solo la metà poi non riuscirai a sollevarlo per riprovarci, pesa troppo, ma io sono uno che ci sa fare anche con le mani, e che come per l’amore, anche con i mobili ha avuto culo, oltre che dedizione, quindi ci sono riuscito, zac, al primo colpo, un lavoro da manuale, che si è poi concluso col montare le sponde e la scala, tutto di legno massiccio, e avreste dovuto vedere la faccia di Marina quando è rientrata dal lavoro, lì, il triplo letto a castello montato tutto da solo, e se voleste sapere le stesse istruzioni per costruire una storia d’amore che dura da trentadue anni, beh, ascoltatevi Fossati, non credo di essere abbastanza bravo con le parole per sapervelo raccontare, ma tornando al materasso di quel letto, quello del terzo piano, inutilizzato, in questi giorni e, stando a quel che si capisce, inutilizzato nei prossimi mesi, niente ospiti e niente pigiama party in vista, anche quello è finito nel suo documentario, insieme a Tommaso che voleva mettercelo, e Marina che inorridiva all’idea, un documentario, quello del primo mese di quarantena, che Lucia ci ha fatto vedere una sera a cena, tutti zitti, commossi, ammirati, la sua voce lieve a fare da voce guida, le sue immagini, il suo punto di vista, a indicarci una lettura assai diversa, per dire, da quella che sto dando in queste pagine, in queste tante, troppe parole, il suo punto di vista, il suo racconto, il suo film, la ginnastica di Marina davanti alla televisione, le ambulanze che passano sotto casa, il tramonto dal balcone, la luna piena dal balcone, le immagini dentro i nostri tablet, i lavoretti dei gemelli, io e Marina a scrivere e fare le conference call, la nonna che gioca a carte coi gemelli, lei che prepara il cioccolato caldo, anche se lei, Lucia, appare solo in una inquadratura, anche questa geniale idea narrativa, e da questo già si dovrebbe capire come lei, Lucia, abbia una idea narrativa diversa da me, sempre presente in ogni pagina che scrivo, lo dico sì con orgoglio pavoneggiante di padre, un documentario che non ho voluto condividere sui social perché credo che meriti attenzione maggiore di quella che in questi giorni si può trovare in rete, troppi input, troppe voci, e anche perché quello è il suo film, il suo corto, non il mio.

Mia figlia Lucia ha un talento, quindi.

Lo vedo nitido, lì.

Non so se lo vedono anche i suoi professori, non importa, è lì, verrà fuori.

Non saprei dire i talenti altrettanto precisi degli altri miei figli, anche se in realtà sì, li vedo, ma li citassi ora farei sì il padre che si pavoneggia, e oggi voglio parlarvi d’altro, non era neanche di Lucia che volevo parlarvi, figuriamoci.

Volevo partire da Lucia, da Lucia sono partito, in effetti, per parlare di come, visto quel video, anche i gemelli, Francesco e Chiara, si siano lasciati andare alla smania di fare a loro volta dei video, in quella strana usanza fratellesca che se uno fa una cosa la devono fare tutti, se uno riceve una cosa la devono ricevere tutti, bello, eh, avere quattro figli, ma è anche una faticaccia boia, provare per credere.

