Luis Sepulveda, il grande scrittore cileno, da anni di stanza nel mondo, è morto per Coronavirus

La terra ti sia lieve, si dice in questi casi, ma Sepulveda non era e non è tipo da finire sottoterra, piuttosto da volare via

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Photo by Elena Torre

Lo scopo di questo diario non era quello di incupire voi che leggete. Non lo è tuttora.

E non è certamente quello di incupire me che scrivo, mi voglio abbastanza bene per evitare di farlo.

Un diario è un diario, racconta quel che succede, diventa in qualche modo il ricettacolo di suggestioni, pensieri a voce più o meno alta, amplifica i sentimenti, nello specifico le incertezze, la rabbia, lo sconforto, la paura, la malinconia, la speranza, tutto quel che succede, e nello specifico tutto quel che succede a me, è il mio diario, e alla mia famiglia, le persone che con me stanno vivendo questa anomala e lunghissima reclusione, come quello che vedo dalla finestra, dai balconi, quello che vedo le rare volte che esco, una volta ogni otto giorni, ormai, per fare la spesa, un diario, appunto. E in un diario del contagio, così ho cominciato a chiamarlo, dopo averlo chiamato diario della quarantena, ma i quaranta giorni sono stati superati da un pezzo, che col tempo non ha più avuto l’ambizione boccaccesca di scrivere qualche novella, i miei in fondo sono sempre stati racconti, anche prima della pandemia, cioè racconti atti a far passare il tempo, ma qualcosa di più storicizzabile, fotografia giornaliera di quel che passa il convento, nello specifico il convento ha i colori e il frastagliamento tondeggiante del Coronavirus, il governo, il governo regionale, gli scienziati, tutti coloro grazie ai quali o per colpa dei quali, vai a sapere come andrà a finire, sicuramente non bene come ci eravamo detti, questo lo possiamo già ammettere senza reticenze, ci stanno tenendo qui dentro, nella speranza, l’ultima a morire, è noto, di uscirne, prima o poi, prima di morire, magari, in un diario del contagio, quindi, non può che finirci quel che succede davvero, non solo, cioè, quello che il mio stare qui filtra per voi che leggete, ma la cronaca, la mera cronaca.

Oggi quindi non posso che dirvi di Luis Sepulveda, il grande scrittore cileno, da anni di stanza nel mondo e nello specifico in Spagna, nelle Asturie, morto per Coronavirus a settant’anni.

Ora, ieri piangevo un volto amico, oggi piango un esempio, e so che se proseguissi su questa china, a piangere i morti, diventerei non cupo, ma funereo, e lungi da me l’essere o il voler essere funereo, ma Sepulveda, Cristo santo, è Sepulveda, non si può non piangerlo tutti insieme, come si deve fare quando muore qualcuno che ha lottato tutta la vita, anche per noi che eravamo seduti sul divano.

La notizia che si fosse ammalato, a Lisbona, lui che era sempre in giro per il mondo, città all’epoca apparentemente non toccata dal virus, tre soli casi confermati al suo ritorno in Spagna, malato lui e sua moglie, era subito trapelata, già a fine febbraio, quando tutto questo era ancora inimmaginabile, erano i giorni dell’hashtag #MilanoNonSiFerma, Cristo santo, e aveva sconcertato tutti.

