RaiPlay, e se fosse quella di mamma Rai la migliore piattaforma streaming del momento?

Con l’emergenza Coronavirus la Rai ha arricchito il palinsesto on line, con i film di Fuori Orario e strumenti per gli studenti. E poi c’è il prestigioso catalogo delle produzioni originali di un brand la cui storia coincide con quella del paese

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Adesso che pure i film di Fuori Orario, la trasmissione per cinefili (e nottambuli) ideata da Enrico Ghezzi, sono disponibili su RaiPlay, viene da pensare che al momento la migliore piattaforma streaming sulla piazza sia proprio quella di mamma Rai. La quale ha reagito all’emergenza Coronavirus in primo luogo consentendo l’accesso, che resta gratuito, anche senza registrazione al servizio. E soprattutto arricchendo un palinsesto che detiene un catalogo di profondità straordinario, 65 anni di contenuti originali che, nella loro interezza, raccontano la storia della televisione italiana e anche un pezzo di storia dell’identità nazionale.

Quando si guarda un vecchio sceneggiato Rai, non se ne apprezzano soltanto la qualità di scrittura, messinscena, recitazione. Per i più adulti scattano meccanismi di immedesimazione nostalgica e tuffi nella memoria personale. Mentre i più giovani possono scoprire il fascino vintage delle immagini in bianco e nero, che veicolano significati e immaginari che trascendono il singolo racconto, per riannodarsi a un patrimonio culturale condiviso.

L’ampio palinsesto di una piattaforma come Netflix non è in grado di offrire nulla di paragonabile. Il catalogo lì è strutturato orizzontalmente: una lunga serie di prodotti messi in fila, suddivisi in parte per tipologie narrative – drammi, commedie, cartoni animati –, ma soprattutto in base a una logica del maggior numero – Popular on Netflix, Blockbuster, Trending Now. Come a dire che il principio di ordinamento è eminentemente quantitativo, come anche le modalità di visione – la voce “Bingeworthy International Tv Shows”, con l’enfasi posta sul consumo tutto in una volta dell’intera serie.

I titoli su RaiPlay invece, pure classificati secondo funzioni pratiche di orientamento dello spettatore – Serie Tv, Teen, Documentari –, presentano categorie che esulano dalla semplice suddivisione funzionale tra generi, come Grandi Romanzi Classici, Storia, Learning. Queste rimandano a una tipologia di esperienza non scandita soltanto dalla quantità, ma anche dalla qualità, sia dei singoli prodotti, sia soprattutto della rete che si crea collegando le diverse tessere del mosaico. Le quali prese tutte insieme compongono l’immagine complessiva della Rai, quella che un tempo con comprensibile orgoglio poteva definirsi “servizio pubblico” e che oggi resta più come memoria che come realtà effettiva.

L’identità del brand Rai, magari più difficile da rilevare guardando il palinsesto odierno dei suoi tanti canali televisivi, emerge con molta maggior evidenza consultando il catalogo misto e storicamente stratificato di RaiPlay. Qui l’effetto sgradevole di una brutta fiction recente viene diluito dalla contemporanea presenza di gemme sbucate fuori dallo sterminato baule delle “Teche Rai”, categoria in cui confluiscono alcune tra le cose più affascinanti dell’intera offerta della piattaforma. Allo spettatore non si può consigliare che di immergersi in questa esperienza, per la quale suggeriamo un percorso attraverso categorie e singoli titoli.

Fuori Orario Film d’Autore

Si può partire dalla nuova categoria “Fuori Orario Film d’Autore”. I titoli saranno probabilmente destinati a mutare spesso, per ragioni legate alla negoziazione dei diritti di trasmissione. Ma già quello che è visibile in questi giorni ci restituisce la ricchezza di un programma nato nel 1988 che, proponendo film soprattutto delle cinematografie dei mondi altri, ha rappresentato una scuola, ostica ed esigente, a cui si sono formate generazioni di cinefili, fonte di scoperte inesauste. Su RaiPlay ci sono: Le Livre D’Image (2018), ultima creatura di Jean-Luc Godard, flusso visivo in cui, secondo una modalità operativa e teorica cara al regista, spezzoni di film s’intrecciano e combinano con altri frammenti, nella fedeltà a un’idea secondo la quale la tv consuma le immagini, mentre il cinema produce memoria.

Il trailer di Le Livre D’Image di Jean-Luc Godard

We Can’t Go Home Again (1976) è un misconosciuto esperimento di Nicholas Ray, il regista di Gioventù Bruciata, una ricognizione sulla società americana dell’epoca e sul significato di fare cinema, attraverso una forma inaudita in cui si mescolano documento ed esperimento. Un Amleto Di Meno (1973), ultimo colorato attentato cinematografico di Carmelo Bene, che ripiega Shakespeare su Laforgue e il cinema definitivamente su sé stesso. Mattone A Specchio (1963), primo film di finzione di Ebrahim Golestan, intellettuale e cineasta quasi centenario, una figura di pioniere centrale nello sviluppo del cinema iraniano prima dei Kiarostami, Panahi e Makhmalbaf. Tokio Family (2013) in cui Yōji Yamada, di cui sono disponibili diversi film, osa addirittura il remake del capolavoro per antonomasia Viaggio a Tokio di Yasujirō Ozu.