La prima a fare il suo video è stata Chiara, la più piccola di casa, la più piccola relativamente, ovvio, è una gemella, ma essendo nata per seconda in un parto cesareo è lei ufficialmente l’ultima arrivata, mentre fosse nata per seconda in un parto naturale, per motivi che fanno sorridere, sarebbe la più grande dei due, e Francesco sarebbe il secondo, coi parti naturali funziona un po’ come se metti qualcosa dentro una scatola, prima ne metti una, poi ne metti un’altra e nel momento in cui le sfili, ovviamente, quella che è stata messa per prima, la più vecchia, esce per seconda, e viceversa, ma non è un tutorial sui gemelli, questo, come prima non era un tutorial su come costruire i tripli letti a castello che arrivano dalla Svizzera, la prima a fare il video è stata Chiara, la più piccola di casa, lei ha una sua delicata propensione per la pittura, per i lavoretti manuali, come costruire cose di sua invenzione con quel che trova in casa, pezzi di stoffa, tappi, ritagli di giornale, guardando ai gemelli, come se fossero un piccolo mondo a se stante, ci è evidente come lei sia l’animo artistico mentre Francesco sia quello estroverso e comunicatore, il nostro piccolo Fiorello (qui non lo si legga come un pavoneggiarmi, ma come la presa di coscienza di un padre terrorizzato dall’idea che suo figlio possa ambire, da grande, a avere a che fare con quel mondo, quello dello spettacolo, nel quale lavora e che ritiene essere in prevalenza frequentato da persone che, fosse per lui, il padre, cioè per me, che scrivo in terza persona come fossi una Maria Grazia Cucinotta pre-botox, in prevalenza frequentato da persone che, fosse per lui, il padre, cioè per me, ben vedrei a spaccare pietre in Siberia, a fianco delle Pussy Riot di cui parlavo ieri, non tanto perché le ritengo altrettanto eversive e da azzittire, quelle persone, non sono Putin e sono assolutamente contrario a ogni forma di censura, anche nei confronti dei fascisti, per intendersi, che non ritengo vadano censurati, ma direttamente presi a legnate e mazzate, ma perché credo che con certa gente funzioni solo il duro lavoro dello spaccare pietre, altra soluzione non c’è).

Riparto, che mi stavo perdendo, pure parecchio.

La prima a fare il suo video è stata Chiara, la più piccola di casa, la nostra piccola delicata artista, sì, sono il padre di quattro figli e propendo per le femmine, penserà qualcuno, così non è, ma è chiaro che, da uomo di lettere e di parole, io usi un linguaggio diverso per raccontare i figli maschi e le figlie femmine, è parte della mia cifra, e se mi ritenete un padre che fa preferenze o, peggio, padre sessista, sucate, altro non voglio aggiungere.

La prima a fare il suo video è stata Chiara, la più piccola di casa, la nostra piccola delicata artista.

Ha fatto un video con lo smartphone di mia suocera, e uno di questi giorni sarò costretto a parlarvi dello smartphone di mia suocera, nonna dei miei figli, madre di Marina, mia moglie, perché in questi cinquantasette giorni, lei, mia suocera, ha dato vita a una sorta di nuova evoluzione dell’essere umano che è esattamente il punto di congiunzione tra chi è nato nel dopoguerra, lei, quindi prima che in Italia ci fosse la televisione, e uno dei tanti bimbiminkia che passa il tempo a condividere video scemi su whatsapp, intontito da quel che succede dentro il suo smartphone, dal quale alza lo sguardo ogni tanto, salvo poi rituffarcisi, immaginatevela come uno dei The Residents, un gigantesco occhio al posto della testa, volendo anche con tuba in testa, ma questo è un dettaglio di colore, evoluzione, questa, interrotta violentemente solo dai gemelli, che con quello smartphone giocano, privando lei, mia suocera, di questa finestra su un mondo che evidentemente non è fatto per lei.

Ha fatto un video, Chiara, con lo smartphone di mia suocera, sua nonna, utilizzando tanti suoi pupazzetti come protagonisti, uscendo quindi dal mondo della documentaristica, nel quale si era mossa sua sorella Lucia, e finendo dritta dritta in quello della fiction.

Ora, potrei star qui a parlare per ore su come non esista, in realtà, una netta divisione tra fiction e non fiction, ci ho scritto su per anni, ne ho fatto la mia cifra, lo state constatando anche in questo preciso momento, ma questa è una mia lettura del mondo, e non voglio né posso pensare che mia figlia Chiara, otto anni, abbia percorso questa strada con la stessa consapevolezza con cui provo a percorrerla io, cinquant’anni. Forse, come per le frasi piene di relative e con continue deviazioni sul percorso principale di Lucia, quelle che stando alla sua professoressa delle medie era figlia della genetica, pure Chiara ha trovato lì, nel suo genoma, quello che io ho impiegato centinaia di libri e anni di studio per conoscere, vallo a sapere, nei fatti ha usato dei pupazzetti e una storia inventata per raccontare questo tempo anomalo, mettendolo con le scarpe e tutto dentro il suo video fatto con lo smartphohe di mia suocera.