Certo, Lucho, così lo chiamavano gli amici, e io non rientro certo tra questi, sempre che chi ti ha letto e amato non ti sia in qualche modo amico o non possa considerarti tale, era uno con la scorza dura, un lottatore nato, per inclinazione o per destino, questo ci siamo detti tutti, tutti quelli che lo conoscevano, ho molti amici comuni con lui, specie sui social, ma più in generale chi ha letto e divorato i suoi libri, una vita avventurosa, la sua, come quella dei personaggi dei suoi libri, certo, una vita difficile, amara, durissima, di lotta, non solo sociale, ma fisica, era uno con la scorza dura, Lucho, come tutta quella generazione di scrittori lì, centro e sudamericani, gente come Paco Ignacio Taibo II, da pronunciare Dos, non Segundo come molti facevano, o come Leonardo Padura Fuentes, o Rolo Diez, gente che era stata in prima linea a lottare contro le dittature, mettendoci non solo la faccia e la firma, questo fanno in genere gli scrittori, ma mettendoci la vita, di mezzo, perché contro le dittature non si rischia, e per dirla con Dalla chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche, se c’è da ammazzare ammazza, e non a caso lui, Lucho, era venuto a vivere in Europa, come altri suoi colleghi, una scorza dura che, però, di fronte al virus, il nemico invisibile della vostra maledetta narrazione, quella sì poetica e faziosa, di regime, ha attraversato quella scorza, l’ha superata e lo ha ucciso, laddove non era riuscito il potere armato.

Lo avevo conosciuto, da lettore, grazie a un abbonamento che avevo erroneamente fatto con quelle cazzo di aziende che ti mandano i libri a casa, Mondolibri, forse, si chiamava, dietro una specie di abbonamento, ogni mese me ne mandavano qualcuno, potendo scegliere tra un catalogo che mi faceva ovviamente cagare, io snob e altezzoso quando si parlava di libri, onnivoro, certo, ma molto selettivo, come del resto sono anche ora, parliamo dei primi anni novanta, ma che ero incuriosito da quel suo nome da narcotrafficante o avventuriero, Luis Sepulveda.

Così mi ero letto Il Vecchio che Leggeva Romanzi d’Amore, e me ne ero follemente innamorato. Lui così distante dalla mia idea di letteratura, postmoderna e massimalista, già sapete, lui così romantico nell’idea di scrittura e di scrittura applicata alla narrativa, qualcosa che mi ricordava l’Osvaldo Soriano di Triste Solitario Y Final, qualcosa dello stesso Paco Taibo II, che avevo conosciuto rubando i libri dalla libreria di mio fratello Marco, uno stile, però, più asciutto, ironia decisamente più trattenuta, da uomo costantemente in fuga, che deve pesare le parole perché sa che anche quelle prendono spazio dentro le valige, sempre lì sul punto di essere chiuse prima di una nuova fuga.

Come tutti, ma un po’ meno di tutti, avevo poi amato la svolta favolistica e naif della Gabbianella e del Gatto che le Insegnò a Volare, i figli ancora lontani da venire, perché tutti a volte vogliamo sentirci rassicurare anche da chi sicurezze non intende regalarcene, pur continuando a preferire testi quali Un Nome da Torero, che titolo, caspita, o Il Mondo alla Fine delMondo.

