Bombshell, il film con Theron e Kidman racconta l’America prima del Me Too

Arriva direttamente in streaming il film sullo scandalo per molestie che portò nel 2016 alle dimissioni del Ceo di Fox News. Il racconto di un sistema discriminatorio fondato sull’intreccio tra informazione, politica e potere economico

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Arriva con diversi mesi di ritardo Bombshell – La Voce Dello Scandalo, rispetto agli Stati Initi, in cui era uscito in sala a fine dicembre, agguantando anche due nomination all’Oscar, a Charlize Theron e Margot Robbie, e una statuetta per il miglior trucco. Vista l’emergenza Coronavirus sbarca direttamente in streaming, su Amazon Prime Video, da oggi, all’interno di una strategia della piattaforma che prevede in questo mese anche il lancio di altri film, Cosa Mi Lasci Di Te dal 17 e Il Principe Dimenticato e Qua La Zampa 2 – Un Amico È Per Sempre dal 24 aprile.

Bombshell è il primo prodotto dall’interno di Hollywood e con interpreti di primo piano – Theron, Robbie e Nicole Kidman – sulle molestie sessuali e il Me Too. Non ricostruisce la madre di tutti gli scandali, il caso Weinstein, che nel frattempo, dopo l’uscita del film, si è risolto con la condanna dell’ex mogul. Ripercorre invece una storia che l’ha preceduta, la fine del regno di Roger Ailes, magnate di Fox News costretto a dimettersi nel 2016 perché accusato di molestie su 23 donne sue dipendenti. Una vicenda scioccante, che pure nell’immediato non sortì un effetto deflagrante sull’opinione pubblica americana, che dovette attendere le accuse a Weinstein per comprendere gravità e vastità del fenomeno.

Ailes, scomparso subito dopo nel 2017, è stato una figura centrale del mondo dell’informazione a stelle e strisce – la sua vicenda è stata raccontata pure dalla serie tv Sky The Loudest Voice con Russell Crowe. Un repubblicano convinto, influente consulente per la comunicazione dei presidenti Nixon, Reagan e Bush senior, un professionista capace di rendere Fox News uno dei fiori all’occhiello dell’impero del tycoon Rupert Murdoch (stimato in oltre un miliardo di dollari di profitti annuali).

Bombshell
Charlize Theron nel film e la vera Megyn Kelly

Bombshell ricostruisce la vicenda ribaltando il punto di vista, dando la voce alle donne. Sin dai primi minuti del film è Megyn Kelly (Theron), l’affilata anchorwoman della rete, a guardare dritto negli occhi gli spettatori. Come un maestro di cerimonie di un film di Scorsese o di Adam McKay, ci introduce alla biografia di Ailes (John Lightgow) e alle stanze del potere, sino alla soglia della porta al secondo piano dietro cui si svolgono le dinamiche più oscure del suo modello di gestione. In cui le donne possono ottenere spazio e posizioni di rilievo, previa dimostrazione di quella che lui definisce “fedeltà”.

È un meccanismo umiliante da “sofà del produttore”, come lo si chiamava eufemisticamente ai tempi della vecchia Hollywood. Ed è su un divano, accanto al magnate, che si siede la giovane Kayla (Robbie, diversamente dagli altri è un personaggio di finzione), desiderosa di avere una trasmissione tutta sua. Invece Gretchen Carlson (Kidman), da tempo in rotta col canale e demansionata, decide che è il momento di farla finita, intentando causa ad Ailes per molestie, nella speranza che altre voci si sollevino seguendo il suo esempio. Sullo sfondo, si svolge la campagna per le elezioni presidenziali dell’aggressivo candidato Donald Trump, che in quanto ad allusioni di bassa lega e discriminazioni delle donne non è secondo a nessuno. Cosa che impara immediatamente Megyn, sottoposta ai volgari bombardamenti di tweet sessisti di Trump, che aizzano un’America profonda che la subissa di offese.

Il punto di forza di Bombshell è nel tono del racconto. Il regista Jay Roach, che viene dalla serie demenziale di Austin Powers e dai film satirici di Sasha Baron Cohen, negli ultimi anni ha virato in una direzione più seria, con Dalton Trumbo (2015), sullo sceneggiatore vittima del maccartismo e con due interessanti film televisivi, Game Change, su Sarah Palin e All The Way, sul presidente Lyndon Johnson, nei quali ha cercato di mescolare la narrazione con tracce di sapore documentaristico, incrociando, come anche in Bombshell, la finzione con autentici materiali d’archivio. Per cui può capitare, con un graffiante effetto di corto circuito, di vedere un’immagine del vero Ailes seguita da quella dell’attore che lo impersona, Lightgow.

Il controcanto della campagna elettorale in corso, la presenza di Trump – ogni volta che appare è sempre lui, nessun attore lo interpreta – e gli interessi che lo legano sia a Murdoch (Malcom McDowell) che ad Ailes, aiutano a collocare la vicenda di molestie in un contesto culturale e sociale più ampio, quello dell’America conservatrice statunitense. Non si tratta insomma di una discriminazione ai danni di qualche donna sfortunata in un contesto lavorativo degradato, ma di un modello di vasta diffusione, nel quale informazione, politica e potere economico sono intensamente interconnessi.

Una realtà in cui donne che scalano posizioni vivono il senso di colpa legato all’acquiescenza a un sistema che pretende la loro fedeltà – allo scoppio dello scandalo le giornaliste sono obbligate, pena la perdita del lavoro, a indossare delle grottesche magliette pro-Ailes. È un contesto di grave insicurezza e di minacce alla propria integrità professionale e umana – Ailes che dice a Kayla di essere “riservato ma spietato”. Bombshell lo racconta con uno stile diretto, efficiente e in fondo nemmeno trionfalistico. Perché sa cogliere la demoralizzante ironia del risarcimento danni alle vittime che, per quanto multimilionario, è inferiore alle liquidazioni che Aisles e il suo braccio destro, pur costretti a dimettersi, riescono a portarsi a casa. In un paese nel quale la forza di idee e princìpi è direttamente proporzionale alla quantità di soldi che fanno fruttare, non è un elemento di secondaria importanza.