La storia che ha raccontato, questa sì frutto del suo avere otto anni, con invenzioni narrative strampalate tipiche dei più piccoli, vero motivo per cui io, padre di quattro figli, non ho mai scritto niente rivolto a loro, almeno a loro adesso, perché fatico a pensare con quella testa lì, in barba al “se non ritornerete come bambini, non entrerete mai” della nota canzone di chiesa, dove con quell’entrerete si intende entrerete in Paradiso, scrivo cose da adulti nella speranza che, magari, da adulti i miei figli le leggeranno, se avranno superato, le mie cose, l’incedere del tempo, o al limite le leggeranno con lo sguardo malinconico di chi trova qualcosa invecchiato male, la benevolenza, spero, che tributeranno al loro logorroico e massimalista padre.

Nel suo costruire la storia con quella trama lì, un po’ lisergica, è noto che è Barbapapà avessero per dire dietro qualcosa di realmente lisergico, come è ovvio che anche i Teletubbies ci nascondano qualcosa, e nel citarli so che mia figlia è più grande di chi guarda Barbapapà e Teletubbies, i Teletubbies non li ha proprio mai guardati, superati dal tempo, ma era per trovare due realtà note anche a chi non ha figli, nel suo costruire quella trama lì, un po’ lisergica, con continui sbalzi temporali, vagamente alla Doctor Who, serie che mi trovo a citare spesso anche perché, Chiara e Francesco, i gemelli, la adorano e spesso mi hanno costretto a vederla, a inizio quarantena, prima che riuscissi nell’impresa di fargliela dimenticare, perché Doctor Who è bello e tutto, ma dopo un po’ che due coglioni, piuttosto mi sto rivedendo le prime quattro serie di Black Mirror, la quinta no che fa cagare, nel suo costruire quella trama lì, un po’ lisergica, con continui sbalzi temporali, e spero stiate apprezzando ancora una volta il mio costruire uno storytelling fatto di  affastellamenti, ogni volta riparto da un punto aggiungendo una frase, devio, poi ritorno alla frase iniziale, aggiungendone un’altra, come in una sorta di Alla fiera dell’est narrativa, senza però la rottura di cazzo della filastrocca e della musica medievale, nel suo costruire quella trama lì, un po’ lisergica, con continui sbalzi temporali, a un certo punto Chiara ha detto una frase che, anche lei ce l’ha mostrato mentre eravamo tutti a tavola, esattamente come era successo col video di sua sorella Lucia, con la piccola differenza che il corto di Lucia durava tre minuti e mezzo, il suo quindici, e che il video di Lucia aveva una sua tenuta narrativa perfetta, ripeto, è il suo talento, quello di Chiara era ovviamente una presa diretta, senza montaggio, ha otto anni, e credo anche senza un canovaccio di trama preimpostato, vai di improvvisazione, improvvisazione infantile, seppur dotata di una certa artisticità,  nel suo costruire quella trama lì, un po’ lisergica, con continui sbalzi temporali, a un certo punto Chiara ha detto una frase che ci ha letteralmente fatto saltare sulla sedia, e in questo caso sto utilizzando una usurata figura narrativa, quella del balzare sulla sedia, ovviamente gesto avvenuto metaforicamente, nessuno di noi si è mosso, anzi, nessuno di noi ha fatto nulla, fingendo che andasse tutto bene, come nel noto claim così di moda, tanto di moda da essere diventato titolo di non so quante canzoni, a parte quella già edita anni fa da Nesli, da Jack Savoretti alla coppia Paradiso-Elisa, canzone, quest’ultima, che mi sono guardato bene dall’ascoltare, perché già è pesante stare murati vivi da cinquantasette giorni, mica devo pure infliggermi pene suppletive,  nel suo costruire quella trama lì, un po’ lisergica, con continui sbalzi temporali, a un certo punto Chiara ha detto una frase che ci ha letteralmente fatto saltare sulla sedia, più che una frase uno scambio di battute da due dei suoi personaggi, un piccolo Beagle e un coniglietto di quelli che fanno parte dei Furry Qualcosa, non ricordo il nome preciso, le famiglie di animaletti vestiti come fossimo nell’ottocento che Chiara adora e che a suo tempo adorava anche Lucia, al punto che li chiese come regalo per l’arrivo dei gemelli, ben sapendo che non li avrebbero portati loro, i gemelli, come immagino è capitato anche con Babbo Natale quando ha capito che in realtà eravamo noi, anzi, visto che da noi, lì a casa di mia suocera in Ancona dove abbiamo sempre festeggiato il Natale da che viviamo a Milano, la sera della vigilia abbiamo preso questa bella usanza