Una grande firma, tra i pochi sudamericani che ammirassi, non ho mai particolarmente apprezzato né Amado Garcia Marquez, per dire, a parte per la sua amicizia con Shakira, artista, Shakira, lasciate che la mia mente evada per qualche riga da questo bagno di dolore che ormai quotidianamente ci ritroviamo a vivere, che ho conosciuto quando scrivevo per Tutto Musica, era il 2001, nel momento cioè della sua blondization, il passaggio da mora a bionda che per lei significava affacciarsi fuori dal sud America, nello specifico in Europa e USA, per altro passando anche all’inglese, era l’anno di Laundry Service e del singolone Whatever Whenever, megahit che ce l’ha fatta conoscere urbi et orbi, e la allora direttrice di Tutto Musica, per ragioni che all’epoca non avevo capito, non avevo ancora avuto la mia svolta pop, mi aveva mandata a intervistarla, in uno di quei grandi hotel di Milano vicino alla stazione, credo fosse il Principe di Savoia, hotel che immagino ora saranno tristemente vuoti ma nei quali in genere risiedono le popstar quando passano da Milano e io mi ero presentato a quell’intervista, era una round table senza table, tavola rotonda senza tavola, traduco per gli analfabeti funzionali all’ascolto, perché l’intervista avvenne in una stanza nella quale c’erano cinque o sei sedie messe in circolo, come in quelle riunioni degli Alcolisti Anonimi che vediamo in certi film americani, o quella dei malati di cancro cui partecipa Tyler Durden in Fight Club, tutti in circolo, senza qualcuno a capotavola o dall’altra parte della scrivania, scelta questa evidentemente di marketing, uno vale uno in epoca pre-grillina, che Dio ce ne scampi, cinque o sei sedie messe in circolo in una delle quali, quella esattamente di fronte a me, c’era proprio lei, Shakira, bellissima e affascinantissima nei modi, parlava sempre guardandoti fisso negli occhi, la voce calda che ora conosciamo molto bene, all’epoca ancora no, occhi sudamericani, fondi come vulcani, colombiani, di quelli che hanno fatto perdere la testa a Garcia Marquez, appunto, in uno dei passaggi dell’intervista, paracula come solo certe popostar sudamericane sanno essere, di lì a poco avrei avuto un’esperienza identica anche con Paulina Rubio, lei messicana, se non sbaglio, meno affascinante e baciata sicuramente da un minor successo, almeno da noi, in uno di quei passaggi dell’intervista, paracula come solo certe popstar sudamericane sanno essere, Shakira mi aveva detto che le piaceva molto la mia voce, e del resto non stento a crederle, ho proprio una bella voce, e mi aveva chiesto se fossi interessato a darle ripetizioni di italiano, perché le piaceva l’italiano, simulando senza farsi troppo capire la Jamie Lee Curtis de Il Pesce di Nome Wanda, proprio così, una popstar internazionale, una da Grammy, da stadi pieni, amica di Gabriel Garcia Marquez, un Nobel per la letteratura, uno che non mi ha mai colpito ma che ha vinto il Nobel, ripeto, mica pizza e fichi, che mi chiede se posso darle ripetizioni di italiano, io che mi ero presentato a quell’intervista con fare sprezzante, avantpop fino al midollo, indossando i miei pantaloni di pelle neri, quelli comprati in un negozio dell’usato dalle parti di via Torino, vicino a Piazza Duomo, ve ne ho parlato giorni fa, Napoleon il nome del negozio, indossando i pantaloni di pelle e in total black e, tocco da narratore ancora non del tutto sbocciato, temo, con una valigia, in realtà una valigia vuota, come a volermi presentare come un ipotetico narcotrafficante, un mitra l’ipotetico contenuto della valigia, ma se avessi già visto Desperado, il remake fatto dallo stesso Robert Rodriguez del suo El Mariachi, con Bandera protagonista, avrei pure potuto presentarmi con una custodia rigida di chitarra, vallo a sapere, pensa che coglione che ero a fingermi un narcotrafficante con una popstar colombiana, e comunque poi lezioni di italiano a Shakira non ne ho mai date, non ci siamo più incontrati, destino baro, ma l’ho vista dal vivo di lì a poco al Forum di Assago, con Marina, credo fosse il tempo della hit La Tortura, dall’album Oral Fixation Vol 1, Madonna mia che video che era quello di La Tortura, o di Hips Don’t Lie, contenuto in Oral Fixation Vol 2, singoli usciti a distanza di un anno nonostante i due album fossero usciti a distanza di pochi mesi, entrambi nel 2005, e anche lì, Madonna mia che video che era quello di Hips Don’t Lie, che movimenti di fianchi, che danza del ventre applicata al pop, roba da rimetterti in pace col mondo, anche in giorni come questi, e confesso che aver parlato di Shakira, con la scusa dell’averla citata per Gabriel Garcia Marquez, suo amico, mi ha almeno per qualche minuto distratto, riportato a un momento della mia vita sicuramente più sereno, parlo di più sereno di oggi, in piena pandemia, qualsiasi momento della mia vita, credo, è stato più sereno di adesso, torno quindi a parlare di scrittori, scrittori centro e sud americani che ho amato, a differenza di Amado e Gabriel Garcia Marquez, penso a Eduardo Galeano, grande scrittore che ho avuto il piacere di incontrare, negli anni in cui facevo a pieno titolo il narratore e come narratore venivo percepito dal sistema editoriale, che mi metteva quindi in condizione di incontrare scrittori ben più importanti e fondanti di me, o Bolaño, certo un po’ meno amato di Galeano. Conoscere gli scrittori.

