Coronavirus, dopo un mese il primo bilancio del servizio di assistenza psicologica “Siamo Vicini”, sostenuto da Optima

Da oltre trenta giorni l’Isidap ha aperto un numero verde gratuito per aiutare le persone con problemi di ansia e panico. Cosa è successo fino a oggi? E cosa accadrà dopo? Ne parliamo col dottor Massimo Doriani

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È ormai circa un mese, dall’11 marzo, che è stata attivata la misura di quarantena per contenere la pandemia da Covid-19 o Coronavirus. Da un mese è pure operativo lo sportello telefonico gratuito “Siamo Vicini”, voluto dall’Isidap, l’Istituto Specialistico Italiano sui Disturbi da Attacchi di Panico. Grazie anche all’aiuto di Optima Italia, che si occupa degli aspetti logistici dell’iniziativa, l’istituto è in grado di offrire assistenza psicologica a chi in questo frangente sta vivendo uno stato di difficoltà emotiva legata all’ansia e al panico. Al servizio si può accedere telefonando al numero verde 800 913880 dalle 9 alle 20 tutti i giorni compresi i weekend oppure, fuori orario o per chi lo preferisca, inviando un whatsapp al numero 375 6537034 o una mail all’indirizzo info@isidap.it (per maggiori dettagli visitare il sito dell’Isidap).

Durante questo mese sono state quasi 400, ci dice il dottor Massimo Doriani, psicoterapeuta e direttore dell’Isidap, le persone che hanno usufruito del servizio, completamente gratuito, trovando l’assistenza di circa 40 operatori tra psicoterapeuti, psicologi e operatori sociali. Il numero piuttosto ampio di utenti permette di fare qualche riflessione circostanziata sul tipo di problematiche che più spesso si stanno manifestando, anche rispetto a età, genere e area di provenienza di chi chiede supporto psicologico.

Dottor Doriani, quali persone vi contattano?
Premetto che i dati in nostro possesso non hanno un valore statistico. Però qualche indicazione la forniscono. Rispetto al genere: a chiamare sono in larga parte donne, il 74%, rispetto al 26% degli uomini. La distribuzione per età è più omogenea: le fasce più presenti sono quella tra i 21 e 30 anni, con oltre il 30% e tra i 30 e 40, 26%. Quella tra 41 e 50 sfiora il 20%, gli over 50 sono il 15%, gli ultrasessantenni il 7,5. Ultimamente stanno arrivando le prime telefonate di under 20, un fenomeno che si spiega col logoramento dovuto al prolungarsi della quarantena. Aggiungo che abbiamo deciso di condurre una ricerca epidemiologica con un test sulla depressione validato dall’OMS. Si tratta di un questionario di 21 domande che somministriamo agli utenti, che ci darà risultati statisticamente validi.

Riguardo invece alla provenienza geografica?
La distribuzione è abbastanza omogenea. Campania al 17%, Sicilia e Lazio al 15%, Lombardia al 10% – il dato più contenuto dipende dal fatto che, trattandosi della regione più duramente colpita dal Coronavirus, è anche quella in cui più velocemente sono stati attivati servizi come il nostro. Significativi i numeri di regioni come la Basilicata: all’inizio non chiamava nessuno, una volta però che il contagio si è diffuso anche lì, sono giunte le prime richieste di aiuto, per un 6% del totale.

In una precedente conversazione, lei aveva ipotizzato che sarebbero state le famiglie a soffrire di più rispetto ai single
Sì, è vero, ma ciò si è verificato solo per i primi tempi, poi la situazione si è ribaltata. Le famiglie, dopo una fase di disorientamento dovuta al confronto con abitudini profondamente mutate, alla lunga hanno reagito meglio. Spesso sono passate attraverso un momento di catarsi, un forte litigio dopo il quale la struttura familiare ha mostrato la sua solidità, assestandosi e cementandosi. I single invece hanno inizialmente manifestato una maggiore resilienza, dovuta all’abitudine al vivere da soli, poi hanno cominciato a soffrire, lamentando la mancanza delle relazioni affettive che solitamente trovavano fuori casa.