di aspettare che arrivi davvero Babbo Natale, lì a suonare verso ora di cena, lasciando i regali davanti alla porta, sullo zerbino, giusto il tempo di salutare mentre corre giù per le scale, ben sapendo quindi che era mio padre, colui da anni destinato a vestirsi da Babbo Natale, salvo un anno in cui, non potendo perché doveva come diacono andare alla celebrazione in parrocchia, mia suocera ha deciso di coinvolgere un suo vicino, peccato che il vicino fosse un cingalese, quindi abbiamo avuto un Babbo Natale di colore, fatto che i bambini hanno notato, ovviamente, anche perché indossava la barba bianca del costume esattamente alla stessa maniera con cui il governatore Fontana ha indossato la mascherina nel noto video durante il quale ha annunciato la sua messa in quarantena a causa di una sua collaboratrice risultata positiva, e hai voglia poi noi, io e Marina, a spiegare ai gemelli che il Babbo Natale era di colore e con la barba finta perché in realtà era un elfo, visto che Babbo Natale era rimasto bloccato in Lapponia per non so quali faccende personali, e ora che ci penso, prima di mio padre e del vicino cingalese, coinvolto one shot e poi basta, a fare Babbo Natale c’era stato il mio amico fraterno Massi Di Prenda, batterista mio, in epoca passata e di tante band anconetane, tipo ora i Kurnaalcol, ma prima ancora Marina aveva pensato di chiederlo a un nostro amico, Massimo, che noi abbiamo erroneamente sempre chiamato Giorgio, perché più che un amico è un conoscente, e Marina lo aveva coinvolto, Massimo detto Giorgio, o ci aveva provato, perché aveva letto da qualche parte che da qualche parte la Croce Rossa faceva questo servizio, mandava qualcuno vestito da Babbo Natale a portare i regali, fatto probabilmente destinato a chi non aveva i genitori, e lei Marina, un po’ come la protagonista di Amelie, quella del Meraviglioso Mondo di Amelie, film che a me e Marina ha sempre fatto cagare, lo aveva contattato sui social, lì chiamandolo ovviamente Massimo, perché Massimo c’era scritto, chiedendogli se gli andava di venire vestito da Babbo Natale a casa nostra per portare i regali ai nostri figli, solo perché sapeva che lui faceva il volontario alla Croce Gialla, e lui, Massimo detto Giorgio, gli aveva risposto imbarazzato che lui non faceva queste cose, questo, Marina che sotto Natale gli scriveva per chiedergli questa cosa, per ben tre anni di fila, finché alla fine anche Marina/Amelie ha desistito, e chissà cosa ora Massimo detto Giorgio pensa di noi, sicuramente nulla di buono, comunque lei, Lucia, sapeva quindi che a portare i regalini  che avrebbe trovato sotto la culla dei gemelli saremmo stati noi, ma non ha fatto una piega, ha chiesto i Furry Qualcosa, regali che ovviamente ho faticato a trovare, perché Lucia è estrosa e cerca sempre cose sofisticate, e ai tempi, otto anni fa, i Furry Qualcosa non si trovavano tanto facilmente, e più genericamente i miei figli hanno sempre scelto regali, quelli che finivano nelle letterine a Babbo Natale, fuori commercio, introvabili, in alcuni casi anche inventati di sana pianta, tanto per complicare la vita a me, che in genere sono quello che li va a comprare, facendo un cazzo di lavoro che non ha orari di ufficio, e che quindi è gestibile, e con la scusa di non avere orari di lavoro e di essere gestibile passo parte della giornata a fare cose che eviterei con piacere di fare, ma se poi la sera mi metto sul divano vengono accusato di essere un sessista che non fa un cazzo a casa, andate a cagare, dai, e a un certo punto Chiara ha detto una frase che ci ha letteralmente fatto saltare sulla sedia, più che una frase uno scambio di battute da due dei suoi personaggi, un piccolo Beagle e un coniglietto di quelli che fanno parte dei Furry Qualcosa e in quello scambio di battute Chiara ha detto “Ma quando finirà il Coronavirus?”, muovendo il Beagle e facendo la vocina da Beagle, vado a memoria, lasciando poi qualche secondo di pausa, manco avesse studiato scuola di regia da Martin Scorsese, per poi far rispondere al coniglietto, la vocina da bambina piccola, ancora più acuta, visto che doveva essere la voce di un coniglietto e non di un Beagle, “Il Coronavirus non finirà mai più, resteremo per sempre a casa”, fatto che, confesso, ha impietrito tutti, lì a far finta di niente, il sudore freddo a scorrere lungo la schiena, il buco del culo scomparso tra le chiappe, il cuore a battere a mille.