Io Sepulveda poi l’ho conosciuto davvero, sono stato addirittura a casa sua, nella sua villa asturiana.

Fermi tutti, non sto per partire, non l’ho fatto ieri con Zagor, non lo farò oggi come Lucho Sepulveda, in un momento in cui pongo me al centro della scena fingendo di raccontare quanto grande fosse Sepulveda.

Che Sepulveda fosse grande è sotto gli occhi di tutti, e se non è sotto gli occhi di qualcuno e questo qualcuno sta leggendo, beh, ci metta una qualche pezza, di tempo in questi giorni ce n’è, vada a leggersi i suoi romanzi, tutti, come casca casca bene.

Siccome però questo è un diario, il mio diario, e questo non è un articolo, ma un capitolo di quel diario, voglio provare a fermare un ricordo che ho con Sepulveda perché credo che questo ricordo, oggi che Sepulveda non c’è più, e che non c’è più per questioni riconducibili al Coronavirus, sia per me importante, possa, cioè, provare a dare un senso a tutto questo, e comunque è un bel ricordo da condividere, che ci spiega alcune cose che già le sue pagine spiegavano di loro, certo, ma che sottolineare male non fa.

Perché quando ho conosciuto Sepulveda, sarà stato circa una quindicina di anni fa, dalle parti di Gijion e Oviedo, appunto, nella Asturie, ho vissuto una delle esperienze letterarie più folli al mondo e direi che ricordare Sepulveda per una situazione folle, rocambolesca, circense, per certi versi, ci stia perfettamente.

E se non la pensate così, fottetevi, non ho mai avuto un’idea democratica del rapporto tra scrittore e lettore, non intendo certo cambiare cifra adesso.

All’epoca pubblicavo per Marco Tropea Editore, del gruppo Saggiatore di Luca e Mattia Formenton, i veri eredi della famiglia Mondadori, coloro, cioè, che avevano venduto il noto marchio a Berlusconi, giusto il tempo di dare vita a una casa editrice, a un gruppo editoriale a dirla tutta, visto che Marco Tropea Editore e Il Saggiatore erano due case editrici distinte, decisamente antagonista al berlusconismo, di sinistra, potrei affermare.

Ci ero finito non ricordo bene come, succede se lavori in editoria, e c’ero finito perché stavo cercando un editore per il mio nuovo romanzo, romanzo che, lo dico subito, non sarebbe mai uscito (neanche l’ho mai scritto, a dirla tutta).

Da quell’esperienza avrei tirato fuori infatti tre libri, Vasco chi?, mia prima biografia firmata a mio nome, io che venivo da anni di ghost wrtiting proprio per la Mondadori, libro di grandissimo successo grazie al quale, anche grazie al quale, ovviamente Marina ha avuto lo stesso identico peso, io e Marina ci siamo comprati la nostra prima casa, poi Vale Va Veloce, biografia di Valentino Rossi, anche quella baciata da un buon successo, e il qui già citato Costantino e l’Impero, libro scritto a quattro mani con Giuseppe Genna su Costantino Vitagliano e il mondo che ruotava intorno a Lele Mora.

Il romanzo, quello per pubblicare il quale ero arrivato da Marco Tropea, che oltre che un marchio editoriale era in effetti una persona, lo è ancora, Marco Tropea appunto, non è mai uscito, anche se, così funzionava il mondo dell’editoria, mi è stato lautamente pagato come anticipo, qualcosa di oggi assolutamente impensabile.