Quali sono le problematiche più ricorrenti?
Lo sportello, come il nostro Istituto, è dedicato ad ansia e panico. Per prima cosa perciò abbiamo creato una suddivisione in quattro categorie eziologiche dell’ansia: Paura del Covid (contagio, malattia, ospedalizzazione), oltre il 40% dei casi; Angoscia di morte e panico, 30%; Disagio dovuto alle restrizioni e all’isolamento, 16%; Paura del futuro economico 13%. In questo lunghissimo mese lo scenario è mutato. La paura del futuro è diventata marginale. Può dipendere, ipotizziamo, dall’informazione dei media. All’inizio non erano ben chiare dinamiche e pericolosità della malattia: quando però son giunte le statistiche su contagiati e decessi, e le immagini drammatiche dei carri funebri, ecco che timore della malattia e angoscia di morte hanno preso il sopravvento. Non è un caso che le iniziative spontanee e liberatorie dei canti dai balconi siano completamente scomparse.

E le patologie invece?
C’è una frammentazione delle patologie. Sommando ansia generalizzata (28%), attacchi di panico (17), malessere da solitudine (17), depressione (10) e somatizzazione dell’ansia (10%) giungiamo all’82%. La rimanente quota si è dispersa in numerose paure: ipocondria, insonnia, problematiche da relazioni familiari, depersonalizzazione, ma anche paure per la salute del proprio cane, insicurezza, impotenza, o dell’imminente menopausa. Col Coronavirus si stanno slatentizzando problematiche preesistenti, in più dell’80% dei casi. Ciò non sta a significare che siano casi patologici, ma che quelle piccole o grandi manifestazioni ansiose contro cui tutti combattiamo nella nostra vita si sono manifestate nuovamente, riprendendo il sopravvento.

In famiglia che dinamiche si stanno manifestando?
Le donne all’inizio hanno sofferto di più, perché sottoposte a un carico di lavoro maggiore, dovendo organizzarsi tra l’inedito smart working, spesso con nuove competenze informatiche da apprendere, i figli da gestire e la casa da sistemare. Come dicevo, spesso c’è stato un accumulo di tensione finito con un litigio catartico che ha ristabilito gli equilibri. Per gli uomini, sui quali i numeri sono meno significativi, il problema è legato alla difficoltà di trovare una collocazione in casa. All’inizio hanno cercato di ritagliarsi un ruolo dedicandosi al bricolage. Ora stanno andando in crisi. Capita che telefonino dall’automobile, sia per cercare uno spazio di autonomia, sia forse per una forma di pudore. Il fatto è che la casa è strutturata sulle esigenze dei figli, in base però a un’organizzazione stabilita dalle madri, che così riescono più facilmente a trovare i propri spazi rispetto agli uomini.

E i single?
La sofferenza è legata a modalità che presentano alcuni aspetti adolescenziali. Per i single normalmente le relazioni avvengono soprattutto fuori casa, incontrando i propri pari, le amiche con cui uscire per godersi la vita sociale. Il fatto che ora non sia più possibile sta creando un certo disagio, destinato ad aumentare a dismisura nei prossimi tempi. In generale all’inizio i single si sono riorganizzati, con letture, musica. Dopo un po’ i nodi sono venuti al pettine, perché manca la struttura consolidata del contenimento familiare.

E per gli adolescenti?
I ragazzi sono in difficoltà, per loro l’assenza dei pari età è insostenibile. Iniziano fughe notturne e spesso rischiose per vedere la ragazza. L’energia e l’esuberanza dell’adolescenza in un primo momento hanno dato forza alle attività on line e al rispetto delle regole, ma ora gli adolescenti davvero non ce la fanno più.

Cosa accade durante la telefonata?
Le persone chiamano in un forte momento di emergenza, fisica, psicofisica, psicologica. L’operatore si assume il carico di sofferenza e lo elabora, riportandolo alla normalità, ribadendo che è assolutamente comprensibile avere qualche scompenso in un simile frangente. Cerca di mostrare come sia possibile trasformare i limiti in risorse. È vero, si soffre per il fatto di non poter uscire di casa. Ma il nostro quotidiano all’esterno normalmente contempla tutta una serie di obblighi che non rispecchiano le nostre esigenze, compiti e incombenze da eseguire. Ora stando a casa si può entrare in contatto con sé stessi e fare altre cose che vanno colte come opportunità. Cosa ti sta dando questa situazione, come stai cambiando, cosa ti resterà? Partendo da queste domande si può “allargare” lo spazio psichico personale attivando processi di autoguarigione. Questo non è uno sportello terapeutico ma un servizio di prima accoglienza. Noi diamo una spinta per consentire alla persona di incamminarsi lungo un percorso per il quale sono comunque loro a dover trovare le risorse, dentro di sé e nel loro mondo.