Totò il principe della risata

A proposito d’identità, cosa dire di Totò? La cui comicità porta incisa su di sé la sedimentazione di una cultura antica e popolare, che ha a che vedere con gli aspetti essenziali della vita, la fame, il desiderio e la morte. Messa così non pare una cosa molto divertente, ma come ben sa chiunque abbia visto un suo film, tutto ciò si traduce invece nell’arte esilarante di una maschera umanissima e irripetibile. Su RaiPlay c’è solo l’imbarazzo della scelta. La farsa scarpettiana Un Turco Napoletano, con un Totò tutto malizie, tellurico maschio meridiano costretto a fingersi eunuco. L’Imperatore Di Capri, l’attore in versione cicisbeo desideroso di realizzare i suoi sogni più peccaminosi nell’isola di Tiberio.

Il fregolismo di Totò Diabolicus, in cui veste i panni dei potenti, generali, baronesse, chirurghi, eminenze, demolendoli inesorabilmente dall’interno. Chi Si Ferma È Perduto, sfida all’arma bianca con l’impagabile Peppino De Filippo, racconto degli effetti del boom economico su dei poveracci sedotti dall’idea di far carriera e soldi. Curioso che tra i titoli ci sia anche Il Padre Di Famiglia, notevole film bilancio di Nanni Loy su vent’anni di storia italiana, a cui Totò aveva appena cominciato a lavorare prima di morire, poi sostituito da Ugo Tognazzi (ma nelle immagini in campo lungo della sequenza del funerale, si può distinguere il suo volto).

Teche Rai, il gioiello di RaiPlay

Usciamo dal perimetro cinematografico, ma l’occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Stasera Niente Di Nuovo (1981), ultimo grande show televisivo della coppia Vianello-Mondaini prima del passaggio alle reti berlusconiane, 21 milioni di spettatori di media, scritto da Vianello e Sandro Continenza con uno sguardo alla tradizione e uno alla modernità (la presenza accanto alla Mondaini della “nuova” Heather Parisi), e un discorso metalinguistico, fin dal titolo, sul genere varietà (i dietro le quinte che diventano sketch a loro volta, con gli attori che battibeccano tra loro). La Cartolina, rubrica serale di attualità in onda tra il 1989 e il 1994, in cui Andrea Barbato col suo stile garbato e sottotraccia invia una missiva al potente di turno, riuscendo in soli cinque minuti a raccontare il fatto del giorno e a porre con discrezioni interrogativi di ordine civile, dimostrando che un’altra televisione è possibile.

Onda Libera (1976), le incursioni anarchiche nel normale palinsesto televisivo di Mario Cioni (Roberto Benigni) stralunato contadino toscano che trasmette da Televacca, la rete con lo studio televisivo in una stalla, insomma quando Benigni era Benigni. Per festeggiare in anticipo il prossimo compleanno centenario di Franca Valeri, si può vedere Sì, Vendetta (1974), sceneggiato in quattro puntate scritto e interpretato dall’attrice, che offre una variazione del suo personaggio di altoborghese, in conflitto generazionale con una figlia sedotta dalle sirene libertarie post-sessantottine.

Terminiamo con la riproposizione su RaiPlay di Oceano Canada (1973), preziosa testimonianza dell’arte di uno dei maggiori intellettuali italiani del secondo Novecento, Ennio Flaiano, autore di questo reportage diretto da Andrea Andermann, alla scoperta delle terre del Nord America: “Un giorno sarà forse un territorio popolatissimo, oggi, teoricamente, chi infilasse un sentiero e continuasse ad andare verso il Nord, dopo quattro o cinquemila chilometri sarebbe al Polo Nord senza incontrare nessuno“: così dice la voce narrante di Flaiano, che compone un taccuino di viaggio errante, curioso, folgorante.

Grandi Romanzi Classici

Uno dei tratti più caratterizzanti della Rai “pedagogica” dell’era del direttore generale Ettore Bernabei (1961-1974), che può essere indagata proprio a partire da un ritratto a lui dedicato, ovviamente disponibile su RaiPlay, qui. Poi si può continuare vedendo o rivedendo alcuni tra i titoli più celebri di questa storia. L’alfa e l’omega degli sceneggiati tv resta I Promessi Sposi (1967), kolossal da tre anni di lavorazione e 500 milioni di lire di costo, 18 milioni di spettatori a puntata, taglio spettacolare da grande racconto popolare, diretto da Sandro Bolchi e sceneggiato da Riccardo Bacchelli. L’Odissea di Franco Rossi, nel 1968, che non è il migliore degli sceneggiati Rai, ma è il primo a colori e quello che segna un passaggio di scala dei modelli produttivi, con una compartecipazione italo-franco-tedesca sotto la direzione di Dino De Laurentiis, e un cast internazionale con Bekim Fehmiu e Irene Papas.

I Fratelli Karamazov di Sandro Bolchi

I Fratelli Karamazov (1969) un successo da 15 milioni di spettatori a serata, diretto da Sandro Bolchi e scritto dal drammaturgo Diego Fabbri, che si focalizzano sui dilemmi morali, filosofici, cristiani del capolavoro di Dostoevskij, uno sceneggiato di idee che è anche un bel gioco d’attori tra il patriarca Salvo Randone e i giovani Corrado Pani, Umberto Orsini, Lea Massari. L’indimenticabile Le Avventure di Pinocchio (1972) di Luigi Comencini, sceneggiato da Suso Cecchi D’Amico, col burattino/bambino Andrea Balestri, Nino Manfredi Geppetto e la fata Gina Lollobrigida, che racconta attraverso la fiaba la cultura materiale povera di un’altra Italia (un aspetto ripreso dal Pinocchio di Garrone), e tratta il romanzo di Collodi per quello che è, la trasfigurazione fantastica dell’identità e del carattere degli italiani.

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