Marco Tropea, l’editore di Marco Tropea Editore, aveva fondato la sua casa editrice dopo aver lavorato a lungo in Mondadori e per Leonardo Mondadori, editor per la Leonardo, il giochino editoriale di Leonardo Mondadori in seno al colosso di Segrate. Lo conoscevo, di nome, perché aveva pubblicato un sacco di libri che amavo, da Mao II di Don De Lillo ai libri di Paco Ignacio Taibo II, passando per Paul Auster e tanti altri, e anche col marchio Tropea stava continuando, da Jonathan Lethem a David Peace, ne cito due su tanti, per cui quando lo avevo conosciuto era stato per me come affacciarsi a una parte di mondo che avevo sempre immaginato con curiosità e brama.

Marco, voce roca di catrame e enorme pancia da bevitore, era un editore alla vecchia, di quelli che ti invitavano a parlare a pranzo, pagandoti il pranzo, appunto, e che se c’era un suo autore in città ti invitavano a conoscerlo, per creare una connessione, farti entrare in una cerchia di autori di cui lui si sentiva in qualche modo artefice. Così avevo conosciuto Paco Ignacio Taibo II, quello del detective Belascoaran ma soprattutto della biografia di Ernesto Che Guevara, Senza perdere la tenerezza, uno dei miei miti da che avevo conosciuto, letterariamente, attraverso i suoi libri presi dalla libreria di mio fratello Marco. Paco si era subito dimostrato, al pari di Marco, brusco ma assai simpatico, al punto che mi aveva involontariamente regalato proprio il titolo del libro Vasco chi?, quando a tavola, dalle parti della stazione, in un improbabile ristorante cinese, mi aveva chiesto, a proposito della biografia che stavo appunto scrivendo per Marco, “Io so chi è Michele Monina, tu, ma chi diavolo è questo Vasco?”, regalo che avevo contraccambiato quando, di ritorno dal mio viaggio in Malesia che vi ho raccontato qualche capitolo fa, gli ho portato, come anche al mio altro amico e mito Ferruccio Parazzoli, una boccetta con dentro la sabbia di Mompracem, fatto poi finito dentro il suo libro Ritornano le Tigri della Malesia, entrambi impenitenti salgariani, io e Paco, la mia boccetta con la sabbia di Mompracem lì, su una mensola del mio studio.

Brusco ma amichevole, Paco, al punto da invitarmi a partecipare alla Semana Negra che di lì a poco sarebbe andata in scena, è il caso di usare questa espressione a Gijon, città delle Asturie da cui era a suo tempo partito suo padre, a sua volta scrittore, Paco Ignagio Taibo I.

Ora, dovete sapere che la Semana Negra era per me una sorta di Lollapalooza letteraria, qualcosa di cui avevo sentito parlare da anni e che mai avevo pensato di poter vivere in prima persona, almeno una volta nella mia vita, una intera settimana di festival popolare, perché quello era, un festival a cui prendeva parte tutta la popolazione di Gijon e delle città e paesi circostanti, durante la quale si alternavano presentazioni di libri, reading, spettacoli circensi, concerti, giostre, bancarelle come alle nostre feste patronali. Un grande festival letterario che era però la festa del patrono di una città che per una settimana, magicamente, ruotava tutta intorno ai libri. E gli autori che ci partecipavano, ovviamente, erano figli di quello spirito, per cui poteva tranquillamente capitare che nello stesso giorno ci fossi io, sconosciuto in Spagna, marginale in Italia, e James Grady, quello del best seller I sei giorni del Condor, poi divenuti misteriosamente tre al cinema.

Esperienza, quella della Semana Negra, che ho già raccontato in uno dei miei reportage usciti all’epoca per GenteViaggi, qualcosa di molto simile a quei viaggi sciamanici che si trovano in tutt’altro tipo di scrittori da Sepulveda e Paco Ignacio Taibo II.