II terapeuta come si comporta?
C’è un dato rilevante. Qui ognuno è soggetto attivo e passivo dell’emergenza Coronavirus. Chi cura è nella stessa situazione del curato, anche lui in quarantena, isolato, potenzialmente con le stesse paure. Per questo può succedere che lui aiuti e si aiuti anche raccontando qualcosa di sé, del suo modo di reagire. Così chi chiama non si percepisce come un caso problematico posto davanti a un portatore di igiene mentale,  ma semplicemente come una persona che ha incontrato un suo pari che gli mostra che tutti insieme possiamo farcela. La telefonata attiva un processo di elaborazione del trauma anche nell’operatore. Per lui ha un valore autoterapico e anche in lui attiva l’autoguarigione. Per l’utente la chiamata si chiude inesorabilmente con una sensazione di benessere e di forte gratitudine, solitamente esplicitata. Per l’operatore non è sempre così. A volte la conversazione è un momento liberatorio per l’utente ma fonte di angoscia per l’operatore. Per questo c’è un intenso lavoro di supervisione dei terapeuti, per contenere il carico di sofferenza che accumulano.

Ma in sostanza, questa che tipo di emergenza è?
Va detta una cosa importante. Gli strumenti della psicologia dell’emergenza sono nati sull’esperienza della guerra. C’era un termine clinico, ora in disuso, lo “scemo di guerra”, una catatonia dovuta al trauma. Ma nella situazione del Coronavirus ci sono tanti fattori che non corrispondono a un’emergenza traumatica, molti dei quali completamente nuovi. La pandemia non è un trauma in senso classico. È incontestabilmente una situazione di stress legata alla paura del contagio e della malattia, ma c’è un elemento in più, le restrizioni. Non è uno stress da trauma, quanto da logoramento. Ciò vuol dire che come operatori siamo costretti a lavorare con strumenti che in parte non sono calzanti e siamo obbligati a riadattarli.

Cosa accadrà quando finirà la quarantena?
Difficile prevedere il dopo, proprio perché manchiamo di esempi pregressi e di strumenti psicologici consolidati. Nella fase della quarantena si manifesta un vero e proprio scompenso spaziotemporale. Alcuni reagiscono scombinando il proprio ritmo circadiano, non dormono la notte, mangiano a orari disordinati. Altri diventano iperattivi. Questo significa che probabilmente dopo assisteremo a reazioni molto diverse. C’è chi mollerà tutto prendendo le distanze da quanto di spiacevole ha vissuto cercando di dimenticare. C’è chi non abbraccerà nessuno per molto tempo. Non è detto che tutti vorranno tornare alla vita di prima, la quarantena per alcuni sarà un momento di incubazione di idee e aspirazioni nuove. La regola generale comunque è che il circolo vizioso alimenta il vizio e quello virtuoso la virtù. Quindi chi vive in situazioni più strutturate saprà reagire meglio e prima.

“Siamo Vicini” continuerà anche dopo la fine della quarantena?
Sicuramente, anche perché la fine della quarantena non significherà la fine dell’emergenza Coronavirus. Purtroppo per giungere alla fine dei contagi ci vorrà molto tempo. Il ritorno alla normalità non è vicino, per questo il nostro servizio resterà attivo. L’obiettivo è quello di creare una rete che abbiamo chiamato “Uno psicologo in ogni comune”, per offrire, anche oltre il Covid-19, un supporto stabile e capillare sul territorio rispetto ad ansia e panico. È un momento di forte sensibilità verso questi temi, lo riscontriamo nelle amministrazioni, istituzioni, aziende, università. Dobbiamo approfittarne, per creare dei presìdi che siano in grado di fronteggiare in futuro nuove emergenze e sofferenze. Il Coronavirus ci ha presi completamente alla sprovvista, questo non deve più accadere. In tal senso anche l’apporto della psicoterapia diventa fondamentale.