Ora, mentre il video di Lucia, ovviamente, ha una colonna sonora, uno di quei brani fuori diritto che chi si muove nel mondo dei video sa di poter utilizzare senza correre rischi di incappare nel blocco da parte dei social e di Youtube, questo nonostante il video in questione non sia stato pubblicato da nessuna parte, il video di Chiara non ha una colonna sonora, un po’ come capita adesso a chiunque capiti in coda nei supermercato, un silenzio agghiacciante, dal momento che ormai siamo abituati a avere sempre musica di sottofondo. Se però dovessi pensare a una colonna sonora idonea, in fondo sono e resto un critico musicale, no?, mi verrebbe da pensare agli Eels degli esordi, con quel capolavoro assoluto di Beautiful Freak, non a caso con in copertina una bella bambina dagli occhi giganteschi, un po’ come quelli dipinti da Margaret Keane, poi divenuta protagonista del film di Tim Burton Big Eyes, ecco, dovessi pensare a una perfetta colonna sonora per il video di Chiara, grandi occhi verdi sparati sul mondo, un quarto d’ora lisergico con queste perle di terrore puro, innocente, non posso che pensare a Mr E che intona Novocaine for the Soul o Spunky, andateveli a ripescare, quello rimane uno dei dischi più belli di quella magica metà degli anni Novanta, al pari di Fuzzy e Might Joe Moon dei Grant Lee Buffalo, band che ruotava intorno a quel gigante di Grant Lee Philips, artista immenso mai abbastanza celebrato, artista fuori proprio in questi anomali giorni col singolo Lowest Low, capace di sciogliere anche i cuori più aridi, tanto per citare altra bella musica, tentativo fallimentare per rimuovere quella innocente premonizione.

Del resto, a dirla tutta, mi sento proprio come il protagonista della canzone che dà il titolo all’album Fuzzy, oggi, “mi hanno mentito/ ora mi sento confuso”, la musica è sempre capace di praticare quella sintesi che noi massimalismi non ci sappiamo neanche immaginare.

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