Helin Bolek se ne è andata il 3 aprile scorso all’età di 28 anni, dopo uno sciopero della fame durato 288 giorni

La sua voce continuerà a viaggiare, a fiorire su quel “campo sbagliato” e la sua storia resterà scolpita nella nostra memoria

373
CONDIVISIONI

Era un fiore Helin Bolek, nel pieno della sua vitalità e bellezza, un fiore nato nel campo sbagliato, dove se decidi di vivere di musica, di musica ci puoi anche morire. Se ne è andata il 3 aprile scorso all’età di 28 anni, dopo uno sciopero della fame durato 288 giorni, iniziato con il suo amico bassista Ibrahim Gokcek, ancora “in vita” se così si può definire quella di un ragazzo fiaccato dalla fame e dalle torture. Un altro membro del gruppo, Mustafa Kocac, ha iniziato lo sciopero della fame all’interno del carcere di Smirne, dal quale cerca di denunciare, attraverso il suo avvocato, le violenze a cui è stato sottoposto nonostante la sua condizione di fragilità. Gli avvocati, del resto, sono vittime dello stesso clima repressivo, che non li mette in condizione di difendere i loro assistiti, e che talvolta addirittura si accanisce contro di loro con l’accusa di essere oppositori eversivi.

Helin era la voce di un gruppo, o meglio del collettivo musicale “Grup Yorum”, fondato da quattro studenti dell’Università di Marmara nel 1985, quindi pochi anni dopo il colpo di stato in Turchia. Un gruppo aperto a musicisti e collaboratori, arrivato nel tempo a formare  un ensemble di trenta elementi, accomunati dall’amore per la musica della loro terra e dal bisogno di esprimere ideali e opinioni (Yorum) attraverso la musica. Le canzoni, scritte anche dalla cantautrice Helin, erano lucide riflessioni sul tema della libertà, della democrazia, della politica e  dell’uguaglianza, canzoni che venivano spesso  tradotte anche  in arabo, circasso e curdo.

Dico “erano” a causa della repressione sistematica che il gruppo ha subito nel tempo, con il divieto alle radio di trasmettere la loro musica, con un accanimento giudiziario senza precedenti ( centinaia di procedimenti intentati contro di loro), con reclusioni e torture, oltre che con il divieto di esibirsi in pubblico (ormai dal 2016) dopo il successo live già ottenuto dal in Europa e in Australia, e con il sequestro dell’unica videoclip prodotta dal gruppo. La repressione non ha risparmiato neanche i loro strumenti musicali e la loro sede a Istanbul, divenuta  un riferimento culturale e politico nella lotta per il diritto alla libertà d’opinione.

Era un fiore Helin Bolek, con i capelli neri, gli occhi  grandi, e quella voce calda  e bellissima. Purtroppo per lei, una cosa è cantare “Bella ciao” al caldo della tua casa o per strade sicure, un’altra è farlo in un contesto ostile e con un pubblico che vede in te un simbolo della resistenza al regime. E’ un attimo essere indiziati di cospirazione, di collusione con i gruppi di estrema sinistra e con il terrorismo. Anche senza prove è un attimo per qualcuno far  tacere per sempre quella voce e quella musica.

Probabilmente l’intenzione del regime era quella di farla sparire nel silenzio. Il simbolo di decine di migliaia  giovani che nelle canzoni di quei ventitré   album avevano riposto le loro speranze, sarebbe sparita da sola senza la sua musica, i suoi compagni, la sua vita, il suo passato, la sua arte, la sua casa,  sarebbe stata cancellata  dalla memoria, piano piano. Avevano fatto male i conti.

A maggio del 2019 Helin e Ibrahim iniziavano lo sciopero della fame, chiedendo l’annullamento del divieto di esibirsi dal vivo imposto dal governo Erdogan, la caduta delle accuse nei loro confronti di appartenere a frange terroristiche, la scarcerazione di tutti i musicisti detenuti, la fine delle irruzioni da parte della Polizia nella loro sede.

Secondo i loro avvocati non erano richieste impossibili da esaudire. Chiedevano solo di poter lottare in maniera pacifica  per  la libertà di pensiero e di parola, per il riconoscimento dei diritti umani.

Era bella Helin, anche con le guance scavate e ridotta ad un mucchio di ossa, quando, pesando meno di 30 chili, aveva deciso di non farsi ricoverare in ospedale per continuare la sua “resistenza”. Sapeva che qualcun altro, anche dopo di lei, avrebbe continuato a lottare perché l’arte potesse essere libera di veicolare messaggi importanti. Nessuno ha potuto seguire il suo funerale fino al cimitero per la carica di lacrimogeni lanciati dalla Polizia; nessuna radio, nessun giornale o telegiornale ha dato notizia del suo sacrificio, e chi ne ha dato notizia ha detto che Helin ha rifiutato le cure essendo pazza. Malgrado tutto questo, la sua  voce continuerà  a viaggiare, a fiorire su quel “campo sbagliato” e  la sua storia resterà scolpita nella nostra memoria.

Bella Helin ciao!