Proprio durante quella settimana mi aspettavo di incontrare Sepulveda, perché sapevo che abitasse in zona, e perché immaginavo che lui e Paco, esperienze comuni, politiche e di vita, letteratura anche abbastanza affine, fossero amici. Lo erano stati, in realtà, ma proprio a quei tempi avevano avuto una lite anche piuttosto dura, sudamericana nei modi, aggiungerei, per motivi che con tempo ho dimenticato. Per questo, scoprii appena arrivato, Luis Sepulveda, Lucho come lì lo chiamavano tutti, da Marco Tropea a Bruno Arpaia agli altri scrittori e amici comuni che erano parte di quel circo letterario, non avrebbe preso parte alla Semana Negra. Non era in cartellone, certo, questo già lo sapevo, ma non sarebbe venuto neanche ai vari momenti conviviali, alle tante cene e pranzi che erano in realtà parte integrante del cartellone stesso, solo che non erano aperti al pubblico.

Per lo stesso motivo, ma questo lo avrei scoperto solo dopo, saremmo poi andati a trovare Lucho in gran privato, nella sua villa, come se si trattasse di qualcosa di clandestino, vita che Lucho aveva conosciuto bene, lui nemico pubblico di Pinochet costretto a diventare apolide finché le Asturie non lo avrebbero accolto, Asturie prima diventata la sua nuova patria e quindi il luogo in cui proprio ieri ha trovato la morte per Coronavirus.

Una gita fuoriporta, quella fatta per andarlo a trovare, nata come segreta, seppur segreto di Pulcinella, e poi divenuta oggetto di racconti neanche troppo segreti, con Paco che, prima di salutarmi, finita la kermesse, sempre brusco e amichevole come sapeva e immagino sa essere, ci siamo persi di vista una vita fa, mi ha chiesto se avevo avuto modo di conoscerlo, premurandosi anche di sapere come lo avevo trovato, stessa domanda che Lucho aveva fatto alla comitiva che lo era andato a trovare in gran segreto.

Una serata che però non deve entrare in questo racconto, non nei dettagli, perché non è di me che l’ho conosciuto che voglio dirvi, ma di come la sua scrittura, così intrinsecamente infarcita di ideologica lotta al potere, seppur lontanissima dalla mia idea di narrativa e di cifra stilistica, sono tutto fuorché sudamericano, io, non ho mai maneggiato il genere noir, nel quale lui, Sepulveda, si muoveva con perizia mista a incredibile talento, non ho neanche mai saputo raccontare il mondo degli ultimi, seppur quel mondo io abbia a lungo frequentato, la lotta, nei miei scritti, è palesemente diretta al sistema, ma filtrata dalle giravolte che il massimalismo del quale continuo a nutrirmi mi impone, ben felice di farmelo imporre, consapevole di non poter essere più di tanto mainstream, figuriamoci se posso ambire a diventare una voce unica e autorevole come la sua, voglio dirvi di come la sua scrittura mi abbia in qualche modo indotto, parlo di quei tempi lì, dei libri che arrivavano per posta, della politica che passava dal proclama al racconto, del Sud America che abbandonava per sempre i colori e i suoni del divertimento e del folkolore per assumere quelli feroci della lotta al potere militare, dei calciatori come Mario Kempes che non danno la mano a Videla, degli stadi che accolgono condannati a morte invece che calciatori e tifosi, di come la scrittura mi abbia in qualche modo indotto a non voler mai inseguire il compiacimento da parte di chi il sistema lo guida e lo muove, perché si può essere snob come essere bruschi, si può essere mentali come pragmatici, ma la scrittura è e rimane la più potente arma che abbiamo in mano per mantenere accesa la fiammella della libertà, anche in questi giorni nei quali ci stiamo tutti trovando reclusi senza la possibilità di sapere esattamente perché. La terra ti sia lieve, si dice in questi casi, ma Sepulveda, immagino, non era e non è tipo da finire sottoterra, piuttosto da volare via, libero nel vento, la valigia sempre pronta sotto il letto, le sbarre segate al balcone, come i partigiani, che il nemico non ci colga impreparati, neanche quando poi arriva il momento di morire.

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