La recensione di The New Abnormal dei The Strokes, tutt’altro che un capolinea

Chi li dava per spacciati si sbagliava: Julian Casablancas e soci esplorano i '70 e gli '80 senza banalità, e la loro passione si fa sentire

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Quella di The New Abnormal dei The Strokes è la storia di una gufata non pervenuta. 9 tracce, un numero dispari ma perfetto. 3 volte 3 ma nemmeno 10, e di sicuro il connubio tra la band di Julian Casablancas e Rick Rubin ha forgiato questo lavoro, frutto di un labor limae con la risultante di 9 brani anziché 10. Ciò che percepiamo dall’ascolto, infatti, è un disco equilibrato che non eccede, che non si diluisce in inutili tracce-cuscinetto e soprattutto che funziona in ogni episodio.

“Gufata non pervenuta”, dicevamo, perché lo stesso Casablancas durante uno show di inizio anno a Barclays aveva detto: “Gli anni 2010 ce li siamo tolti di mezzo”, un virile dito medio contro chi diceva che i The Strokes fossero spacciati per dissidi interni. Invece no: “Ci siamo scongelati”, aveva concluso Julian. Una quiete ritrovata e che noi stessi ritroviamo 7 anni dopo Comedown Machine (2013).

The New Abnormal dei The Strokes ci fa capire quanto sia importante tutta quella costellazione di band che attingono dal garage, dalla new wave, dal post-punk, che hanno declinato il rock’n’roll al dandismo più riottoso e al decadentismo metropolitano meno banale e meno scontato.

Il 2020 è l’anno dell’alternative?

Se il 2019 è stato l’anno del metal con il ritorno dei Rammstein, degli Slipknot, dei Tool e dei Korn, il 2020 è probabilmente l’anno del grande ritorno dell’alternative: lo abbiamo appreso con Gigaton dei Pearl Jam e oggi tocca a The New Abnormal dei The Strokes. Probabilmente nel Belpaese avremo qualcosa di nuovo anche dai Verdena, ma anche i Tre Allegri Ragazzi Morti stanno preparando qualcosa.

Insomma, menomale che i The Strokes ci sono, che il mondo ha ancora gli Arctic Monkeys, gli Editors, gli Interpol e tutte le band loro affini. The New Abnormal è un cannocchiale su quanto di buono si possa aver imparato dagli anni ’70 e dagli anni ’80, un approccio che la band newyorkese non ha mai nascosto.

Non avremo schianti di potenza come Juicebox (First Impressions Of Earth, 2006) né momenti adrenalici come Reptilia (Room On Fire, 2003), ma ciò non significa che qualcosa da questo nuovo album non sia destinato a riscrivere un po’ la storia della band. Il luogo comune che ci fa scomodare espressioni come “disco della maturazione” qui diventa un dato di fatto: non abbiamo innovazioni, ma più consapevolezza. I The Strokes ci mostrano con The New Abnormal la definizione della loro linea di pensiero.

The New Abnormal dei The Strokes

Il disco abbraccia rock’n’roll, dance, alternative e tanta new wave, anche se in quest’ultimo caso lo fa timidamente. The Adults Are Talking si apre con percussioni elettroniche che ricordano il Lol Tolhurst di A Forest dei Cure, con più BPM e meno imprecisioni. Fabrizio Moretti, del resto, è sempre il motore ritmico dei The Strokes.

The Adults Are Talking ha quella malinconia sottile che è sempre stata il fulcro della band di Casablancas, con la voce che ogni tanto vola basso per poi farsi più frivola con deliziosi falsetti. Le chitarre e i synth si abbracciano in continuazione, e le stesse atmosfere continuano in Selfless, ancora più cupa e onirica dell’opening track, e in certi segmenti ritroviamo la mestizia di You Only Live Once.

Ritmo e salute arrivano con Brooklyn Bridge To Chorus, e gli anni ’80 non sono più così lontani. Se da una parte il synth crea la dinamica perfetta per il groove, dall’altra il basso lancinante di Nikolai Frauture fa da struttura portante, un’endovena di morbosità.

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Bad Decisions è la quintessenza dei The Strokes: i quarti spinti con rigore, chitarre che disegnano i picchi e un basso tiratissimo sulle toniche, e soprattutto la voce di Julian Casablancas sempre saturata come se si trattasse di una vecchia registrazione su nastro.

Potremmo dire altrettanto per Why Are Sundays So Depressing, ma al suo interno c’è quell’episodio di psichedelia che raramente abbiamo incontrato nel mondo dei The Strokes. A questo giro i newyorkesi figli legittimi del new garage ci offrono portate unite dalla stessa attitudine beatlsdiana (cogli il gioco di parole, coglilo), veri e propri trip strutturati con riverberi, synth insistenti e pseudo-ballate dal retrogusto aspro, gustose come un agrume di Sorrento.

Stiamo parlando di At The Door, dove la cassa compare solo per defibrillare e tutto il resto è una camera interstellare in cui Julian gioca con i falsetti, come un uomo Atari che s’è perso per strada ma che ritrova la luce sul finale, riprendendo gravità dopo il suo viaggio messianico tra le volte celesti.

Tutto ciò accade anche in Ode To The Mets, che parte come una jam session con il synth pulsante che poi cede il posto ad arpeggi onirici completamente fuori scala rispetto alle premesse. Poi tutto prende forma, è qualcosa in cui la band riflette prima di chiudere il disco. Ode To The Mets è il finale dignitoso, una realtà mai scontata quando si tratta della selezione dell’ordine delle tracce. Sarà un caso se la melodia fa il verso a Left Outside Alone di Anastacia? Probabilmente non lo sapremo.

Ode To The Mets, anch’essa, è psichedelia, ma che si veste di sentimentalismo urbano quanto basta per farci credere che i The Strokes siano dispiaciuti di dover salutare l’ascoltatore alla nona traccia. Il pezzo arriva subito dopo Not The Same Anymore, che ci illude di aprirsi con un cromatismo in 4 tempi ma che sul finire del giro ci regala una quarta minore.

Not The Same Anymore è l’unica ballata – nel vero senso del termine – di The New Abnormal dei The Strokes ed è un brano di buona fattura, anche se probabilmente è la canzone che funziona meno rispetto alle compagne di tracklist.

Abbiamo temporeggiato prima di parlare di Eternal Summer, più anni ’80 di Brooklyn Bridge To Chorus e probabilmente il miglior pezzo del disco. Julian ci dà dentro con i falsetti, i pad e le chitarre dialogano col basso ritmato e la batteria del rullante è lo schiaffo che tutti ci aspettiamo.

Sì, The New Abnormal dei The Strokes è un bel disco: sincero, giusto, corretto e bilanciato, un’attesa premiata con un’opera interessante.

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